Nuove energie, nuovi paesaggi

Micron
Un libro, scritto da un ricercatore del Delft Institute of Technology, mette in relazione i temi relativi alla transizione energetica con i cambiamenti spaziali necessari affinché questa abbia luogo.
Irene Sartoretti, 08 Febbraio 2016
Titolo

Landscape and Energy. Designing transition

Autore

Dirk Sijmons

Anno pubblicazione

2014

Editore

Nai010 publishers

Info

pp. 427; euro 65,00

Micron
Architetta e sociologa

L’idea di fondo che anima il libro è che l’utilizzo di risorse a basso impatto di CO2 non possa prescindere da un diverso uso e da una diversa percezione dello spazio. In particolare, il testo muove dalla critica dell’opinione diffusa che, in un contesto di transizione energetica fattasi necessaria, le questioni relative all’approvvigionamento di energia siano riconducibili esclusivamente a equipaggiamenti tecnici e siano indipendenti dalle concezioni spaziali.
La relazione fra energia e spazio è indagata in modo qualitativo, come evoca lo stesso titolo del libro. La parola Landscape (paesaggio) richiama infatti, secondo le stesse parole dell’autore, qualcosa che va ben oltre la dimensione spaziale. Implica cioè una molteplicità di dimensioni altre che riguardano sia il rapporto delle persone al loro ambiente, che una serie di valori culturalmente radicati. E, non da ultimo, implica dimensioni più propriamente individuali, come quella delle emozioni e della memoria.
Quanto sia pregnante l’aspetto qualitativo nelle questioni relative alla transizione energetica emerge con chiarezza se ci si sofferma, come fa brillantemente l’autore, su aspetti quali l’inquinamento visivo associato ad alcune fonti rinnovabili di energia, come l’energia solare e quella eolica.
Questo aspetto permette fra l’altro all’autore di far emergere un interessante paradosso, che risiede nel fatto che nessuno può dirsi contro lo sviluppo sostenibile e allo stesso tempo però nessuno percepisce quest’ultimo come una priorità, nel momento in cui prevale il rifiuto di certe infrastrutture tecnologiche, per la loro spiccata visibilità.
Più nello specifico, il libro tratta la transizione energetica scindendola in cinque sotto-dimensioni o, come le chiama l’autore, in cinque transizioni-parziali: la transizione economica, politica, tecnica, infrastrutturale e psicologica. Queste sotto-dimensioni abbracciano scale spaziali differenti, che vanno dalla macro-scala continentale europea, fino alla micro-scala del singolo alloggio.
Data la sua interdisciplinarietà, il libro si rivolge simultaneamente a più pubblici. Si rivolge in primis a un pubblico di designer, per mostrare loro le sfide e le opportunità che la transizione energetica racchiude per quanto riguarda la progettazione sia alla scala del dettaglio architettonico che a quella del paesaggio. Si rivolge poi a tecnici e ingegneri ambientali, che vengono così introdotti alle questioni che riguardano più propriamente la progettazione e la gestione dello spazio. Si rivolge infine ai semplici curiosi, che, secondo l’autore, possono leggere il libro come una sorta di provocazione riguardo al loro futuro e ai loro comportamenti.
Il libro è strutturato seguendo simultaneamente il filo di tre traiettorie tematiche. La prima traiettoria tematica concerne le quattro principali catene dell’energia, che sono quelle dell’illuminazione, del riscaldamento, dei trasporti e, per finire, quella della diffusione e dello stoccaggio dell’energia.
Il tema delle quattro catene è affrontato in una prospettiva storica che abbraccia il passato, la situazione presente e si apre all’immaginazione di possibili scenari futuri. In parallelo, sono presentati dei casi studio, ciascuno relativo a una delle quattro catene dell’energia.
I casi studio rappresentano la seconda traiettoria tematica.
Ogni caso studio contiene specifiche strategie d’azione, che riguardano le più diverse scale spaziali: dalla scala continentale europea, alla scala cittadina, nel caso specifico Rotterdam, fino alla scala minuta dei complementi d’arredo. E, a proposito di complementi d’arredo, viene immaginato un catalogo Ikea del 2050. Il catalogo include, fra l’altro, tappeti intelligenti muniti di sensori, in grado di regolare autonomamente e istantaneamente il rilascio di calore e, ancora, include docce con dispositivi di riscaldamento dell’acqua a infrarossi.
La terza e ultima traiettoria tematica è composta da cinque saggi scritti da altrettanti autori. I cinque saggi brevi riguardano rispettivamente l’economia, la politica, la tecnologia e il paesaggio inteso nella sua accezione emozionale. Nel loro insieme tengono cioè conto della complessa multidimensionalità della transizione energetica. Sull’ultimo dei cinque saggi brevi vale la pena spendere qualche parola, poiché questo tratta di aspetti tradizionalmente poco affrontati in ambito accademico in rapporto transizione energetica. Nello specifico, il saggio esamina il tema della transizione intendendola da un punto di vista emozionale e cioè della percezione che ne hanno le persone comuni, solitamente restie ad accogliere cambiamenti drastici del loro paesaggio, come quelli riconducibili alla presenza di turbine.
A questo proposito, l’autore affronta la questione di quella che lui stesso chiama “estetizzazione della nostra visione del mondo” e che a mio avviso è una questione particolarmente interessante e ancora poco esplorata. La visione estetizzata del mondo è, secondo l’autore, quella visione tipica dei Paesi post-industriali e in particolare di tutte quelle aree dove l’economia è di tipo terziario e quaternario, a seguito di massicci processi di delocalizzazione industriale. La delocalizzazione di gran parte della produzione industriale nei Paesi emergenti, come India e Cina, rende invisibile ai nostri occhi tutto quello che l’autore chiama il “lavoro sporco” e dà l’illusione di un’economia pulita dei servizi. È su questa illusione che, sempre secondo l’autore, si fonda gran parte dell’intolleranza estetica nei confronti della spiccata visibilità delle nuove tecnologie, quali pannelli solari e pale eoliche. Inoltre, per l’autore, il problema del lavoro sporco nascosto dietro le quinte riguarda non solo la produzione industriale di beni di consumo, ma la produzione stessa di energia dai combustibili fossili, che ha impatti visivi praticamente nulli sul vivere quotidiano delle persone.
E a questo proposito, l’autore distingue due tipologie di homo ecologicus. La prima è rappresentata da coloro che difendono il ritorno a produzioni di piccola scala nel quadro di un paesaggio di tipo arcadico ed esplicitamente anti-tecnologico. Un paesaggio che deve essere preservato e lasciato ai posteri il più visivamente intatto possibile. La seconda tipologia di homo ecologicus è, viceversa, rappresentata da coloro che considerano le grandi infrastrutture tecnologiche come parte integrante del processo di trasformazione sostenibile e che guardano positivamente al fatto che “i motori che fanno vivere la società” siano visibili.
A questo punto il libro si chiude lanciando una sfida ad architetti e paesaggisti.
La sfida è quella di riuscire a “domesticare i mostri” attraverso la pratica del design. A un design attento spetterebbe il ruolo di incorporare la tecnologia nel paesaggio, rendendo le due cose cognitivamente compatibili e, in qualche modo, attrattive. Invece di considerare il paesaggio come contenitore che riceve l’infrastruttura tecnologica, l’autore ribalta la prospettiva. L’infrastruttura tecnologica diventa per lui fruttuosa occasione di una riprogettazione paesaggistica. In questa prospettiva la questione cessa di essere quella di incorporare elementi percepiti come estranei all’interno di un paesaggio inteso come naturale. La questione diventa piuttosto quella della produzione di un nuovo paesaggio culturale.
Per finire, va detto che una ricca raccolta di immagini sotto forma di foto e di render, di tabelle, di grafici e di schemi riassuntivi rende la lettura di questo ampio “atlante dell’energia”, come lo definisce l’autore stesso, particolarmente veloce e piacevole.

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