La scienza non è tutto, parola di Thomas Nagel

Micron
È evidente che la concezione materialistica della natura non è riuscita a spiegare caratteristiche fondamentali connesse con la mente come la coscienza, l’intenzionalità, il significato e i valori. Secondo Thomas Nagel, questo fallimento minaccia di mettere in questione l’intera immagine naturalistica del mondo, che si estende alla biologia, alla teoria evoluzionistica e alla cosmologia.
Titolo

Mente e cosmo. Perché la concezione neodarwiniana della natura è quasi certamente falsa

Autore

Thomas Nagel

Anno pubblicazione

2015

Editore

Raffaello Cortina Editore

Info

pp.154; euro 13,60

Micron
Filosofia della Scienza

Un libro squisitamente filosofico che tenta di gettare uno sguardo nuovo, di spostare l’angolo di visione da un punto ad un altro del percorso della scienza o, almeno, del modo in cui siamo abituati a concepirla. L’autore di Mente e Cosmo, Thomas Nagel, professore emerito di Filosofia e Diritto alla New York University, propone una teoria che può risultare sconcertante ma di estremo interesse per chi volesse scoprire in che modo la scienza si radichi nella struttura della mente dell’uomo che la studia.
Nagel si pone un intento preciso ed un compito arduo: dimostrare se e come lo storico problema della relazione tra mente e corpo, inteso come interazione tra cervello e comportamento degli esseri viventi, sia anche un problema che investe la natura stessa delle scienze fisiche e della biologia evolutiva. Uno sguardo diverso sulla complessità di questo problema potrebbe dare nuova linfa alla descrizione che la scienza propone del mondo fisico.
La consapevolezza che spinge il filosofo statunitense sin dalle prime pagine del libro è che la messa in rilievo dell’incapacità da parte della scienza di risolvere tutti i problemi dell’universo, almeno con gli strumenti che utilizza oggi, apra ad una fase di spinta verso nuovi percorsi di ricerca. Questa consapevolezza è legata ad un altro elemento di tipo storico: guardando retrospettivamente siamo in grado di comprendere con chiarezza che ci troviamo, come uomini e scienziati, in un punto storico-scientifico che sarà inevitabilmente superato dalle future generazioni. Il superamento di questo momento, come di ogni stadio evolutivo, può avvenire solo basandosi sui successi che la scienza ha prodotto e continua a produrre.
Il libro si presenta come un classico trattato di filosofia, in cui si espone un’ ipotesi e si procede a dimostrarla con delle argomentazioni logiche. L’oggetto del trattato è però la scienza, quindi c’è ben poco spazio per la millenaria arte della retorica e, anche se l’autore a tratti ci si lascia trasportare, i suoi ragionamenti si fondano tutti su un’ amplia letturatura scientifica.
Il leitmotiv è che la biologia non può essere una scienza puramente fisica.
Quest’osservazione si snoda nello scontro dialettico per eccellenza: quello tra riduzionismo scientifico e antiriduzionismo. Dunque la realtà fisica non è la sola realtà della quale sarebbe costituito il mondo: coscienza, intenzionalità, valori, cognizione, sarebbero elementi che la scienza dovrebbe tenere in considerazione, se il suo obiettivo è quello di spiegare tutto. Si spera che gli scienziati più avveduti non si sognerebbero neppure di voler “ridurre” la realtà al solo dato fisico. La scienza contemporanea, più che la filosofia contemporanea, ha superato lo scandalo dualistico della realtà, che vedrebbe contrapponsti mente (già res cogitans) e corpo, cosmo o realtà oggettiva (già res extensa). L’autore riafferma però quel paradigma, ormai desueto, della divisione rigorosa delle realtà che fa da legame con una divisione delle discipline di studio, che si dovrebbe semmai superare, tra quelle che si occupano del mondo e quelle che si occupano dell’uomo.
Nagel è apertamente polemico nei confronti del neodarwinismo, teoria scientifica maggiormente accreditata per la spiegazione dello sviluppo evolutivo dei sistemi naturali. Secondo la teoria neodarwiniana l’unità fondamentale dell’ereditarietà è il gene. Sarebbe proprio questo, con il suo egoismo, a produrre evoluzione biologica (organismi) per puro “spirito” di autoconservazione. Questa teoria si basa sui fondamenti dell’evoluzione delle specie di Darwin e li amplia attingendo alla genetica, alla citologia, alla paleontologia e alla botanica. Nagel comincia col voler dimostrare che questa teoria sarebbe sostanzialmente falsa.
Il filosofo statunitense ritiene altamente improbabile che la vita sia il risultato di eventi fisici casuali in combinazione con la selezione naturale. Questo il punto di partenza. Non si tratta, nelle parole dell’autore, di una posizione assunta da un punto di vista della credenza religiosa o di una particolare alternativa, ma si vuole invece sottolineare come le evidenze scientifiche sull’origine della vita ammettano un certo margine di incredulità nei confronti della teoria neodarwiniana. Si tratta però di una teoria probabilistica che mostra l’alta probabilità che la vita si sia formata attraverso l’autoconservazione del gene, la selezione naturale e la capacità di riproduzione degli organismi. Per spiegare una complessità come l’origine della vita è più ragionevole procedere “per gradi”, evoluzionisticamente, anzichè ritenere che non vi sia soluzione, dal momento che non si riesce a spiegare in maniera completamente esaustiva questa complessità.
Passaggio importarte nel nuovo sguardo proposto dall’autore è la comparsa della categoria di “mente“, come elemento derivante dalla storia evolutiva. Dato che la fisica e la chimica non sono ancora completamente in grado di spiegare il funzionamento preciso di quel processo di pensiero, immaginazione, memorizzazione, che chiamiamo “mente”, si dovrebbe, secondo Nagel, ripensare l’intero apparato delle evidenze scientifiche raggiunte fino ad oggi.
La domanda sarebbe spontanea: da quale punto dovremmo cominciare questa utopistica rifondazione della scienza? Non si trova risposta nel libro, in linea con l’intento di sollevare una serie di problemi e non di fornire alternative. Si ha il sentore che l’unico riduzionista sia proprio Nagel. La scienza è perfettamente cosciente della complessità della natura delle cose. Introdurre l’elemento “mente” nella spiegazione dell’ordine naturale non è aggiunta di un’ulteriore complessità, ma riduzione degli oggetti della realtà a due grandi enti: la mente e il cosmo. Forse, come dimostrano ad esempio le ricerche sul ruolo dell’osservatore nella fisica quantistica, le cose sono estremamente più complesse e queste grandi entità identificate non già da Nagel, ma da buona parte della tradizione filosofica occidentale, hanno tra di loro innumerevoli richiami e rimandi vicendevoli che non è possibile in alcun modo ignorare.
Ragionare per categorie dicotomiche come bianco o nero, mente e cosmo, non è della scienza, dovrebbe smettere di essere anche della filosofia che si occupa di scienza, così come la necessità di cogliere argomenti totalizzanti della realtà non è più pretesa della scienza contemporanea e non dovrebbe esserlo della filosofia. Lo scopo di totalizzare la realtà è quanto di più lontano ci possa essere dalla teoria evoluzionistica, che ragiona invece per aumento nel tempo di complessità organiche, non già formate, non totali, quindi non-chiuse ma sempre costantemente in evoluzione.
Secondo l’autore quando gli “ottimisti scientifici” parlano di teoria del tutto, si riferirebbero al fatto che le leggi fondamentali della fisica possano effettivamente spiegare tutto, un tutto filosofico almeno, nel cui concetto, astratto per antonomasia, rientra tutto, ma proprio tutto, anche ciò che non conosciamo ancora. Per teoria del tutto si intende invece evidentemente la ricerca di una teoria che mostri una spiegazione elegante e più semplice delle teorie fisiche che ad oggi conosciamo.
Nagel affronta anche la teoria cosiddetta teista, in cui la spiegazione dell’ordine naturale si attua a partire dalla mente come coscienza e intenzionalità. Il problema è che si considerano entrambe le teorie, quella teista e quella riduzionistico naturalista, sullo stesso piano, come se l’evoluzionismo fosse una questione puramente di fede, al pari del teismo più classico. L’autore dichiara però che il suo ambito di ricerca si concentra proprio in quella zona grigia derivante dall’incontro delle due teorie. Ed è proprio in quella fascia di intersecazione che Nagel cercherà una risposta, seppur parziale, alle proprie domande.
Un buon libro che fa riscoprire, anche agli appasionati di scienza, il piacere della disquisizione filosofica in ambito scientifico, di assaporare le forme del pensiero che intrecciano parole e concetti e li presentano in maniera fluida e godibile.

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