Il senso delle anguille

Micron
Un memoir in cui la caccia a uno degli animali da sempre più misteriosi per la scienza è anche la metafora del rapporto fra un padre e un figlio nel corso degli anni e, al contempo, una riflessione sulla vita e sulla scoperta di noi stessi e del mondo che ci circonda.
Marco Boscolo, 20 Novembre 2019
Titolo

Nel segno dell’anguilla

Autore

Patrik Svensso

Anno di pubblicazione

2019

Editore

Guanda

Info

pp. 288, €18.00

Micron
Giornalista scientifico

Nel suo primo libro intitolato Under the See-Wind e pubblicato nel 1941 da Simon & Schuster, Rachel Carson osa qualcosa che all’epoca era impensabile in un libro di divulgazione scientifica. Sceglie di raccontare la vita sopra e sotto il mare attraverso gli occhi di un uccello e di uno sgombro, dando addirittura ai due personaggi un nome proprio: Rynchops e Scomber. Si tratta di punti di vista inediti, grazie ai quali Carson apre uno spazio all’immaginazione. Un’immaginazione che non è libera come nel campo della finzione romanzesca, perché rimane sempre fedele alla verità scientifica, ma dà al racconto divulgativo una forza rara.

Fino all’epoca di Rachel Carson e del suo primo libro era semmai accaduto il contrario, cioè che scrittori di finzione ricorressero alla divulgazione scientifica per amplificare le possibilità narrative della storia che stavano raccontando. Il caso più celebre è probabilmente quello di Herman Melville e di Moby Dick, un romanzo che è anche saggio divulgativo sulla vita delle balene, storia della loro caccia e un trattato sociologico dei cacciatori dei giganti del mare.

Nel segno dell’anguilla del giornalista svedese Patrik Svensson si pone un po’ a metà strada. Non si tratta di un vero e proprio romanzo, ma di un memoir, in cui protagonista assoluta è la pesca all’anguilla che lo stesso autore pratica fin dalla più tenera età in compagnia del padre.

Tutto comincia con le sveglie nel cuore della notte, la discesa al torrente, la preparazione delle esche e le lunghe ore di attesa in silenzio. Svensson suggerisce fin da subito che in quelle ore, attraverso la pesca, si costruisce buona parte del rapporto che esiste tra lui e il padre. La pesca all’anguilla è metafora evidente della loro relazione, che evolve con il passare degli anni e le diverse età dei due pescatori. Ma nasconde molto altro.

Perché l’anguilla, come ben sa per esempio Sigmund Freud che da studente a Trieste è andato alla ricerca dei suoi organi sessuali, è un animale misterioso. A tutt’oggi non sappiamo davvero come si riproduca. Secoli di studi scientifici hanno portato a ricostruire la sua vita, che passa attraverso quattro stadi distinti con relativi cambiamenti di aspetto, e a individuare l’unico punto al mondo dove si riproducono, il Mare dei Sargassi, nel centro dell’Atlantico.

Ma nessuno scienziato ha mai osservato le anguille riprodursi in libertà, e i tentativi di riproduzione in cattività non fanno ancora pensare che un giorno potremo allevarla. E questo, per quanto forse il più evidente, è solo uno dei misteri che continua a riguardarla.

Per questo motivo, la caccia ai segreti dell’anguilla, nel libro di Svensson, diventa piano piano l’esplicitazione di ciò che tra padre e figlio non viene detto. Come se due uomini, impossibilitati o incapaci di parlarsi direttamente, usassero un pesce come mezzo di comunicazione. Ma le parti di vera e propria divulgazione di Nel segno dell’anguilla si trovano collegate anche in un’altra catena di riflessioni, più profonde e universali. La curiosità, in alcuni casi addirittura febbrile, che ha caratterizzato lo studio dell’anguilla nel corso dei secoli, unita alle tante frustrazioni e vicoli ciechi incontrati, può benissimo funzionare da copione generale per la conoscenza scientifica. Che, secondo Svensson, sembra rispecchiare quella personale che facciamo dentro di noi sui misteri della nostra esistenza, quelli per cui nel passato (e spesso ancora oggi) facciamo ricorso alla narrazione mitica.

Il messaggio più profondo del libro è, forse, che non possiamo scollegare la nostra curiosità, quella che ha guidato secoli di ricerca e studio, dalla nostra stessa natura di esseri umani, che hanno portato dentro alla scienza parte di chi sono, con i propri difetti, i propri pregi, le intuizioni geniali e i morsi amari della rabbia. Non c’è una scienza, insomma, senza che ci sia umanità, non c’è conoscenza della natura senza che ci sia qualcuno a raccontarla.

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