La storia dell’Aids: il passato, il presente e il futuro di una malattia che non va dimenticata

Micron
Non è solo l'epidemia che ha causato ad oggi nel mondo oltre 35 milioni di morti, che ha cancellato anni di liberazione sessuale e ridato vigore alla paura del diverso. E anche la malattia che ha indotto clamorosi avanzamenti delle conoscenze scientifiche, la nascita dell'attivismo dei pazienti e, qualche volta, la vittoria della solidarietà sui profitti.
Francesco Aiello, 01 Dicembre 2017
Titolo

Breve storia di una malattia che ha cambiato il mondo

Autore

Cristiana Pulcinelli

Anno pubblicazione

2017

Editore

Carocci editore

Info

pp. 211; euro 16,00

Micron
Biologia e Comunicazione della Scienza

Venerdì 1° dicembre, come ogni anno, è la Giornata mondiale contro l’Aids.
Gli ultimi dati ci dicono che oggi vivono al mondo 36,7 milioni di persone con infezione da HIV, che nel 2015 si sono infettati 2,1 milioni di persone; che oltre 17 milioni sono in cura con antiretrovirali, contro i 7,5 milioni del 2010. Nell’ultimo rapporto dell’European Center for Disease Control (Ecdc) e dell’Oms si evidenzia, come la regione europea dell’Oms, che comprende tutto il continente fino alla Russia, è l’unica nel mondo in cui il numero di nuove infezioni da Hiv sta salendo. Una delle cause di questo trend è la diagnosi tardiva, che riguarda il 51% delle persone infette, che quindi sono contagiose per anni senza saperlo.
In Italia i numeri di nuovi casi non accennano a diminuire. Nel 2016 sono state riportate 3.451 nuove diagnosi di infezione da HIV pari a 5,7 nuovi casi per 100.000 residenti. Questo dato che si è mantenuto stabile negli ultimi 5 anni. Un incremento riguarda le nuove infezioni nei giovani tra i 25 e i 29 anni, fascia in cui si è abbassata la percezione del rischio.
In particolare la Lombardia, con circa 20.000 persone affette da HIV e AIDS (e Milano che ne registra 400 all’anno) è al primo posto tra le regioni italiane, seguita da Lazio, Emilia Romagna e Liguria.
L’Aids colpisce tutti i paesi del mondo, da ciò risulta come sia importante unirsi su scala mondiale per poter agire insieme contro un’epidemia che da quando ha avuto origine ha causato circa 20 milioni di morti. Il fatto che la malattia abbia un grosso raggio di diffusione porta ogni essere umano a poter entrare in contatto con il virus: le informazioni e le numerose pubblicazioni che riguardano il virus Hiv e l’Aids danno a ciascuno la possibilità di conoscere, sapere ed agire.
Ed è proprio in questo contesto che si colloca “Breve storia di una malattia che ha cambiato il mondo”, il nuovo libro della giornalista scientifica Cristiana Pulcinelli.
La storia dell’Aids ha inizio in un luogo e un tempo preciso. Il luogo è il tratto camerunense del fiume Sangha, un affluente del Congo, dove, intorno al 1920, qualcuno si mise in viaggio verso Léopoldville (l’attuale Kinshasa) dopo essere stato infettato, probabilmente durante una battuta di caccia, da uno scimpanzé portatore del ceppo di SIV (simian immunodeficiency virus) più simile a quello dell’HIV che si conosca. Dopo aver raggiunto Léopoldville, il virus è arrivato intorno al 1937 a Elisabethville (Lubumbashi) e due anni più tardi a Bakwanga (Mbuji-Mayi), dove si è verificata una differenziazione dei ceppi. Fino al 1960 il contagio si sarebbe propagato in modo relativamente lento lungo le direttrici delle linee ferroviarie fra le grandi città minerarie del Congo. Dopo di allora, però, la sua diffusione divenne sempre più ampia e rapida. Fra le ipotesi più solide avanzate vi sono i cambiamenti sociali avvenuti in quegli anni e il parallelo, marcato sviluppo della prostituzione a Kinshasa. Ma secondo i ricercatori al fenomeno avrebbero potuto paradossalmente contribuire anche le iniziative di salute pubblica intraprese per contrastare altre malattie: l’improvviso aumento del numero delle infezioni potrebbe essere fatto risalire infatti  al diffuso riutilizzo su più persone di aghi non adeguatamente sterilizzati per somministrare farmaci e vaccini. L’Aids, che nasce in Africa nella prima metà del Novecento, esce allo scoperto invece in America nella seconda metà dello stesso secolo. La sua apparizione avviene negli Stati Uniti, un paese che da poco tempo era stato investito da un’ondata radicale di cambiamento dovuto alla nascita del movimento contro la guerra del Vietnam, il movimento dei neri, quello dei detenuti, degli indiani, delle donne, degli omosessuali. Ma come fa ad arrivare il virus negli Usa? Tutti i dati e le analisi portano a concludere che il virus fosse migrato una volta sola dentro un individuo o una sacca di plasma, da Haiti all’America (negli ’60 molti haitiani andarono a lavorare nel Congo belga). Il triste evento accadde intorno al 1969. Arrivato negli Stati Uniti, agì in sordina per dieci anni senza che nessuno se ne accorgesse. Questo virus – ci ricorda la Pulcinelli – è speciale, conosce l’arte della pazienza, rimane in attesa della giusta opportunità, opportunità che gli viene data da sottogruppi sociali. Pazientando, arriva agli emofiliaci attraverso i prodotti ematici. Arriva ai maschi gay attraverso la trasmissione sessuale, forse dopo il contatto iniziale tra un americano e un haitiano. Qualcuno lo passa a Gaëtan Dugas. Qualcuno a Randy Shilts. Qualcuno lo trasmette  invece a Rock Hudson. E mentre il virus seminava morti negli Usa e in Europa entrava anche nel laboratorio di Françoise Barrè-Sinoussi. Ma chi sono Dugas, Randy Shilts e la biologa Barrè Sinoussi? Sono solo alcuni dei protagonisti del libro della Pulcinelli, ognuno con la propria vita che come tanti tasselli di un puzzle compongono la storia dell’Aids. Una storia che si snoda tra corsie di ospedali, di sacche infette, presunti “pazienti zero”, discriminazione razziali e di orientamento sessuale, di ipotesi complottistiche sull’inizio dell’epidemia passando per il “paziente di Berlino”.
Ma la Pulcinelli, e qui secondo noi sta l’importanza del libro, ci racconta anche come l’Aids sia sta la prima epidemia globale scatenata da un virus misterioso e letale che la società delle comunicazioni di massa abbia conosciuto. Ed è ovvio dunque, che la comunicazione abbia giocato un ruolo fondamentale nella sua storia come testimoniano i trent’anni di campagne sull’Aids.
I primi a muoversi sono, nel 1986 gli inglesi. Negli Usa si inizia nel 1987 con testimonial particolari: “persone impegnate nella lotta all’Aids, come pure malati e i loro parenti”. Nel 1988, per la prima volta, nella televisione statunitense viene usata la parola condom. Poi saranno i gay a spingere in senso liberal tutte le campagne. Mentre in Italia ci ricordiamo tutti la storica Pubblicità Progresso del 1987 “Fate l’amore proteggendovi. Farete la guerra all’Aids” e del 1988 che durerà fino al 1991 “Aids: se lo conosci lo eviti”. Campagne e pubblicità, che per dirla tutta, alcune volte hanno sortito un effetto contrario ovvero quello di demonizzare e ghettizzare i malati di Aids. Ma l’epidemia di Aids ha portato, nel giro di pochi anni, a mobilitazioni di comunità su vasta scala come mai si era visto prima nella storia della medicina. “Nessun movimento – scrive la Pulcinelli – ha generato un potere un cambiamento in massa del ruolo sociale del ‘paziente’. Anzi , per meglio dire, di persone che passano dall’essere considerate ‘vittime’ al diventare ‘esperti’, assumendo potere decisionale riguardo non solo alla propria cura, ma anche alla direzione della ricerca scientifica”.
In chiusura del libro l’autrice prova a tracciare quello che sarà il possibile  futuro dell’infezione. Sappiamo che uno dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU è porre fine all’epidemia di AIDS entro il 2030. Una sfida importante, che richiede non solo che si trovino farmaci migliori o nuovi vaccini, ma che si intraprenda un percorso veloce per portare i farmaci che già esistono laddove ancora non arrivano, come ad esempio in Africa. Lì, nonostante i grandi progressi ottenuti negli ultimi anni, ancora il 46% delle persone che dovrebbero prendere i farmaci non può farlo a causa di ostacoli politici, economici e culturali. E richiede anche che finalmente cada lo stigma che per anni ha circondato questa malattia e che, come sottolinea l’UNAIDS, è uno dei primi motivi della sua diffusione.

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