Onde gravitazionali: storie di uomini

Micron
Dalle scommesse perse di Stephen Hawking alle perlustrazioni dei tunnel compiute da Rainer Weiss alla ricerca di vedove nere e serpenti, fino ai litigi al vertice del progetto LIGO. Nel libro di Janna Levin le sfaccettature umane che hanno accompagnato il percorso dalla previsione dell’esistenza delle onde gravitazionali da parte di Einstein alla loro rivelazione un secolo dopo.
Giulia Negri, 24 Marzo 2018
Titolo

Il blues dei buchi neri. Storia della scoperta delle onde gravitazionali

Autore

Janna Levin

Anno pubblicazione

2016

Editore

Mondadori

Info

pp. 112; euro 12,00

Micron
Comunicatrice della scienza

La scienza, a volte, sembra qualcosa di riservato a pochi eletti. Lo stesso Stephen Hawking, che ci ha lasciato pochi giorni fa, era l’emblema del genio, degli incredibili successi riservati a una mente straordinaria, anche se all’interno di un corpo che cercava di porle dei limiti. Restituiscono una dimensione più umana le numerose scommesse perse dal grande astrofisico, riportate nel dettaglio nel libro Il blues dei buchi neri. Storia della scoperta delle onde gravitazionali.
Ma le pagine non parlano solo di lui: Janna Levin riesce a restituire il genio, la determinazione, le ossessioni e i difetti dei principali protagonisti che hanno dato vita o preso parte al progetto LIGO (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory), primi tra tutti Rainer Weiss, Kip Thorne e Ron Drever.
Dalle peripezie e le difficoltà sorte nel corso dell’ideazione e della realizzazione, non si può fare a meno di ritrovare qualcosa del proprio quotidiano, fatto di lotte con la burocrazia, problemi di budget, discussioni e disaccordi tra colleghi. E, perché no, anche un po’ di incredulità verso un progetto creativo, ma stravagante. Il libro permette di immergersi in un secolo di ipotesi, progetti – non tutti andati a buon fine – e imprese quasi donchisciottesche: dopo che Einstein predisse nel 1916 l’esistenza delle onde gravitazionali – perturbazioni dello spaziotempo che si propagano proprio come onde – diversi scienziati hanno cercato di rivelarle. Il primo sperimentale a cimentarsi fu Joseph Weber, che costruì negli anni sessanta il primo tipo di rivelatore, un cilindro di 1400 chili di alluminio sospeso e isolato nel vuoto, che avrebbe dovuto risuonare come un diapason al passaggio delle onde. Perché? Perché quando queste perturbazioni incontrano un corpo, lo deformano.
Pochissimo, però. Si tratta di «variazioni relative della distanza pari al diametro di un nucleo atomico su una lunghezza paragonabile a 3 diametri terrestri». Weber, nel 1968, sostenne di essere riuscito a trovare coincidenze tra due rivelatori, pubblicò i risultati che credeva di aver ottenuto anche su Physical Review Letters, ma venne più volte smentito.
Questa fu una pesante eredità per Rainer Weiss, Kip Thorne e Ron Drever, quando cercarono consensi e supporto per le loro ricerche. L’idea era quella di misurare le onde gravitazionali facendo propagare raggi di luce tra diversi corpi posti a formare un triangolo rettangolo con la sorgente laser, sospendendo degli specchi liberi di oscillare parallelamente al terreno e tenendo sotto controllo la distanza tra essi, in attesa di una perturbazione. A quel punto, il modo in cui la luce si ricombina all’uscita dei due bracci svela se i due percorsi seguiti sono della medesima lunghezza.
Dal momento che la velocità della luce è costante, questo segnalerà il passaggio di un’onda gravitazionale.
Per “ascoltare il suono dello spaziotempo”, quindi, si voleva usare un interferometro. Mentre sulla Terra gli organismi pluricellulari si fossilizzavano, i dinosauri vagavano e si estinguevano, i resti dello scontro tra due buchi neri erano in viaggio. Raggiungevano la Via Lattea mentre incidevamo scene di caccia nelle caverne.
Gli anni di ricerche, prototipi, studi industriali, proposte, battaglie con il Congresso e miglioramenti sono stati solo l’ultima frazione del viaggio durato un miliardo di anni delle prime onde gravitazionali rivelate, ascoltato il 14 settembre 2015 dalla coppia di strumenti del progetto LIGO realizzati a Hanford e Livingston negli Stati Uniti.
“Il blues dei buchi neri”, comunque, non è costruito solo attorno ai dettagli tecnici. C’è tanta scienza quanto giornalismo nel raccontare una grande impresa partendo dalle vite e dalle idee di chi l’ha iniziata, portata a termine, o che ha dato il proprio contributo. Importante, tra le pagine e per la scienza, il fallimento di Weber: questo dimostra che, anche quando qualcuno non riesce a trovare la via giusta, il suo tentativo può far mettere qualcun altro in cammino, con più possibilità di raggiungere la vetta. Quello che porterete con voi, anche dopo aver girato l’ultima pagina, sarà un’immagine della scienza molto più umana, come un intreccio di tentativi riusciti e fallimenti, non come un inanellarsi di successi asettico e impersonale, guidato solo dalla logica e dall’oggettività.

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