Ma quanto è utile sbagliare

Micron
L’errore ha una cattiva fama: nel passato tutti ne parlavano male, ma anche oggi sono in molti a pensare che l’errore non abbia qualità. E invece il nuovo libro di Pietro Greco ci dà un’altra versione dei fatti.
Titolo

Errore

Autore

Pietro Greco

Anno pubblicazione

2019

Editore

Doppiavoce

Info

pp. 112; euro 12,00

“Anch’io ho commesso un errore”, ammetteva con tranquillità Cesare Polacco, alias l’infallibile ispettore Rock, mostrando la sua testa priva di capelli (a causa del mancato uso della nota marca di brillantina) in una pubblicità che divenne famosa tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta del secolo scorso.
A dimostrazione del fatto che non esiste chi non sbaglia mai. Ciononostante, l’errore ha una cattiva fama: nel passato tutti ne parlavano male, ma anche oggi sono in molti a pensare che l’errore non abbia qualità.
E invece… e invece il libro di Pietro Greco (“Errore”, Doppiavoce editore, pp.109, euro 12,00) ci dà un’altra versione dei fatti: l’errore nel corso dei secoli ha cambiato il suo statuto fino a essere considerato non  più un male da evitare, non assenza di conoscenza, ma al contrario un modo per acquisire conoscenza. Noi, che rientriamo nella categoria di coloro che sbagliano spesso, siamo felici che la storia di come l’errore sia stato riabilitato venga narrata in un così piacevole libro.

Parte da lontano Pietro Greco, in particolare da Agostino d’Ippona per il quale l’errore era semplicemente il male, o meglio l’assenza del bene, e, dopo un breve excursus tra le varie concezioni dell’errore proposte dai filosofi del passato, riassume dieci dei più importanti errori commessi da grandi scienziati.
Il primo racconto riguarda Cristoforo Colombo che partì da Palos con le tre caravelle quel famoso 3 agosto del 1492 proprio a causa di un errore. Si trattava di un errore commesso non da lui, o almeno non in prima istanza da lui, ma da Tolomeo nel II secolo dopo Cristo. Il grande matematico e astronomo, che passò alla storia per il modello del cosmo noto appunto come tolemaico, fu anche autore di una Geografia che forse è il primo testo a proporre una geografia scientifica, basata sulla geometria. Tuttavia, anche Tolomeo geografo (oltre al Tolomeo astronomo, come sappiamo) commise un errore: rimpicciolì la Terra, attribuendole un diametro del 30% più piccolo di quello che conosciamo oggi. L’errore di Tolomeo è strano in quanto ben quattrocento anni prima Eratostene di Cirene aveva raggiunto un risultato molto più vicino alla realtà: il diametro della Terra misurato da Eratostene differisce da quello accettato oggi solo dell’1% .

Perché Tolomeo sbagliò? Il libro di Greco spiega quello del grande matematico come un errore da perdita di memoria, ma non abbiamo spazio per raccontarlo qui. Sta di fatto che Colombo, proprio grazie all’errore di Tolomeo (e probabilmente grazie anche a qualche altro errore di calcolo farina del suo sacco) scoprì l’America, perché – dice Greco – se il navigatore genovese avesse conosciuto la reale distanza che separa l’Europa dall’Asia, il viaggio per raggiungere le Indie via mare sarebbe stato improponibile.
Tra gli altri errori famosi che il libro racconta c’è quello di Enrico Fermi e del suo gruppo di fisici (i ragazzi di via Panisperna) che nel 1934 pensano di aver ottenuto due nuovi “elementi transuranici” (battezzati “ausonio” ed “esperio”) bombardando l’uranio con i neutroni e non si accorgono invece di aver ottenuto la prima fissione artificialedel nucleo atomico della storia. Un errore di diverso tipo: Greco lo chiama un errore nell’interpretazione dei dati. Lo stesso tipo di errore che viene commesso da Jean Baptiste Pierre Antoine de Monet, cavaliere di Lamarck, che propone cause erronee per spiegare il cambiamento delle specie, ma non per questo ricopre un posto meno importante nella storia della scienza, essendo il primo ad aver formulato la teoria dell’evoluzione biologica, mezzo secolo prima di Darwin, sconfiggendo l’idea della fissità delle specie.

Il libro ci racconta come Newton, Cartesio, Lord Kelvin, Galileo, Einstein, tutti i grandi scienziati commisero uno, a volte due o tre errori. Ma per capire che l’errore non è un disvalore bisogna aspettare il Novecento. È allora che le cose cambiano: l’errore non viene più considerato come un elemento patologico bensì come un elemento fisiologico nella produzione di nuova conoscenza.
E, anzi, si comincia a pensare che chi ha paura di commettere errori non sia un buono scienziato.
Fino ad arrivare al filosofo austriaco Karl Popper. Con lui l’errore assume un ruolo centrale nell’impresa scientifica, poiché è scienza solo ciò che può in teoria essere falsificato. Dunque, non esistono teorie vere, ma solo teorie di cui nessuno ha dimostrato che contengano un errore. Un ribaltamento di prospettiva che forse aveva intuito anche Einstein quando scrisse: “Gli errori ci aiutano a trovare a tentoni la via d’uscita dalla oscurità della caverna”.

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