La grande lezione di Piero Angela

Micron
«Divulgare […] vuol dire, in pratica, tradurre dall’italiano all’italiano, dicendo le stesse cose in modo chiaro. Un lavoro non sempre facile perché per poter spiegare bene bisogna prima aver capito bene». Sembra di sentirlo parlare, Piero Angela, leggendo il suo ultimo libro Il mio lungo viaggio – 90 anni di storie vissute. Un’autobiografia leggera come […]
Stefano Porciello, 23 Luglio 2017
Titolo

Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute

Autore

Piero Angela

Anno pubblicazione

2017

Editore

Mondadori

Info

pp. 224; euro 16,50

Micron
Relazioni internazionali e Studi europei

«Divulgare […] vuol dire, in pratica, tradurre dall’italiano all’italiano, dicendo le stesse cose in modo chiaro. Un lavoro non sempre facile perché per poter spiegare bene bisogna prima aver capito bene». Sembra di sentirlo parlare, Piero Angela, leggendo il suo ultimo libro Il mio lungo viaggio – 90 anni di storie vissute. Un’autobiografia leggera come una conversazione, un patchwork di aneddoti, d’intuizioni, di pensieri: storie che iniziano e finiscono nel giro di un paio di pagine e che ci raccontano non solo la lunghissima e fortunata carriera di un uomo non ordinario, ma che parlano dell’Italia, della RAI, di tutti noi.

TRE ANIME IN UN SOLO LIBRO
Il mio lungo viaggio contiene l’anima di tre diverse storie. Innanzitutto, è la testimonianza di un’Italia che non esiste più e che Angela, nato nel 1928, ha vissuto in prima persona. È l’Italia che arriva alla seconda guerra mondiale sotto il fascio littorio, ma con una popolazione in gran parte analfabeta. Dove il ghiaccio era portato in città su carri trainati dai cavalli, e che vive le leggi razziali, i bombardamenti, la liberazione. È una storia che nel giro di due generazioni si è sciupata, come un ricordo di famiglia che si perde nel tempo, ma che Piero Angela ci fa rivivere con tutta la forza dell’esperienza vissuta.
C’è poi la storia del giornalista, sin dagli esordi in cui «gli apparecchi di registrazione erano grandi come lavatrici». È un racconto che parte dai primi anni ‘50 e arriva sino a oggi, nel quale si scopre un Piero Angela che impara la professione, che è inviato da Parigi e da Bruxelles e che parte poi per i teatri di guerra, che incontra grandi personaggi del secolo scorso. E la storia degli incontri, delle interviste, del suo scoop sul falso attentato a Mitterrand, della creazione e del dietro le quinte di Quark e SuperQuark, non solo fa venir voglia di diventare giornalisti, ma scorre in parallelo con le trasformazioni tecnologiche della televisione e della nostra società. Perché se i servizi del Telegiornale venivano spediti da Parigi a Roma nelle mani di un addetto dell’Alitalia, oggi la tecnologia non ha rivoluzionato solo il mondo dell’informazione, ma spinge l’intera società a un cambiamento radicale. Si tratta di «un’improvvisa accelerazione, che ha provocato un fuori sincrono tra tecnologia e cultura e che sta creando evidenti difficoltà alla politica nel gestire e guidare il cambiamento». Ed è qui che viene a intrecciarsi la terza anima del libro.

LA SCIENZA NON È DEMOCRATICA
Piero Angela non si lascia sfuggire l’occasione di scrivere alcune righe in difesa della scienza e del giornalismo scientifico. Quando si tratta di scienza, scrive, non c’è par condicio tra opinioni diverse. Le opinioni contano solo quando si fondano sull’oggettività del metodo scientifico. Mettere sullo stesso piano omeopatia e medicina, per esempio, è come dare spazio a chi sostiene che la terra sia piatta. E se questo è un discorso inconcepibile, perché dovrebbe essere diverso quando si tratta di vaccini, o di pseudoscienze? Il rigore scientifico è quindi un ingrediente fondamentale del giornalismo. Perché non ne garantisce soltanto la qualità, ma anche, e soprattutto, la credibilità.
Il libro è costellato da queste piccole fughe nell’ambito del dibattito pubblico, della politica e della società italiana, anche se Angela non si tuffa mai in una polemica precisa. Ci spiega, con le parole semplici del divulgatore, quali sono i fatti, e il discorso è chiuso. Come quando non esita a definire criminale l’uso, in certi casi disperati, delle terapie cosiddette “alternative”, che portano i pazienti a morte certa.
Da questi veloci guizzi, tuttavia, Piero Angela lascia un paio di compiti al lettore. Da una parte, sottolinea l’esigenza di costruire una cultura capace di rendere compressibile alle persone il progresso scientifico in cui viviamo. Una cultura capace di spiegare a tutti, nessuno escluso, come funziona questo mondo fatto di macchine, ma anche d’informazione, di internet, di algoritmi e robot. Di globalizzazione. Dall’altra, il dovere di superare una volta per tutte le raccomandazioni, gli episodi di maleducazione, il malaffare. La parte peggiore dell’Italia, che ci lascia sfiduciati e avviliti nel confronto con gli altri Paesi. Gli daremo ascolto?

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