Le scimmie non scimmiottano. Mille pregiudizi sul mondo animale

Micron
La scena è famigliare a chiunque abbia ospitato un cane in casa. Mentre è solo, il nostro amico ne combina una delle sue: mangia la merenda dei bambini dagli zaini di scuola, fa a pezzi le pantofole preferite del padrone o si accuccia nel posto proibito contravvenendo alle regole fermamente pattuite. Viene scoperto e sonoramente […]
Giovanna Dall’Ongaro, 02 Febbraio 2016
Titolo

Piccoli equivoci tra noi animali. Siamo sicuri di capirci con le altre specie?

Autore

Lisa Vozza, Giorgio Vallortigara

Anno pubblicazione

2015

Editore

Zanichelli

Info

pp. 256; euro 11,82

Micron
Giornalista Scientifica

Tag

La scena è famigliare a chiunque abbia ospitato un cane in casa. Mentre è solo, il nostro amico ne combina una delle sue: mangia la merenda dei bambini dagli zaini di scuola, fa a pezzi le pantofole preferite del padrone o si accuccia nel posto proibito contravvenendo alle regole fermamente pattuite. Viene scoperto e sonoramente rimproverato. Cosa prova l’animale in quel momento? I segnali sono inequivocabili: lo sguardo addolorato, la testa inclinata, il corpo ritratto e il lamento soffocato appena percettibile. Tutto fa pensare al rimorso. In molti descriverebbero quell’atteggiamento come se si trattasse di un essere umano: “sa perfettamente di aver sbagliato”, “ora è mortificato e ci sta chiedendo scusa”. E’ questo il primo di una lunga serie di “piccoli equivoci tra noi animali” che la biologa Lisa Vozza e il neuroetologo Giorgio Vallortigara spiegano nel loro libro, fondamentale guida per aggiustare le storture del nostro rapporto con le altre specie. Con esempi puntuali e una narrazione efficace che si accontenta dell’essenziale, gli autori riescono in un’impresa per niente banale: deviare i lettori dal loro abitudinario punto di vista permettendogli di vedere ciò che finora, pur trovandosi sotto i loro occhi, gli era sfuggito. Svegliare chi dorme dal profondo sonno dogmatico può essere molto faticoso: bisogna fornire spiegazioni convincenti per far digerire tesi controintuitive, si devono rispettare le ragioni di chi fa resistenza senza ridicolizzarle, è necessario agire diplomaticamente evitando imposizioni dall’alto. In tutto questo, i due autori hanno molto da insegnare. Di Giorgio Vallortigara ricordiamo un esemplare intervento di qualche anno fa sulla questione delle galline allevate a terra. Con la stessa efficace strategia adottata in questo libro, l’etologo ci proponeva allora una riflessione controcorrente: siamo sicuri che per gli animali sia proprio così salutare condividere enormi spazi con tanti altri simili piuttosto che rimanere chiusi in gabbia? Anche allora, come oggi, veniva contestata la tendenza degli esseri umani a servirsi sempre ed esclusivamente di un’unica chiave di lettura: l’antropomorfismo. Ma torniamo al cane “pentito” per capire di cosa stiamo parlando.

L’animale colto in fallo, infatti, non è in preda ai sensi di colpa ma si sintonizza sulle emozioni del padrone e reagisce semplicemente al tono di rimprovero della sua voce. A dimostrarlo ci ha pensato l’esperimento della neuroetologa Alexandra Horowitx del Barnard College di New York: i cani a cui era stato ordinato di non mangiare un biscotto venivano poi rimproverati sia che avessero obbedito sia che avessero trasgredito. In entrambi i casi gli animali mostravano lo “sguardo triste” che viene generalmente scambiato per rimorso. Lo stesso accade in mille altre circostanze: l’antropomorfismo non si ferma di fronte a nulla e per inerzia ingloba nelle sue categorie qualunque animale incontri, dalle scimmie, al koala, agli elefanti, agli uccelli. Così succede che finiamo per dare del “morto di sonno” a un babbuino, maschio alfa dominante, che spalanca la bocca non per sbadigliare ma per mostrare i denti agli altri rivali del suo gruppo, o del “pigrone” impenitente a un koala che staziona aggrappato al tronco di un albero non tanto per riposarsi ma per ricevere refrigerio dalla corteccia più fresca.

La nostra conoscenza del mondo animale è viziata da un radicato egocentrismo che ci porta a credere che tutti ci somiglino. Per pigrizia o, se vogliamo darci un tono, per “la legge di Occam” che ci invita a scegliere la spiegazione più semplice, siamo rimasti a lungo rintanati nella caverna platonica a osservare le ombre proiettate sui muri prendendole per vere. E quando scopriamo, grazie a un libro come questo, che esistono altre interpretazioni della realtà ci ritroviamo inevitabilmente, subito dopo essere scesi dal piedistallo, a dover necessariamente ridere di noi stessi.
Tolte le lenti dell’antropomorfismo ci accorgiamo, per esempio, che le scimmie non scimmiottano, non sono loro a imitare noi ma noi a imitare loro. Lo sa bene la primatologa Elisabette Visalbreghi che studia i comportamenti di questi animali allo zoo di Roma. Il più delle volte l’equivoco nasce così: il visitatore si gratta o fa qualcosa che la scimmia stava già facendo e poi conclude, sempre per “colpa” di Occam, che al di là della gabbia c’è qualcuno che gli sta facendo il verso.
Chiarito qualche equivoco? Ci chiedono i due autori alla fine di ogni capitolo costringendoci a uscire dalla caverna e guardare il mondo che ci circonda da nuove prospettive suggerite, questa volta, dalla scienza e non dal nostro “ego”.
Per seguire le indicazioni del biologo evoluzionista Stephen Jay Gould, per esempio, dobbiamo abbandonare immediatamente il vertice della piramide evolutiva, perché l’evoluzione, ha spiegato Gould, non procede dritta “sfornando” lungo il percorso prodotti sempre migliori e più complessi, piuttosto sbanda lungo la strada come farebbe un ubriaco senza meta. Una volta che accettiamo di non essere i più evoluti dell’universo, perché tutte le specie sono ugualmente evolute, possiamo superare anche il classico difetto del narcisista, disposto a rispettare l’altro solo perché è simile a se stesso.
E forse riusciremmo ad apprezzare la danza degli uccelli intorno a un compagno morto pur sapendo che non si tratta di un rituale funebre, ma di un modo per avvisare altri simili della presenza di un predatore. Trovando, per la prima volta, affascinante anche chi non ci somiglia.

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