Ricercatore? Quando posso

Micron
Si conclude in questi giorni l'epopea di Pietro Zinni e della "banda di ricercatori" protagonisti di "Smetto quando voglio". La trilogia che nasce come una commedia ci concede l’opportunità di una riflessione a tutto tondo: sulla precarietà dei nostri giovani ricercatori italiani. Il nostro Paese sembra offrire sempre meno possibilità ai suoi cittadini giovani, costretti a emigrare all’estero per realizzarsi professionalmente o, in molti casi, a rinunciare alle proprie aspirazioni in cambio di un lavoro sicuro.
Sara Mohammad, 14 Dicembre 2017
Titolo

Smetto Quando voglio ad honorem

Regista

Sydney Sibilia

Anno pubblicazione

2017

Info

Durata 1 ora 38 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Pietro Zinni, brillante neurobiologo, e i suoi amici ricercatori devono sventare il piano di un collega, determinato a sterminare i vertici dell’università e del ministero per vendicarsi di un’ingiustizia. È quello che succede, in pochissime parole, nel terzo capitolo di Smetto quando voglio, la serie di film che racconta le vicende di un gruppo di precari della ricerca, studiosi qualificati, con curriculum di alto livello, ma senza un lavoro.
La serie di Sydney Sibilia non è affatto campata in aria. Tempo fa il regista romano ha detto che l’idea di girare un film su un gruppo di amici ricercatori (un neurobiologo, un chimico, un economista, un archeologo e due latinisti), che decidono di liberarsi del precariato mettendosi a produrre droga, gli venne dopo aver letto su La Repubblica la storia di alcuni laureati in filosofia che facevano i netturbini. Anche se è difficile aspettarsi che un ricercatore punti sulla droga pur di racimolare qualche spicciolo di stabilità, il precariato in cui vivono ancora migliaia di protagonisti della ricerca italiana spinge a chiedersi quanti di loro in futuro saranno disposti a continuare a lavorare in queste condizioni.

RICERCATORI IN FUGA
Secondo gli ultimi dati raccolti dall’ADI(Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), quest’anno solo il 9,2% degli assegnisti di ricerca, la tipologia di contratto più diffusa dopo il dottorato, avrà la possibilità di essere strutturato, cioè di fare carriera rimanendo nell’università. “Significa che il 90,8% dei post-doc uscirà dal sistema universitario”, precisa Andrea Claudi, membro della segreteria nazionale dell’ADI e responsabile comunicazione. Qualcuno andrà senz’altro a fare ricerca all’estero, ingrossando le fila già numerose dei “cervelli in fuga”. Tuttavia “abbiamo il sospetto che non solo si abbandoni la ricerca in Italia,” sottolinea Claudi, “ma che si abbandoni la ricerca tout-court”. Di questo passo sempre più ricercatori saranno costretti ad accettare un lavoro in cui le competenze che ognuno di loro ha maturato nel corso di lunghi anni non saranno valorizzate.
Non è detto che chi abbandoni il progetto di lavorare all’università lo faccia sempre tempo dopo il dottorato. “Sappiamo che ogni anno circa 9.000 studenti iniziano un dottorato e circa 2.000 post-doc hanno un assegno di ricerca”, continua il responsabile comunicazione dell’ADI. Questi dati suggeriscono che già il passaggio dal dottorato al primo contratto da ricercatore (post-doc) non è scontato: 7.000 dottorandi decidono di abbandonare l’università alla fine del loro percorso di dottorato (sempre ammesso che tutti lo finiscano), per motivi che non sempre è facile indagare.

UN PERCORSO A OSTACOLI
Però, si può immaginare che alcuni di questi motivi abbiano a che fare con le opportunità che il mondo della ricerca offre ai giovani laureati italiani, e agli ostacoli che già devono affrontare prima della laurea. Corsi a numero chiuso, aule affollate, laboratori con attrezzatura insufficiente oppure obsoleta non delineano un panorama incoraggiante. Anche ammesso che uno studente fresco di maturità riesca a laurearsi nella materia tanto desiderata, potrebbe darsi che poi sia costretto a migrare al Nord, o a farsi mantenere perché il dottorato che ha vinto è senza borsa o perché l’Università che lo ha bandito prevede il pagamento di tasse.
Per fortuna sotto alcuni punti di vista ci sono buone notizie. La stessa indagine dell’ADI ha rilevato un aumento del numero di posti di dottorato del 5,5% rispetto all’anno scorso, un aumento che ci riporta ai numeri del 2014. Ma se allarghiamo un altro po’ la finestra temporale, si vede che l’incremento è ancora insufficiente: in dieci anni i dottorati banditi dalle università italiane sono comunque diminuiti del 41%. Significa che oggi ci sono quasi la metà dei posti di dottorato di quelli che esistevano nel 2007.
È vero che il trend in negativo ha interessato tutte le regioni d’Italia, ma la diminuzione appare per forza di cose più evidente negli atenei più piccoli e meno avvantaggiati, che non avevano le risorse economiche adatte a far fronte ai provvedimenti legislativi che tra il 2008 e il 2013 hanno dato il via all’abbassamento. Si tratta di una “compressione selettiva”, fa notare Claudi, secondo cui la distribuzione dei dottorati nel nostro Paese (solo il 49% dei posti di dottorato si trova negli atenei del Nord) è un altro dato che suggerisce come “le aree “produttive” siano forse privilegiate anche dal punto di vista della ricerca, riuscendo a fare più innovazione e più ricerca rispetto alle aree meridionali”.

NUOVA LINFA?
Uno spiraglio di luce arriva dalla nuova Legge di Bilancio, che è stata da poco approvata al Senato e che in questi giorni è in discussione alla Camera. Uno dei punti più interessanti dell’articolo 56, che riguarda i finanziamenti alla ricerca, prevede che soltanto nel 2018 saranno stanziati fondi sufficienti per assumere circa 1.300 ricercatori nelle università e circa 300 ricercatori negli enti pubblici di ricerca. Una misura che dovrebbe almeno tamponare la perdita di 922 unità tra il personale universitario registrato quest’anno dall’ADI. Ma nelle università italiane i precari in cerca di stabilizzazione sono circa 40.000. Secondo Andrea Claudi, “abbiamo bisogno di un reclutamento di post-doc che sia almeno a livello con i paesi UE, non al 100% ma nemmeno al 9,2%”. Per mettere in equilibrio il sistema bisognerebbe assumere 10.000 ricercatori nei prossimi 5 anni, una media di 2.000 ricercatori all’anno. Un obiettivo ambizioso, ma necessario se si vuole risollevare il motore dello sviluppo e dell’innovazione.
Soltanto dopo si potrà pensare a crescere. In questa seconda fase “bisognerà rivedere tutta la filiera accademica dal post-doc in su”, suggerisce Claudi, “semplificando il percorso dell’accesso in ruolo, in modo da non avere più contratti di precarietà assoluta”. Gli assegni di ricerca, per esempio, dovranno diventare contratti subordinati a tutti gli effetti e con un orizzonte temporale sufficientemente lungo da consentire di lavorare a un progetto di ricerca. Ma nel frattempo ci sarà ancora qualcuno che vorrà fare il ricercatore?

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