Ronzii e altri suoni fantasma

Micron
Immaginate di svegliarvi con un fastidioso ronzio alle orecchie. Vi alzate, fate colazione, sperate che scomparirà nel nulla. Ma il rumore è sempre lì. E la cosa peggiore è che nessuno, a parte voi, può sentirlo. Cosa sta succedendo?
Sara Mohammad, 21 Giugno 2017
Titolo

Orecchie

Regista

Alessandro Aronadio

Anno pubblicazione

2016

Info

Durata 1 ora 30 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Immaginate di svegliarvi con un fastidioso ronzio alle orecchie. Vi alzate, fate colazione, sperate che scomparirà nel nulla. Ma il rumore è sempre lì. E la cosa peggiore è che nessuno, a parte voi, può sentirlo. Cosa sta succedendo?
Potrebbe essere lo spunto per un film horror, invece sono i primi minuti di Orecchie, una deliziosa commedia in bianco e nero che descrive i tentativi di un giovane insegnante di risolvere il suo problema uditivo. Per Alessandro Aronadio, che ha definito il suo lungometraggio “iperrealistico”, il fischio alle orecchie è il sintomo di quel senso di “scollamento dalla realtà che ci circonda”, che “proviamo ogni giorno a ignorare, nascondendolo sotto il ritmo della vita, come polvere sotto il tappeto”. È il male di vivere di Eugenio Montale, l’angoscia esistenziale dello Straniero di Albert Camus.
I neurologi, invece, il fischio alle orecchie lo chiamano tinnito e hanno buone ragioni per credere che sia il segnale di qualche meccanismo del cervello che non funziona. All’inizio pensavano che le cause del tinnito e delle altre allucinazioni uditive fossero riconducibili esclusivamente al sistema uditivo. Le loro previsioni si basavano soprattutto su dati clinici: succedeva spesso che alcuni pazienti lamentassero ronzii e rumori inesistenti in seguito alla perdita dell’udito o dopo aver ascoltato suoni a volume altissimo per troppo tempo.
Solo negli ultimi vent’anni, dopo aver osservato che i sintomi del tinnito per
sistevano nonostante la resezione chirurgica del nervo uditivo, gli esperti hanno iniziato a considerare il ruolo del cervello nella comparsa di questa patologia, aiutati anche da tecniche che permettevano di studiare direttamente la sua attività. Nel 2015, una review pubblicata su International Archives of Otorhinolaryngology ha analizzato gli studi di neuroimaging in cui si dimostrava il coinvolgimento di aree del cervello non strettamente collegate con l’udito (come il sistema limbico) nella percezione di suoni fantasmi. Gli autori hanno confermato che le variazioni nella materia grigia del cervello di questi pazienti suggeriscono un possibile ruolo del talamo (la stazione di arrivo di tutti gli stimoli sensoriali, non solo di quelli uditivi) e di altre regioni cerebrali nell’alterazione dell’attività nervosa da cui ha origine il tinnito.
Secondo la teoria più accreditata, le cause del tinnito persistente o cronico sono di tipo neurofisiologico, nel senso che il danno al sistema non si limita alle sue componenti “uditive” (in senso anatomico), ma anche a quelle cerebrali profonde.
Non sappiamo se il protagonista di “Orecchie” soffra di tinnito oppure no, perché il suo ronzio non viene mai realmente diagnosticato dai medici che lo visitano, un otorinolaringoiatra e un gastroenterologo. Come si può intuire, a differenza del paziente i due medici non sentono nessun rumore e, nelle vesti di dottori supponenti e sordi alle necessità dei loro assistiti, prendono il giro il povero insegnante, prescrivendogli prima un’inutile ecografia addominale, e poi diagnosticandogli un’irrealistica gravidanza, conseguenza di un ermafroditismo ancor meno realistico. Invece, quelle che nel film si vedono chiaramente sono gli altri sintomi del tinnito: difficoltà a concentrarsi, difficoltà a comprendere il linguaggio, ridotto autocontrollo, stress emotivo e depressione. L’insegnante interpretato da Daniele Parisi a un certo punto ha un bizzarro colloquio di lavoro con la direttrice di un giornale. Durante il colloquio, il ronzio diventa progressivamente più intenso (non è un caso che ogni volta che Parisi si trovi in situazioni surreali, il fastidioso rumore alle orecchie aumenta). Quando Parisi inizia a perdere intere frasi del discorso, non sa più cosa rispondere. Questo meccanismo non fa che peggiorare, perché l’impossibilità di non comunicare – qualcosa di estremamente banale ma altrettanto essenziale – produce aggressività e frustrazione, causando stress.
Anche se non è possibile eliminare la percezione di un ronzio inesistente o di altri suoni fantasmi (se, cioè, non si può curare il tinnito direttamente), è possibile intervenire sugli altri sintomi. Esistono alcune terapie che modificano l’attività della corteccia uditiva, basandosi sul presupposto che nella mappa tonotopica (la rappresentazione topografica delle frequenze sonore, in cui ogni punto della corteccia ha una sensibilità preferita per una certa frequenza) le frequenze dei suoni collegati al tinnito sono sovra rappresentati. Ma queste terapie sono prevalentemente farmacologiche e, ogni volta che si interrompe la somministrazione del farmaco, il tinnito ricompare.
Nelle terapie cognitive e comportamentali si insegna al paziente come sostituire le emozioni negative associate al tinnito con emozioni positive, lavorando sul controllo dell’attenzione e sull’immaginazione. Altri tipi di trattamenti, come la terapia del suono, sfruttano il principio per cui l’organizzazione funzionale delle mappe neurali della corteccia e di zone più profonde si modifica con l’esperienza sensoriale. Come la perdita dell’udito può destabilizzare le mappe neurali, aumentando l’attività spontanea dei neuroni e, quindi, la probabilità che si attivino in risposta a determinate frequenze sonore, allo stesso modo esporre il paziente a suoni di particolare intensità e frequenza può diminuire la sensibilità neuronale alle frequenze sovra rappresentate nel tinnito.
Ma l’unica terapia efficace, per l’insegnante precario di “Orecchie”, è ignorare il turbinio vorticoso dei pensieri e accettare la follia del mondo.

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