Salute, quando “chi paga comanda”

Micron
Un’analisi dei modi in cui interessi economici e strategie di marketing possono influenzare le scelte in settori come quello della salute e della ricerca scientifica.
Titolo

Conflitti di interesse e salute

Autore

Nerina Dirindin, Chiara Rivoiro, Luca De Fiore

Anno pubblicazione

2018

Editore

Il Mulino

Info

pp. 192; euro 19,00

 

Micron
Giornalista Scientifica

Tag

“Chi paga comanda”. In questo vecchio detto potrebbe essere racchiusa l’essenza del conflitto di interessi. Un problema antico, come dimostra il proverbio, e con cui ci dobbiamo confrontare spesso nella nostra vita, ma che quando riguarda la salute desta (o dovrebbe destare) particolare allarme come emerge dalle pagine di Conflitti di interesse e salute. Come industrie e istituzioni condizionano le scelte del medico scritto da Nerina Dirindin (docente di Scienza delle finanze ed Economia e organizzazione dei sistemi di welfare a Torino), Chiara Rivoiro (medico ed esperta di politica sanitaria), Luca De Fiore (direttore del Pensiero Scientifico editore e presidente dell’associazione Alessandro Liberati – network italiano Cochrane).
Per capire di cosa stiamo parlando, gli autori partono dalla definizione di conflitto di interessi. Ce ne sono diverse, ma sostanzialmente quella data da Marco Bobbio può essere ritenuta una delle più articolate: si ha conflitto di interessi quando ci si trova in “una condizione nella quale il giudizio di un professionista della salute riguardante un interesse primario – ovvero la salute di un paziente o la veridicità dei risultati di una ricerca – tende ad essere influenzato da un interesse secondario, come il guadagno economico o un vantaggio personale”. Ecco, per essere subito chiari, diremo che non si tratta di un fenomeno raro e di scarso rilievo, bensì al contrario una prassi piuttosto diffusa. Lo dimostrano i tanti casi riportati nel libro.
Tra gli esempi che si possono fare c’è naturalmente il più ovvio: quello del medico che, a fronte di doni più o meno costosi, viaggi e consulenze molto ben pagate dalla casa farmaceutica, prescrive di più il farmaco prodotto da quella stessa azienda, anche se non ci sarebbe motivo per farlo. Che il fenomeno esista è dimostrato da diverse ricerche, ma basta ricordare una revisione sistematica degli studi sull’argomento usciti dal 1992 al 2016 e pubblicata dal British Medical Journal nel 2017. La revisione mostra che le decisioni cliniche (come ad esempio una più alta prescrizione di farmaci di marca rispetto ai generici) sono influenzate dalle strategie di marketing. Un fenomeno preoccupante, tanto che alcuni paesi hanno avviato politiche di regolamentazione, come il Sunshine Act degli Stati Uniti, voluto da Obama, secondo cui le industrie devono obbligatoriamente dichiarare i compensi elargiti a qualsiasi titolo a medici residenti nel paese. Un obbligo di trasparenza che è un primo passo per affrontare il problema.
Ma quello che scopriamo leggendo il libro è che il conflitto di interessi si può manifestare in modo più complesso e più sottile. Ad esempio, un fenomeno meno conosciuto ma non meno reale è il conflitto d’interessi nella ricerca scientifica. Alla base di tutto c’è il fatto che la maggior parte della ricerca è privata e che, pur ottenendo risultati a volte straordinari, è inevitabilmente orientata al profitto e quindi ha bisogno di un mercato il più ampio possibile. Per sostenere il mercato si mettono in pratica strategie che influenzano le decisioni dei prescrittori, ma anche dei ricercatori e spesso dei cittadini.
Chi detta dunque le priorità della ricerca? Si chiedono gli autori. La risposta è inquietante: spesso le detta l’industria piuttosto che il bisogno di salute dei cittadini. Un esempio per tutti: l’amplificazione di problemi che non sono reali minacce per la nostra salute (dalla timidezza alla calvizie, dicono gli autori) ma che programmano la ricerca e quindi anche le prescrizioni dei medici. «La letteratura dispone di numerose prove del legame fra marketing farmaceutico e sovradiagnosi di condizioni che in assenza di un prodotto farmaceutico non verrebbero considerate problemi di salute». In sostanza, si crea una malattia per poter vendere un farmaco.
Spesso poi i nuovi prodotti non sono una novità sostanziale rispetto ai precedenti, ma per essere venduti devono comunque essere testati e dimostrare una certa efficacia, ecco quindi che nascono le ricerche di equivalenza che mirano a provare che il nuovo farmaco è equivalente o “non inferiore” al precedente. In questo modo il mondo dell’industria riesce a ottenere l’approvazione alla commercializzazione dei suoi prodotti e il mondo della ricerca ottiene importanti finanziamenti e pubblicazioni scientifiche che fanno curriculum. Il meccanismo non risparmia nessuno, nemmeno l’università, dove il vecchio detto “publish or perish”, pubblica o muori, è ancora sempre valido: senza pubblicazioni scientifiche non si fa carriera.
Nello stesso tempo, il conflitto di interessi si è allargato dall’industria farmaceutica a quella degli alimenti, come dimostra la storia del latte artificiale che attraverso una pubblicità ingannevole creò durante gli ultimi anni del secolo scorso un serio problema di salute ai bambini che non avevano più accesso al latte materno.
Come affrontare la questione? Gli autori propongono alcuni approcci innovativi. Il primo è capire che il conflitto di interessi non è un comportamento ma una condizione. Cioè non si identifica con una azione, ma è un insieme di circostanze, una situazione di rischio quasi “naturale” che va riconosciuta e valutata. Da qui discende che pensare di poter evitare qualsiasi situazione di conflitto di interessi è illusorio, più interessante è insegnare a gestire il rischio.
Per fare questo si può tentare un approccio valoriale che preceda quello normativo al problema, con la consapevolezza che non esiste un confine netto tra legalità e illegalità, ma un’ampia zona grigia su cui lavorare per promuovere l’integrità degli operatori facendo leva sulle tante esperienze positive che purtroppo sono ancora poco conosciute.

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