Rimpicciolirsi per combattere il cambiamento climatico

Micron
È singolare che in un’epoca come la nostra in cui si discute molto di potenziamento e si pensa soprattutto alle tecnologie con cui aumentare le capacità fisiche e intellettive dell’essere umano, qualcuno decida di fare un film su una procedura che invece rimpicciolisce le persone. Dei risvolti etici, ma anche scientifici, dell’opera di Alexander Payne abbiamo parlato con Matteo Galletti, dottore di ricerca in bioetica.
Sara Mohammad, 27 Marzo 2018
Titolo

Downsing

Regista

Alexander Payne

Anno pubblicazione

2018

Info

Durata 1 ora 40 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Immaginiamo di essere un gruppo di scienziati che ha appena messo a punto una tecnica efficace e sicura con cui rimpicciolire gli esseri viventi fino alle dimensioni di un pettirosso. Immaginiamo di usare questa tecnica sull’umanità, con l’obiettivo di ridurre drasticamente, oltre alla statura delle persone, l’impatto delle loro attività sul cambiamento climatico. Come sbagliarsi? D’altronde i calcoli parlano chiaro: in queste condizioni la spazzatura di un intero condominio occuperebbe in un mese lo spazio che un essere umano riempie in soli due giorni.
Eppure il rimpicciolimento potrebbe non essere la soluzione ideale al cambiamento climatico. Specialmente se, al contrario dell’altezza delle persone, l’empatia e l’altruismo verso il resto del pianeta rimangono delle stesse (scarse) dimensioni. Alexander Payne lo ha detto senza mezzi termini nel suo ultimo film, Downsizing, in cui racconta la storia di un uomo qualunque, Paul Safranek(interpretato da Matt Damon), che decide di rimpicciolirsi per salvare il futuro della Terra.
Il film di Payne si apre come questo articolo: un gruppo di ricerca norvegese sta lavorando alla procedura di ridimensionamento e ha finalmente ottenuto risultati che vanno oltre le aspettative. Dopo aver dimostrato in laboratorio la validità della procedura, gli scienziati iniziano i test sugli esseri umani, consapevoli degli enormi vantaggi ecologici che ne deriverebbero se tutti optassero per farsi rimpicciolire.
Dieci anni dopo, il rimpicciolimento non è più una tecnica all’avanguardia ma una procedura largamente diffusa, sponsorizzata da aziende che non si fanno scrupoli a esaltare lo stile di vita milionario condotto dai “mini” (quando le persone si rimpiccioliscono, le loro finanze crescono di cento volte). Ben prestodiventa chiaro che le comodità di Leisurland non sono così convenienti né per la Terra né per la totalità dei suoi abitanti. Quando Paul Safranek si spinge nei sobborghi di Leisurland, dove i cittadini più poveri vivono all’interno di grattacieli fatiscenti e degradati, capisce che il benessere e la felicità promessi dal rimpicciolimento sono destinati solo a una fetta privilegiata dell’umanità, la stessa che anche prima di essere rimpicciolita si spartiva la maggior parte delle ricchezze.
Secondo Matteo Galletti, dottore di ricerca in bioetica, il messaggio che Alexander Payne vuole trasmettere in Downsizing è il duplice fallimento della tecnologia. Innanzitutto perché il processo di ridimensionamento ripropone nell’umanità rimpicciolita le diseguaglianze economiche e sociali che già prima attraversavano l’umanità. «Chi viene rimpicciolito ha vantaggi economici, è ospitato in questa specie di parco giochi plastificato dove le persone conducono un’esistenza felice, che però contrasta drammaticamente con la realtà al di fuori di quell’utopia, riproposizione della marginalità incarnata dai sobborghi che vivono al di fuori della città». Poi perché la tecnologia non arriva mai a risolvere il problema per cui è stata concepita, in questo caso la lotta al cambiamento climatico. Payne ci fa vedere che la fine del mondo arriva lo stesso, anche dopo che i rimpiccioliti scelgono di abbandonare le comodità di Leisurland per uno stile di vita il più possibile sobrio, semplice e naturale: sopravvivere sottoterra. Paul Safranek, raggiunta la comunità norvegese, viene folgorato dalla prospettiva di rintanarsi nelle viscere della terra e condurre uno stile di vita non consumistico. «Ma alla fine», prosegue Galletti, «nemmeno questa prospettiva riesce a convincere il protagonista, che scappa dalla comunità originale e inizia a chiedersi se davvero sia valsa la pena di farsi rimpicciolire».
E forse è proprio qui che il regista vuole attirare il nostro sguardo. «Per lo meno ai suoi occhi l’atto sovversivo e salvifico, quello di lasciar perdere le prospettive sul futuro e concentrarsi invece sul presente, è l’unico modo per redimersi e forse anche, ma questo il film non lo dice, per assicurare un futuro migliore all’umanità”. Da spettatore Matteo Galletti ha la sensazione che questo film non voglia farci riflettere tanto sulla tecnologia o, per contrapposizione, sulla natura, quanto piuttosto sull’attenzione verso gli esseri umani che ci circondano. Probabilmente è anche per questo se il film non cura troppo l’aspetto scientifico su cui è basato. Infatti, la rappresentazione che Payne decide di dare della ricerca scientifica e delle sue applicazioni è un’immagine «abbastanza stereotipata e che si ritrova in molte distopie»: esaltazione della tecnica, laboratori asettici e strumentazione obsoleta fanno parte di una rappresentazione della scienza non al passo con i tempi, tipica di buona parte della letteratura e della cinematografia fantascientifica. «Alcuni particolari mi hanno fatto sorridere: proprio all’inizio del film lo scienziato che fa il suo esperimento per vedere se riesce a raggiungere il fine della miniaturizzazione viene rappresentato un po’ old style», spiega Galletti. «Tira giù leve, preme pulsanti. Una dimensione quasi da Frankenstein, che rievoca quella che nell’ottocento era la rappresentazione futuristica della scienza».
Tralasciando il messaggio principale e concentrandosi invece sugli aspetti etici, cosa ci dice Payne in questo senso? «Nel film questo aspetto non viene sollevato, ma se il rimpicciolimento dovesse essere replicabile nella realtà dovrebbe prima passare attraverso un comitato etico», risponde Galletti, che si occupa di valutare sul piano etico i protocolli delle ricerche scientifiche sui farmaci. «Sarebbe interessante sedere in quel comitato, perché credo che una tecnica dagli effetti così prorompenti e innovativi, semmai fosse disponibile, solleverebbe dibattiti interessanti». Anche se le valutazioni etiche sono in generale molto complicate, perché non esiste un metro morale unico con cui misurare la realtà, c’è un punto che secondo Matteo Galletti sarebbe stato interessante approfondire, e che all’interno del film viene solo accennato, cioè il problema della diseguaglianza, morale e poi politica, che si può creare fra i rimpiccioliti e i non rimpiccioliti. «Il rimpicciolimento crea una tale diseguaglianza fisica tra chi è rimpicciolito e chi non lo è da indurre potenzialmente atteggiamenti discriminatori verso le persone rimpicciolite, negando loro diritti e il riconoscimento dovuto a ogni persona umana».
Tuttavia, è singolare che in un’epoca come la nostra dove si discute molto di potenziamento e si pensa soprattutto alle tecnologie con cui aumentare le capacità fisiche e intellettive dell’essere umano, qualcuno decida di fare un film su una procedura che invece rimpicciolisce le persone.

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