Lavarsi le mani? Una scelta rivoluzionaria

Micron
C’è stato un tempo in cui morire di parto nei nuovissimi ospedali europei è stata la normalità. Si moriva di una febbre incurabile che si diffondeva come un virus, di letto in letto, puerpera dopo puerpera. Una misteriosa “epidemia” che ha ucciso migliaia di madri in tutt’Europa a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento: la […]
Micron
Giornalista scientifica

C’è stato un tempo in cui morire di parto nei nuovissimi ospedali europei è stata la normalità. Si moriva di una febbre incurabile che si diffondeva come un virus, di letto in letto, puerpera dopo puerpera. Una misteriosa “epidemia” che ha ucciso migliaia di madri in tutt’Europa a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento: la febbre puerperale, la malattia più temuta dalle donne incinte e di certo la più sconosciuta ai medici del tempo. Nessuno dei pluridecorati medici europei sapeva indicarne la causa, né tantomeno conosceva le modalità di trasmissione.

A cambiare per sempre la storia delle puerpere e della medicina, però, sarà il medico ungherese Ignác Semmelweis con un’idea rivoluzionaria: lavarsi le mani prima di visitare le pazienti. Un’intuizione tanto semplice quanto sovversiva, perché puntava il dito contro ostetrici e ginecologi. Li accusava di essere untori e di portare in giro la malattia durante le visite alle partorienti. Ne Il morbo dei dottori (Codice Edizioni, 2020) Sherwin Nuland racconta l’appassionante storia del giovane Semmelweis alle prese con una scoperta più grande di lui. Un saggio in cui si intrecciano vicende storiche, politiche, il progresso scientifico, ma anche amicizie, amori, attriti e dissapori. Nuland riesce in modo brillante a far emergere tutte le contraddizioni di un periodo storico che guarda al progresso, ma che resta ancorato a vecchie tradizioni inconsistenti: da una parte c’è Semmelweis, ungherese a Vienna e per questo spesso emarginato, giovane e intraprendente, che mette in pratica il metodo scientifico e analizza i dati. Dall’altro c’è una generazione di medici più anziani che non può ammettere di aver sbagliato, per non minare l’autorità della categoria ma anche per non screditarla agli occhi dei pazienti. E chi poi avrebbe mai potuto risarcire quelle vite spezzate nel giorno più bello?

Si dall’inizio de Il morbo dei dottori Nuland ci catapulta a Vienna, nel 1847, dove le vite di Semmelweis e di una giovane partoriente si sfiorano senza incontrarsi, nell’enorme ospedale Allgemeines Krankenhaus aperto nel 1784. Proprio nel XVIII secolo, infatti, in tutt’Europa aprivano i battenti molti nuovi ospedali. Non c’era capitale o grande città che non ne avesse almeno uno: Londra per esempio ne aveva visti sorgere 5 in soli 25 anni, a Dublino venne costruito l’ospedale di maternità “Rotunda”, a Parigi nacque “La Maternité” e così via. Questi colossi erano il simbolo concreto di una presa di responsabilità da parte dei governi nei confronti dei poveri, nonché una grande scuola per i giovani medici. E dovevano essere un porto sicuro per le partorienti, ma non fu così. Divennero tutti focolai di una terribile “epidemia”: se fino a quel momento il tasso di mortalità per le madri che partorivano in casa in Europa continentale era in media di 40-50 su 10.000, nei nuovi ospedali sarebbe decuplicato. Per esempio all’Ospedale di Maternità di Londra, fra il 1833 e il 1842, morirono di febbre puerperale 587 donne su 10.000 e alla Maternité di Parigi, fra il 1830 e il 1834, furono invece 547, con un picco di 880: cifra che più tardi si sarebbe dimostrata almeno diciassette volte più alta di quella delle case del distretto in cui era situato l’ospedale.

Insomma, la febbre puerperale si manifestava come un’ecatombe silenziosa, invincibile e oscura, che si consumava davanti agli occhi di ignari untori: i medici e i loro assistenti, tutti maschi. C’era chi imputava la malattia a un’atmosfera malsana e faceva ventilare le sale. Chi invece credeva in una predisposizione personale della partoriente o addirittura nelle influenze cosmo-telluriche. O ancora chi pensava a un “arresto delle lochiazioni”: ovvero i lochi (liquidi fetali e residui placentari) non fuoriuscivano, ma stagnavano, putrefacevano e risalivano nei tessuti e nel sangue. Infine, ancora, in seguito alle autopsie svolte sulle madri ormai decedute, si iniziò a pensare che tutto quel pus trovato nel corpo delle poverette era latte materno, putrefatto, che ristagnava nel corpo. Si badi bene che neanche il latte materno era conosciuto davvero: si pensava che fosse composto da fluido mestruale trasformato e arrivasse ai capezzoli direttamente dall’utero, tramite un dotto. In questi casi, quindi, il latte doveva aver deviato dal suo normale percorso.

Nuland ci porta a spasso nella storia della medicina raccontando tentativi ed errori dei medici e persino una rara ammenda passata sottotraccia. Prima di Semmelweis, infatti, il medico scozzese Alexander Gordon aveva iniziato a sospettare del suo ruolo da untore: su 77 partorienti che lui stesso aveva curato ad Aberdeen, 28 morirono. Fu Gordon per primo a capire che la malattia si propagava tramite contagio ed era trasferita dai medici e nel 1795, nel suo A treatise on the epidemic puerperal fever of Aberdeen, scrisse: “è una spiacevole rivelazione per me, ammettere che io stesso sono stato il mezzo di trasporto dell’infezione ad un gran numero di donne”. Da quel momento molti medici che si recavano nelle case delle partorienti iniziarono a lavarsi e cambiarsi d’abito: a volte i loro vestiti venivano addirittura bruciati. Ma questa pratica più che una prassi igienica, sembrava un rito scaramantico. E le osservazioni di Gordon furono presto dimenticate, soprattutto negli ospedali.

Semmelweis arrivato quasi per caso nel reparto di ostetricia dell’Allgemeines Krankenhaus invece prende a cuore il destino delle madri e si impegna duramente per venire a capo della malattia. Si accorge che c’era qualcosa di strano: le epidemie di febbre puerperale erano molto più intense negli ospedali, che tra le donne che partorivano in casa. Non solo l’incidenza della malattia era inferiore, ma anche la mortalità: quando la malattia si verificava dopo un parto in casa, ne moriva il 35% delle vittime. In ospedale invece fra l’80 e il 90%.

Nuland ci conduce per mano tra i dati a disposizione del giovane medico ungherese e, di fatto, ci costringe a seguire con lui il metodo scientifico. Semmelweis infatti inizia una meticolosa raccolta di dati e scopre che nei trent’anni in cui il direttore della clinica ostetrica era stato Johann Boër, la mortalità delle partorienti si aggirava intorno all’1%. Ora, con il nuovo direttore Johann Klein che faceva eseguire ai suoi assistenti una dozzina di autopsie al giorno, invece la mortalità era salita fino all’11%. Nulla di tutto ciò invece stava accadendo nel nuovo reparto maternità, che Klein aveva riservato al tirocinio delle ostetriche, dove i medici né tantomeno gli assistenti passati per la sala settoria visitavano le puerpere.

L’ultimo tassello del puzzle Semmelweis lo incastra quando muore improvvisamente il suo amico e collega Jakob Kolletschka. Questi si era ferito nel corso di una autopsia praticata sul cadavere di una giovane madre e pochi giorni dopo era deceduto per lesioni e infezioni simili a quelle che si riscontravano sulle donne morte per febbre puerperale.

Come racconta Nuland nella traduzione di Giuliana Picco, Semmelweis – seppur con semplici statistiche alla mano – studiando a fondo e valutando le prove elabora una teoria rivoluzionaria per l’epoca. Riesce a provare che “la febbre puerperale veniva causata attraverso la diretta inoculazione dalle mani proprio di quei medici che combattevano per prevenirne l’occorrenza”. Aveva scoperto la causa, un’infezione batterica, e il vettore di trasmissione: i medici. Ora bisognava arrestare il contagio: obbliga tutti i medici, gli assistenti e le infermiere della prima divisione dell’Allgemeines Krankenhaus a lavarsi le mani con una soluzione di cloruro di calce all’entrata e a cambiare le lenzuola sporche delle partorienti con altre pulite. I fatti gli danno immediatamente ragione: nel giro di pochi mesi le morti calano dall’11% al 5% e dopo due anni si assestano sull’1%, lo stesso tasso che da sempre c’era anche nella seconda divisione. Quella ad uso esclusivo delle ostetriche.

Semmelweis ha sconfitto la malattia e ha dimostrato le sue ipotesi. Eppure nulla può contro il suo direttore Klein, che lo osteggia in tutti i modi, sia come professionista che con attacchi politici, in quanto straniero. Tanto che Semmelweis decide di lasciare Vienna per sempre. Nuland non si risparmia nella caratterizzazione psicologica del medico, ritrae fedelmente la sua depressione, il suo senso di inferiorità, il suo desiderio di rivalsa mai spento fino al suo ricovero in manicomio. E pure la sua cocciutaggine: Semmelweis non sprecò alcuna parola in più per convincere i suoi colleghi dell’importanza di lavarsi le mani, si aspettava che riuscissero a vedere in quei dati le stesse cose che vi leggeva lui.

Solo dopo i risultati di Pasteur, Lister e Koch che definirono in maniera definitiva il meccanismo di trasmissione delle malattie infettive, Semmelweis ha avuto giustizia. E chiunque sia passato per una visita medica o un intervento chirurgico ha un debito con lui.

Titolo

Perduta e attesa

Autore

Nell Freudenberger

Anno di pubblicazione

2020

Editore

Codice edizioni

Info

180 pp, euro 16,00

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