Imparare una nuova lingua può modificare il modo in cui pensiamo?

Micron
Molte ricerche dimostrano come imparare e parlare correntemente una seconda lingua può avere effetti sul cervello sia a livello neurale che strutturale. È un po’ ciò che accade, seppure in chiave fantascientifica, alla protagonista del film Arrival, una linguista statunitense che ha il compito di interpretare la lingua degli alieni.
Sara Mohammad, 15 Luglio 2017
Titolo

Arrival

Regista

Denis Villeneuve

Anno pubblicazione

2017

Info

Durata 1 ora 56 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Uno dei film che quest’estate rivedremo in sala è Arrival, del regista canadese Denis Villeneuve, che spunta qua e là nella programmazione di molti cinema e arene all’aperto. Vincitore del premio Oscar per il miglior sonoro, Arrival aveva ricevuto dalla giuria degli Academy Awards ben otto nomination (un record per un film di fantascienza), tra cui quella per la miglior sceneggiatura non originale, così efficacemente adattata dalla raccolta di romanzi brevi Storie della tua vita.
In estrema sintesi, Arrival è la storia di una linguista americana, Louise Banks, che si unisce a un gruppo di militari quando dodici astronavi aliene atterrano sulla Terra. Il suo compito è interpretare la lingua degli alieni, per capire se siano arrivati sul pianeta con intenzioni amichevoli o nemiche. Quando la professoressa Banks comprende il significato della nuova lingua, capisce finalmente che gli alieni sono sulla Terra per offrire agli uomini il proprio linguaggio. Ma si tratta di un linguaggio molto speciale, perché dà a chi lo parla la possibilità di conoscere il futuro.

IL RELATIVISMO LINGUISTICO
C’è una scena nel film in cui la professoressa Banks e il fisico Ian Donnelly (anche lui nella spedizione militare) accennano all’ipotesi di Sapir-Whorf, definendola come la teoria in base alla quale il linguaggio che parliamo determina il modo in cui pensiamo.
Nella trama del film l’ipotesi di Sapir-Whorf viene tirata in ballo per spiegare come mai Louise Banks, dopo essere riuscita a decifrare la lingua aliena, è in grado di viaggiare nel tempo. Quando la professoressa ha imparato la nuova lingua, il suo cervello si è riorganizzato al punto tale che la capacità di concepire il futuro avviene ora in modo completamente diverso dalle altre lingue (umane) che Banks già parla: in generale, tutta la sua percezione del tempo è cambiata perché è cambiato lo spettro delle lingue che conosce.
Più di un linguista, però, considera l’espressione “ipotesi di Sapir-Whorf” una definizione fuorviante (sarebbe più corretto parlare di relativismo linguistico), perché i due studiosi da cui prende il nome, Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, non hanno mai enunciato sotto forma di ipotesi la relazione tra lingua parlata e modo di pensare. È stato Whorf che, studiando il linguaggio dei nativi americani, propose per primo l’idea che le differenze linguistiche potessero influenzare la percezione e il comportamento umani. Nonostante fosse un ingegnere chimico di formazione, è grazie ai suoi interessi e ai suoi studi sul linguaggio che il nome di Whorf viene associato al principio del relativismo linguistico più spesso di quello di ogni altro esperto.

GLI STUDI SUL CERVELLO
Ma, al di là delle definizioni appropriate, esistono prove scientifiche che dimostrano che imparare una nuova lingua influenza la struttura del cervello e la nostra percezione del tempo? Nei termini in cui succede in Arrival, ovviamente no. Betty Birner, professoressa di linguistica e scienze cognitive alla Northern Illinois University, ha detto a Slate che mentre la lingua che impariamo da piccoli può influenzare la nostra visione del mondo, di sicuro «imparare una nuova lingua non modifica così profondamente la nostra percezione del tempo».
Una mole consistente di  ricerche, però, dimostra che imparare e parlare correntemente una seconda lingua può modificare, se non addirittura influenzare, i meccanismi di elaborazione della lingua madre (il cosiddetto “effetto bilingue”), sia a livello comportamentale (perché nel complesso i bilingue hanno una scioltezza linguistica minore rispetto ai monolingue) sia a livello neurale. Sotto quest’ultimo aspetto, diversi studi hanno esaminato gli effetti del bilinguismo su meccanismi cerebrali coinvolti in processi cognitivi differenti. Dal 2011, ad esempio, grazie ad alcuni esperimenti realizzati con la tecnica della risonanza magnetica funzionale, si sa che alcune aree dell’emisfero sinistro coinvolte nell’elaborazione del linguaggio si attivano di più nel cervello dei bilingue. I ricercatori hanno concluso su Cerebral Cortex che i vantaggi di parlare due lingue sembrano compensati a livello neurale da un aumento dell’attività del cervello in queste zone.
Un gruppo di scienziati spagnoli ha invece confrontato l’attività cerebrale di 21 volontari monolingue con quella di 19 volontari bilingue, scoprendo che, nel passaggio da un compito a un altro, i partecipanti bilingue reclutavano le stesse aree del cervello coinvolte nel passaggio da una lingua all’altra (la regione inferiore sinistra della corteccia prefrontale e lo striato sinistro).
Imparare una nuova lingua ha effetti anche sulla struttura del cervello, oltre che sulla sua attività, come ha dimostrato una ricerca del 2012 a cui hanno preso parte l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e il Centro Interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento. Secondo gli scienziati che firmano l’articolo ancora su Cerebral Cortex, la densità della materia grigia nella corteccia cingolata anteriore (un’area del cervello coinvolta nei processi cognitivi in cui è richiesto il controllo di informazioni confondenti, come nelle persone che parlano due lingue) è plasmata dall’apprendimento e dall’esercizio quotidiano di una seconda lingua.
Sembra, quindi, che la scienza abbia dimostrato che parlare una seconda lingua può avere qualche conseguenza sulla struttura e sull’attività del cervello, al punto da portare alcuni ricercatori a parlare di “cervello bilingue” o di “firma neurale del bilinguismo”.
Per sconfinare nel campo delle patologie, è interessante ricordare anche i risultati di una manciata di altri studi, secondo cui tra gli effetti del bilinguismo ci sarebbe un cervello più sano (nello specifico, alcuni studiosi hanno osservato che tra i malati di Alzheimer i pazienti bilingue mostrano un esordio della malattia posticipato rispetto ai pazienti monolingue, anche se non tutti gli esperti sono d’accordo).
Al momento, tuttavia, nessun neuroscienziato avrebbe le prove per documentare che, a livello neurale, imparare una seconda lingua influenza il modo in cui percepiamo il passare del tempo.

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