Le “altre menti”. Viaggio nel mondo dell”intelligenza animale

Micron
L’aspetto più importante di questo agile e prezioso volume scritto a quattro mani da Cinzia Chiandetti, ricercatrice dell'Università di Trieste ed Eleonora Degano, giornalista scientifica è che permette a un non addetto ai lavori di interrogarsi in merito alla domanda forse più significativa sul rapporto fra intelligenza umana e animale, ovvero se sia davvero lecito assumere una discontinuità intellettiva fra noi e le altre specie.
Cristina Da Rold, 07 Dicembre 2017
Titolo

ANIMALI. Abilità uniche e condivise tra le specie

Autore

Cinzia Chiandetti, Eleonora Degano

Anno pubblicazione

2017

Editore

Mondadori Università

Info

pp. 112; euro 12,00

Micron
Giornalista scientifica

Tag

L’aspetto più importante di questo agile e prezioso volume scritto a quattro mani da Cinzia Chiandetti, ricercatrice e docente all’Università di Trieste ed Eleonora Degano, giornalista scientifica è che permette a un non addetto ai lavori di interrogarsi in merito alla domanda forse più significativa sul rapporto fra intelligenza umana e animale, ovvero se sia davvero lecito assumere una discontinuità intellettiva fra noi e le altre specie.
La tesi delle autrici è che oggi questo tipo di discontinuità, in relazione a una sola funzione cognitiva, non è più sostenibile: come esseri umani ci distinguiamo dalle altre specie di animali per lo stesso grado di peculiarità cognitiva che distingue una specie animale da un’altra. Per condurre il lettore per mano lungo una sorta di fact-check a supporto di questa tesi, le autrici raccolgono una serie di curiosi esempi di animali più o meno noti (si va da ratti e pulcini fino agli uccelli giardinieri e ai gamberi killer della Louisiana) associandoli a rigorosi studi scientifici e sviluppandoli intorno a due nodi: quali sono oggi le conoscenze condivise e innate fra le specie e quali invece le abilità uniche e straordinarie, i “talenti” potremmo dire, che rendono alcune specie decisamente più abili di noi in quella specifica capacità cognitiva. Basti pensare per esempio ai colombi, che riescono a riconoscere la rotazione di un oggetto qualsiasi sia il grado di variazione angolare.
L’evoluzione – spiegano le autrici – ha lavorato su due diverse linee. Da un lato ha plasmato meccanismi specie-specifici, ad esempio il linguaggio per noi esseri umani; ma ha anche modellato processi condivisi per risolvere problemi che riguardano le diverse nicchie ecologiche, come le strategie di apprendimento. Il libro dedica diverse pagine al ruolo dell’imprinting e delle conoscenze innate, un tema ampiamente discusso da grossa parte della filosofia Novecentesca, a partire dalla Gestalt. Studi sui cani, ad esempio, hanno mostrato chiaramente che comprendono le proprietà fisiche di un oggetto (come la solidità) e sono quindi in grado di capire se un altro oggetto è in grado o meno di nasconderlo. I bonobo, a loro volta, si rendono conto che un pezzo di cibo solido può cambiare l’orientamento di un altro oggetto che vi sta sopra, una capacità che hanno anche i nostri bambini fin da piccoli. Ciò significa che anche queste specie hanno una conoscenza intuitiva delle proprietà fisiche degli oggetti.
Ma non solo. Le autrici si soffermano, fra le altre cose, su un aspetto condiviso fra diverse specie che a prima vista può sembrare assurdo: la capacità di contare. Non c’è dubbio che sussista un valore adattativo delle abilità legate al numero, cioè la capacità di compiere scelte alimentari convenienti o difendersi meglio dagli attacchi, di predare con maggiore efficacia o riprodursi di più. Un valore adattativo che si esprime sia – appunto – nel contare, cioè nel concetto di numero cardinale, che in quello ordinale, nella scelta per esempio del terzo o del quarto contenitore all’interno di un esperimento pensato ad hoc. Indicativo è il caso dei pappagalli Alex e Griffin, coinvolti in un esperimento per indagare la loro capacità di associare i suoni alle quantità. I ricercatori inizialmente fanno ascoltare a Griffin due clic, sperando che produca la risposta attesa e dica “due”, ma non accade. Poco dopo fanno sentire al pappagallo altri due clic, sempre speranzosi di sentire “due”, ma con stupore sentono non lui ma l’altro pappagallo, Alex, gracchiare “quattro!” e dopo altri due clic “sei!”.
Ad accomunare le nostre capacità cognitive e quelle di altre specie è il fatto che «quella che si crea nella nostra mente è una rappresentazione funzionale che ci permette di muoverci nell’ambiente in modo efficace. E questo è quanto basta», concludono le autrici. In questo senso studiare la mente nella sua accezione più ampia, intendendo anche le “altre menti” cioè quelle animali, è insieme affascinante e necessario. Per citare ciò che scrive il neuroscienziato Giorgio Vallortigara nella prefazione del libro, “vale la pena rinunciare a ogni genere di facile e spesso accondiscendente sentimentalismo nei riguardi degli altri animali, per poter capire, invece, e meravigliarsi di come sono davvero le altre menti”.

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