Solo la prevenzione ci salverà

Micron
Emergenze come quella che stiamo vivendo con il COVID19 ci hanno messo difronte a tutti i problemi del nostro modello di società. È necessario un cambio di passo e paradigma. Serve una nuova tecnopolitica basata sulla prevenzione, capace di guidare lo sviluppo umano entro il perimetro dei ‘confini planetari’. La scienza dovrà essere diffusa, partecipata e interdisciplinare, allentando in questo modo la classica dicotomia tra scienza pura e discipline umanistiche.
Federica Lavarini, 10 Aprile 2020
Titolo

Prevenire. Manifesto per una tecnopolitica

Autore

Paolo Vineis, Luca Carra e Roberto Cingolani

Anno di pubblicazione

2020

Editore

Passaggi Einaudi

Info

pp.136, euro 15,00

Micron
giornalista scientifica

Prevenire. Manifesto per una tecnopolitica è il nuovo saggio, pubblicato da Einaudi, scritto da tre autorevoli figure nelle rispettive aree di studio: Paolo Vineis, direttore del Dipartimento di Epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra; Luca Carra, giornalista scientifico, fondatore del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica e direttore di Scienza in Rete, Roberto Cingolani, già direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

Fin dall’introduzione, il libro orienta il lettore attraverso una precisa disclosure: uscire dal localismo, dalla “piccola patria”, «una pericolosa illusione» o addirittura uno «spostamento freudiano, come se chiudere le frontiere impedisse ai virus o alle particelle atmosferiche di entrare», perché «lo dice la scienza, in modo talmente convincente che il messaggio dovrebbe essere in grado di superare i pregiudizi antiscientifici. Il libro vuole essere un contributo in tal senso».

Per raggiungere questo obiettivo, i tre autori presentano in modo chiaro e sintetico, senza scendere in un’analisi eccessiva, che potrebbe essere controproducente per un lettore non addetto ai lavori, i risultati delle più importanti ricerche epidemiologiche, i progressi della scienza a livello globale e le conseguenze sulla società dell’avanzamento tecnologico. A partire dalla Rivoluzione industriale, nel corso di poche centinaia di anni, il pianeta Terra e i suoi abitanti hanno vissuto e assistito a un grande cambiamento, di cui ora si stanno scontando gravi effetti negativi. Accanto alle indubitabili conseguenze positive della conoscenza scientifica sulla nostra vita, e a pietre miliari nel campo della medicina come i vaccini, viviamo anche il lato oscuro del progresso e gli autori individuano i tre debiti che la nostra generazione, e quelle a venire, dovranno onorare con grande fatica, e senza garanzie di successo: il debito ambientale, il debito sociale e il debito mentale.

L’equilibrio allostatico è la capacità dell’essere umano di adattarsi ai mutamenti ambientali, culturali, sociali ed economici nel contesto in cui vive. Purtroppo, tale equilibrio è fragile e da tempo venuto meno a causa di un eccessivo sfruttamento delle risorse del pianeta (debito ambientale). Molte teorie – esplicate nel libro – sottolineano, con dati e risultati, i problemi legati alla crescita della popolazione mondiale, le diseguaglianze economiche e socio-sanitarie a essa legate. Gli autori definiscono Prevenzione «un libro sui big data […] in quanto pone in relazione fenomeni macroscopici (il pianeta) e microscopici (le molecole del corpo)».

Il venir meno di un equilibrio a livello ambientale, di cui la carismatica Greta Thunberg ci ha fatto sentire tutti parte in causa, è testimoniato dai problemi legati alle risorse idriche, al fabbisogno energetico e alla difficoltà di avvalersi di fonti di energia alternativa mentre, a livello microscopico, dalle malattie dovute all’inquinamento. È molto difficile stabilire una relazione causale tra inquinamento ambientale e malattie come i tumori, ma alcuni studi epidemiologici stanno portando dei risultati che potrebbero davvero fare la differenza.
È il caso del progetto Exposomics – finanziato dalla Comunità Europea e di cui Paolo Vineis è coordinatore – che, utilizzando tecniche di ingegneria molecolare, ha l’obiettivo di identificare e misurare, attraverso l’analisi del sangue e di altri tessuti umani, diverse molecole su migliaia di persone.
I risultati finora confermano «che effetti molecolari sono osservabili a dosi molto basse di esposizione e molto prima che si possa diagnosticare qualunque evento clinico significativo. Inoltre, l’identificazione di percorsi molecolari biologicamente rilevanti, che legano le esposizioni a talune malattie, rende la relazione causale più forte e plausibile rispetto ai tradizionali studi epidemiologici». Un altro studio europeo, Nanoreg, concluso nel 2017, sta portando alla luce gli effetti delle nanoparticelle prodotte dall’uomo, «alcune delle quali potrebbero rivelarsi l’amianto del futuro». Questi sono alcuni esempi, a livello microscopico, del perché servirà sempre più ricerca scientifica in futuro se si vorrà arrivare a delle conoscenze sugli inquinanti ambientali tali da guidare le «scelte politiche da compiersi nei prossimi anni per difendere la salute pubblica».

La salute dei cittadini dipende sia da un buon sistema sanitario sia, soprattutto, dai determinanti sociali della salute. Lo status economico e il livello di istruzione sono due fattori cruciali: «Le diseguaglianze nella salute iniziano nella prima infanzia» è il titolo di un paragrafo del saggio e, probabilmente, il turning point di questo ‘manifesto tecnopolitico’. Il “sovraccarico allostatico”, ovvero il venir meno dell’equilibrio causato da prolungate situazioni di stress dell’organismo quali privazioni, impieghi nei quali non è concessa autonomia al lavoratore, povertà – che spesso implica impossibilità di garantirsi un’alimentazione sana – sono spesso causa di reazioni infiammatorie a livello molecolare come l’obesità. Se ad una situazione di svantaggio sociale si aggiungono cattive abitudini come alcool, fumo, sedentarietà, anche l’età biologica sarà più elevata di quella anagrafica, ma si tratta di una situazione, per fortuna, reversibile. Le ricerche, infatti, evidenziano l’esistenza di una «transizione dal sociale al biologico», per cui sarebbe auspicabile, a livello planetario, una maggiore mobilità nella scala sociale. Purtroppo, i dati ci mettono anche davanti al fatto che i paesi più ricchi, specie quelli anglosassoni e gli Stati Uniti, sono quelli in cui l’immobilismo sociale è più radicato.

Inoltre, alla difficoltà oggettiva a cambiare la propria situazione socio-economica, si aggiunge il debito mentale legato all’uso delle nuove modalità di comunicazione interpersonale. Internet e tutto il corollario di dispositivi e app di cui facciamo uso ogni giorno sono una grande risorsa, perché facilitano la comunicazione e la diffusione dell’informazione. Tuttavia, secondo Cass Sunstein, docente di diritto a Harvard e consulente durante l’amministrazione Obama, si tratta di un sistema che rinchiude l’individuo in una echo chamber, una bolla, a sua volta parte di una delle tante gated communities o “comunità cintate” dove ognuno cerca, e trova, la conferma dei propri interessi e convinzioni. Le relazioni sul piano virtuale evitano «l’esperienza formativa di opinioni e interessi eterogenei» e mettono in grave pericolo il pluralismo delle idee e le modalità di produzione e trasmissione della conoscenza e, ancor peggio, mettono a rischio la nostra salute. L’”infosfera” è un nuovo argomento di studio, su cui la ricerca si sta concentrando per capire gli effetti dei nuovi media e dell’uso della rete sulla mente umana, specie dalle fasce di popolazione più giovani, come bambini e adolescenti: bisognerà quindi concentrarsi anche su una “ecologia della mente” per «promuovere il bene pubblico dell’infosfera». In stretta relazione con l’infosfera è il campo della robotica, che ha tutte le potenzialità, grazie all’intelligenza artificiale, «di trasformare la tecnologia da potenziale acceleratore patologico a supporto essenziale per la cura delle malattie dell’anima» e che vedrà presto in campo i progetti della neonata “robotica sociale”. Si tratta di una disciplina che potremmo considerare un rimedio ai rischi della tecnologia di cui soltanto in anni recenti si è preso consapevolezza. «Occorre essere sicuri», affermano gli autori, «che i problemi generati da ogni nuova tecnologia non siano superiori ai benefici che essa introduce». I meccanismi di mercato che sovrastano il settore della tecnologia rischiano tuttavia di distorcere le potenzialità positive di queste innovazioni. Anche per questo, conclude il libro, «serve una nuova tecnopolitica basata sulla prevenzione, capace di guidare lo sviluppo umano entro il perimetro dei ‘confini planetari’». La scienza dovrà essere diffusa, partecipata e interdisciplinare, allentando in questo modo la classica dicotomia tra scienza pura e discipline umanistiche. Occorrerà, quindi, uscire dalla “piccola patria” e aprirsi a «una dimensione internazionale della salute, dell’ambiente e dell’economia».

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