Sbagliando s’impara

Micron
Attraverso un avvincente e appassionato resoconto divulgativo sulla storia dei più celebri fallimenti in cui sono incappati professionisti ed esperti, Bucchi ci consegna una lezione sul tema degli errori e sugli strumenti necessari per cominciare a guardarli anche con occhi diversi.
Andrea Rubin, 02 Gennaio 2019
Titolo

Sbagliare da professionisti

Autore

Massimiano Bucchi

Anno pubblicazione

2018

Editore

Rizzoli

Info Lettura

18,00 euro

Micron
Sociologia, Comunicazione della Scienza

Sin da piccoli siamo stati abituati a vivere gli errori come un fallimento personale che mina l’autostima e ci espone al giudizio negativo degli altri. Abbiamo anche imparato che gli errori possono essere tutt’al più utili a non ricadere in futuro nello stesso sbaglio. Alcune ricerche neuroscientifiche hanno riabilitato l’errore e hanno confermato che spesso impariamo più da questo che dai nostri successi.
Nel suo nuovo libro Massimiano Bucchi, sociologo della scienza all’Università di Trento, ha esteso questo concetto a tutta la società, senza però cadere nell’esaltazione o nell’apologia dell’errore. Un errore è, e deve rimanere tale. Di certo, però, gli errori non rappresentano solo un pericolo ma talvolta anche un’opportunità. Per questo non vanno demonizzati, o evitati a tutti i costi, bensì accettati come un ingrediente di ogni esperienza individuale e collettiva. Gli errori permettono infatti di sperimentare, di esplorare le varie possibilità, fino a individuare la decisione migliore. Ed è così in molti contesti: dall’imprenditoria allo sport, dalla scienza fino alla comunicazione. La nota multinazionale Procter & Gamble, per esempio, ha coniato lo slogan: “fail often, fast and cheap”, cioè “sbaglia spesso, velocemente e con pochi costi”. Un invito a non vedere l’errore come un nemico ma come un compagno di viaggio inevitabile e talvolta prezioso.
E proprio dal mondo dell’industria e del business, Bucchi ricava molte delle storie avvincenti e divertenti che spingono il lettore pagina dopo pagina. Il recente flop dei Google Glass, un’innovazione fallita perché non rispondeva a nessuna domanda sociale; l’insuccesso del Segway, o il fallimento della Kodak, incapace di comprendere la portata del cambiamento sociale – prima ancora che industriale – della fotografia digitale, sono alcuni dei più recenti esempi utilizzati da Bucchi per esplorare il ruolo sociale del fallimento.
Va chiarito che, nonostante i molti esempi tratti dal mondo della tecnologia, non si tratta di un libro di sociologia dell’innovazione (anche se non mancano alcune digressioni teoriche in questo senso) ma di un avvincente e appassionato resoconto divulgativo sulla storia dei più celebri fallimenti in cui sono incappati professionisti ed esperti. Difficile immaginare qualcuno più esperto di uno scienziato, magari di chiara fama.
Bucchi non risparmia di ricordare gli errori commessi anche in ambito scientifico o da eminenti e celebri scienziati.
Essere riconosciuto come il genio per antonomasia del XX secolo non impedì ad Albert Einstein di commettere, per sua stessa ammissione, un grave errore che lo tormenterà per tutta la vita. Ma, ricorda Bucchi, persino la più celebre onorificenza scientifica, il premio Nobel, nei suoi oltre cento anni di storia non ha mancato di incappare in colossali cantonate: il fisico italiano Enrico Fermi, per esempio, fu premiato nel 1938 per aver scoperto due nuovi elementi chimici (l’Ausonio e l’Esperio) che si capì solo più tardi essere in realtà il prodotto – peraltro già noto – della divisione dell’uranio durante una reazione nucleare. Rimangono comunque tristemente celebri altri errori di valutazione che condussero, tra gli altri, il Comitato Nobel ad attribuire il premio, nel 1949, a Antònio Egas Moniz «per la sua scoperta del valore terapeutico della leucotomia in certe psicosi». Leucotomia, ovvero la «lobotomia», una tecnica destinata fortunatamente a sparire dalla prassi medica dopo pochi anni. L’errore, certo, può avere conseguenze negative, e qualche volta disastrose. Ma se agire con prudenza è necessario per prevenire i rischi, talvolta sbagliare permette di raggiungere risultati inaspettati.
Proprio un errore, una dimenticanza – ricorda Bucchi – permise a Louis Pasteur di scoprire il vaccino contro il “colera dei polli” e, anni dopo, in una circostanza molto simile ad Alexander Fleming di scoprire la penicillina. Si tratta di quella che il sociologo della scienza Robert K. Merton definì serendipity e che si riserva un posto privilegiato nella storia delle scoperte scientifiche.
Lo scopo del libro è un’articolata riconsiderazione degli errori. Non si tratta di un manuale per evitarli ma per riconoscerli, sostiene Bucchi, come frutto di un processo collettivo: un errore, infatti, è quasi sempre il risultato di un insieme di attori e di elementi diversi. Spesso, soprattutto per motivi giudiziari, siamo portati a cercare il responsabile di un errore.
La lezione che Bucchi ci offre con gli strumenti della sociologia del fallimento è di guardare a tutta la catena di fatti e coincidenze – il contesto – che spesso trascuriamo nelle valutazioni. Solo allora potremmo aver ben chiaro come è stato possibile sbagliare e imparare qualcosa dagli errori. Sbagliare da professionisti.

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