La meraviglia delle piante

Micron
I colori del piumaggio sgargiante di un uccello, le cure che una madre dedica al suo cucciolo, un’alba o un tramonto: sono queste probabilmente le risposte più gettonate sulle meraviglie della natura. E le piante? Nel suo “Mirabilia”, Renato Bruni utilizza opere d’arte, più e meno note, come strumento per raccontare curiosi aneddoti botanici, unendo arte e scienza, in un'immaginaria mostra che, pagina dopo pagina, vorremmo tanto essere reale e visitabile.
Giulia Negri, 06 Febbraio 2019
Titolo

Mirabilia. La botanica nascosta nell’arte

Autore

Renato Bruni

Anno pubblicazione

2018

Editore

Codice Edizioni

Info

pp. 262; euro 28,00

Micron
Comunicatrice della scienza

Preparatevi a partire per un viaggio. Visiterete una mostra d’arte, dove ogni opera – qualcuna conosciuta, qualcuna un po’ meno – servirà a parlare di… scienza. Di piante, in particolare. La mostra è articolata su tre sale: una è dedicata alla relazione delle piante tra di loro, con l’ambiente e gli insetti, la seconda al nostro rapporto con loro, la terza guarda al nostro futuro insieme. Ma non si tratta di una mostra vera: Renato Bruni ci accompagna in questa visita immaginaria, dove le opere di Banksy, Degas, Dürer, Rivera, Warhol e molti altri sono il trompe l’oeil, lo stratagemma che apre orizzonti inattesi. Difficile arrivare alla fine del capitolo senza esclamare, almeno mentalmente, “ma dai!”, o “ecco perché ha scelto quell’opera”.

Le piante sono un po’ la Cenerentola della natura: quando si tratta di ambiente, è molto più facile che si parli di animali, che monopolizzano un po’ il discorso in questo senso. In fondo, i vegetali non corrono, non ci guardano con occhioni contornati da lunghe ciglia, per far sì che vengano a mangiare dalle nostre mani dovremmo – si fa per dire – mettere radici. Tendiamo a darle per scontate anche senza vederle o notarle più di tanto nell’ambiente che ci circonda, siamo affetti dalla cosiddetta “plant blindness”: siamo incapaci di apprezzare la loro fondamentale importanza, l’estetica e la peculiarità di ognuna di esse dal punto di vista biologico, a causa della nostra visione antropocentrica che le ha sempre relegate un gradino al di sotto degli animali, quasi non fossero degne della nostra attenzione.
Forse è proprio per riscattarle che Bruni, professore associato in Botanica e Biologia farmaceutica presso il dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università di Parma, crea questa Wunderkammer, questa camera delle meraviglie, dove snocciola capacità curiose e particolarità di numerose piante.
Sapevate, per esempio, che le piante sono in grado di estrarre i metalli pesanti dal terreno? Dare inizio a una sorta di agricoltura mineraria non sarebbe sostenibile, ma utilizzarle per bonificare il suolo forse sì. Immaginavate che i racconti di possessioni demoniache e di deliri collettivi sulle montagne e in Nord Europa tra Medioevo e Rinascimento, che hanno portato a roghi di case, raccolti – e incidentalmente anche di qualche presunta strega – avessero in realtà una spiegazione scientifica? Colpa della segale, o meglio di un fungo che la colonizza, facendole produrre un cilindro ricurvo pieno di nutrienti, detto sclerozio. Se il contagio nel campo era ampio, il pane risultava ricco di sostanze chiamate alcaloidi, molto simili per composizione chimica ed effetti all’LSD.

Se siete convinti che il problema più grande della marijuana sia quello della legalizzazione o degli effetti sulla salute, forse questi dati vi faranno ricredere: «Stime effettuate su comuni lampade da 600 W rivelano che un chilogrammo di infiorescenze di cannabis implica l’emissione in atmosfera di 4.600 chilogrammi di anidride carbonica, il che vuol dire che la produzione annua degli Stati Uniti corrisponde all’impatto ambientale di 3 milioni di autoveicoli, con un incremento del 97% rispetto alla produzione in campo aperto. Nel 2012 l’energia elettrica impiegata dalle coltivazioni indoor americane corrispondeva all’1% dell’intero consumo nazionale, pari a quella necessaria a rifornire 1,7 milioni di case o se si preferisce un riferimento più quotidiano e voluttuario, l’energia necessaria a produrre una sigaretta di marijuana in serra corrisponde a quella che serve per 18 pinte di birra.»
Ma non solo noi ci serviamo delle piante: anche gli insetti le sfruttano, o – per meglio dire – hanno raggiunto un più o meno equilibrato do ut des. Se sei un vegetale che cresce in zone buie, umide e poco ospitali per le api, come puoi farti notare e attirare qualcuno in grado di portare a termine l’impollinazione? Non solo nettare, ma fiori riscaldati.
E la cattiva fama dell’assenzio è meritata? Avviatevi tra le sale della mostra per scoprirlo, non voglio anticipare altre sorprese.

In ogni sala, in ogni capitolo, i disegni fanno sembrare questo libro un vero e proprio erbario, come quelli in via d’estinzione di cui si parla in “L’erbario nell’era della sua riproducibilità tecnica”. Si arriva a desiderare che esistano davvero mostre così, oltre che libri: ci si rende conto di quanto la nostra cecità per il verde ci sottragga, in un daltonismo naturale che alla lunga potremmo pagare caro. Tutti i nostri discorsi sul futuro non possono prescindere dalle piante, che non si limitano a convertire l’anidride carbonica in ossigeno, ma fanno molto, molto di più. Se solo riuscissimo a vederle come i mirabilia che sono.

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