La malinconia dell’estinzione e del ritorno

Micron
Se Jurassic Park ci porta in una sola epoca, “La malinconia del mammut” è un viaggio nel tempo che ci fa saltare da un’estinzione all’altra, facendoci conoscere flora e fauna sconosciute, tragedie dimenticate e tentativi non andati a buon fine. È la storia della vita su questo globo, che non può prescindere dalla scomparsa, portatrice di cambiamenti che ci hanno accompagnato fin dove siamo.
Giulia Negri, 18 Agosto 2020
Titolo

La malinconia del mammut

Autore

Massimo Sandal

Anno di pubblicazione

2019

Editore

Il Saggiatore

Info

334 pp, euro 22,00

Micron
Comunicatrice della scienza

“Serve del resto un qualche accidente maledetto affinché, in un mondo dove era possibile vivere adagiati sul fondale assorbendo cibo da un tappeto di microbi, nasca qualcosa costretto a mangiare, a lottare per vivere”.

Massimo Sandal ci accompagna sulla macchina del tempo che ci porta a conoscere le specie che abbiamo perso e le grandi estinzioni, suggerendo collegamenti con i romanzi di fantascienza, la musica o le serie tv. “La malinconia del Mammut” è un libro documentatissimo, ricco di considerazioni non banali, che vi porterà a riflettere su cosa significhi il termine estinzione, quali potrebbero essere le tecnologie per “sconfiggerla” e quali implicazioni si celano dietro a esse. Se il tema vi appassiona non può mancare nella vostra libreria, ma potrete senz’altro godervelo anche se siete dei neofiti sull’argomento. È estremamente probabile che vi ritroviate a un certo punto a interrompere la lettura e a chiedere a chiunque sia a portata d’orecchio “ma sapevi che…?”.

È abbastanza significativo che la nostra attenzione in materia di estinzioni di massa sia riservata essenzialmente solo agli animali: tendiamo ad associare la vita solo a esseri dotati di occhi e muscoli, ma non sono le sole forme di vita, né la prima o quella predominante. Gli animali proliferano sul Pianeta da solo seicento milioni di anni circa, eppure tutte le nostre definizioni di estinzioni di massa si basano sugli studi di fossili animali, ignorando le piante. Queste ultime, in genere, se la cavano un po’ meglio…

Una volta che una specie è estinta, che fare? Meglio fare un passo indietro, evitando di  sostituirsi alle divinità riportando in vita piante o animali che evidentemente non risultano più in grado di sopravvivere alle presenti condizioni? C’è chi sostiene che abbiamo già giocato a fare Dio sterminandoli, ma gli ingenti fondi necessari per farli “risorgere” potrebbero essere impiegati per risparmiare il medesimo destino a molte più specie. 

Eppure ci facciamo infinitamente meno problemi quando a essere colpite da estinzione sono creature che giudichiamo meno gradevoli: quante volte ci siamo chiesti se le zanzare non potessero sparire, insieme alle malattie che riescono a trasmettere? E che dire del virus del vaiolo, la cui scomparsa nell’ottobre 1979 venne festeggiata con una cerimonia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le istituzioni che monitorano l’estinzione biologica ignorano in modo sistematico gli agenti patogeni per gli esseri umani. Potremmo cercare di consolarci pensando che si tratta di esseri al limite tra vivente e non vivente, ma in alcuni casi non è così: per Dracunculus medinensis, un sottile verme nematode che infetta principalmente gli umani, ormai vicino alla fine della propria esistenza e di cui sappiamo davvero poco, non ci poniamo nemmeno il problema. Siamo specisti, nel senso che riteniamo la sopravvivenza della nostra specie superiore a quella delle altre.

Bisogna essere consapevoli del fatto che molte scelte, studi e prese di posizione non hanno base scientifica, ma dipendono esclusivamente dai gusti: se trovassimo carne di panda o rinoceronte al supermercato ci sarebbero proteste e levate di scudi, ma nessuno si sente in colpa aprendo una scatoletta di tonno… In Occidente non sarebbe accettabile mettere in tavola specie selvatiche in pericolo, se terrestri, ma i pesci non suscitano empatia, e li tagliamo con un grissino. Gli organismi più studiati e più protetti sono molto spesso quelli che ci piacciono di più, perché anche gli scienziati sono umani, e come tali hanno le loro preferenze. Eppure nemmeno gli animali più “carismatici” riescono a trarre beneficio da questo, visto come vanno le cose per lupi, leoni, elefanti.

Cosa significa, però, “estinto”? Dimostrare l’esistenza di qualcosa è infinitamente più semplice che provarne la sparizione: l’assenza di prove non è prova di assenza. Si dovrebbe poter scandagliare l’intero Pianeta nello stesso istante per poter affermare con sicurezza che una specie non c’è più: visto che non si può fare, fino a qualche tempo fa erano necessari cinquant’anni senza avvistamenti. Ora basta un più vago consenso accademico sul fatto che sia estinta “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ecco perché non è impossibile che qualche specie “resusciti”: vengono definite specie Lazzaro, anche se più che di una resurrezione si tratta di una ricomparsa. Forse è per questo che non ci si rassegna alla definitiva sparizione di alcune specie, e il tilacino, con i suoi numerosi avvistamenti sprovvisti di prove concrete, è forse l’esempio più famoso. Non si tratta solo di speranza, ma anche di un desiderio di assoluzione dalla colpa di averlo fatto sparire.

Nel 2003, per soli sette minuti abbiamo pensato di aver sconfitto l’estinzione: un neonato di bucardo, o stambecco dei Pirenei, clone dell’ultimo esemplare esistente (morto tre anni e mezzo prima), è tornato a respirare sulla Terra, anche se purtroppo non è riuscito a sopravvivere più a lungo a causa di una malformazione ai polmoni. Forse per questo si tratta di un evento passato abbastanza in sordina. Bisogna anche riflettere, però, su come potrebbe apparire il mondo al primo esemplare di una specie de-estinta; che sia un bucardo, un piccione viaggiatore, o un mammut, sarebbe più solo di qualunque altro esemplare esistito, anche dell’ultimo: se questo ha potuto crescere con un padre e una madre, magari con fratelli e sorelle o altri esemplari, chi riporteremo in vita per primo sarà completamente solo. Molte specie si trasmettono comportamenti in modo culturale, quindi il nuovo nato sarà totalmente sprovvisto dei mezzi e delle conoscenze per poter sopravvivere, anche se l’ambiente dovesse tornare a essere per lui favorevole. Sarebbe come far nascere e crescere un bambino in una stanza vuota. Se poi, come probabile, la sua nicchia ecologica è stata nel frattempo riempita da altri, la specie estinta reintrodotta sarebbe a tutti gli effetti una specie invasiva: si tratterebbe di un predatore che gli altri animali non sono più abituati a temere, o di una pianta che non ha più i parassiti specifici che la tenevano sotto controllo.

Se, in termini di fondi, riavere cinque specie significa perderne altre quarantadue, forse dovremmo imparare a lasciare andare chi abbiamo irrimediabilmente perso per salvare chi ancora può esserlo. “Tori Herridge, paleontologa specializzata in mammut ma contraria alla loro resurrezione, ha scritto sul Guardian: «Mi viene da piangere quando penso a quanto abbiamo perduto, gli animali che non vedremo mai. Ma […] se ci sentiamo così per il mammut, pensate a come si sentiranno i nostri figli quando faremo estinguere gli elefanti. Dovremmo concentrarci su questo, perché non accada mai».”

Saltando da un’estinzione all’altra nella storia del nostro Pianeta ci si sente inevitabilmente molto piccoli, all’inizio, salvo poi capire quanto siamo riusciti a essere ingombranti nella nostra epoca. Se in passato si riteneva che il numero di specie fosse necessariamente invariabile e invariato, vista la loro origine divina, ora sappiamo che non è così, conosciamo le nostre responsabilità e il peso di scelte e azioni. Basterà a renderci dei buoni giardinieri del nostro Eden?

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