Storie di vite spezzate

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Le leggi razziali e la repressione nazifascista non risparmiarono molte brillanti scienziate di origine ebrea. In questi libro, edito alcuni anni fa, Raffaella Simili ne raccoglie le storie, spesso dimenticate.
Pietro Greco, 30 Luglio 2020
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Giornalista e scrittore

Enrica Calabresi, entomologa, non ce la fece. Si suicidò subito dopo l’arresto a Pisa, nella notte tra il 19 e il 20 gennaio 1944, pur di sfuggire al lager nazisti. Enrica Calabresi era stata l’insegnante, tra le altre, di una ragazza che sarebbe diventata, a sua volta, una scienziata: Margherita Hack. L’astronoma ricorderà spesso l’ultima volta che vide la professoressa Enrica, dopo il varo delle leggi razziali nel 1938, quando la incontrò in un vicolo nei pressi di Piazza della Signoria, a Firenze, mentre camminava in fretta, rasente i muri, frettolosa, con la testa bassa. Per la vergogna e la paura di essere intercettata da qualche banda fascista. Margherita Hack non sapeva, allora, che oltre a essere la sua insegnante, Enrica Calabresi era una valente zoologa e docente di entomologia agraria.

Anche Vanda Maestro, partigiana, femminista, chimica è tra quelle che non ce la fecero. Morì, gasata, ad Auschwitz il 30 ottobre 1944. Furono molte le scienziate ebree che non ce la fecero a sopravvivere alle leggi razziali fasciste e ai lager tedeschi o anche italiani. Non ce la fece la matematica Anna Segre. E neppure la pediatra Maria Zamorani.

Le loro storie e quelle di molte altre le ha ricostruite Raffaella Simili, docente di Storia della scienza presso l’Università di Bologna, in un libro, Sotto falso nome, pubblicato qualche anno fa con l’editore Pendragon. Un libro che è forse la maggiore raccolta di storie di scienziate italiane ebree negli anni compresi tra il 1938 e il 1945.

Alcune furono più fortunate, se di fortuna si può parlare in quella immane tragedia. Bianca Morpurgo e Luciana Nissim Momigliano, entrambe medico, entrarono nel lager (insieme a Primo Levi e alla stessa Vanda Maestro) e ne uscirono vive. Altre, come Nella Mortara, fisico, riuscirono a fuggire e a riparare all’estero (Nella trovò rifugio in Brasile) in attesa che la bufera passasse e poi ritornarono. Rita Levi Montalcini riuscì invece a nascondersi in Italia, prima nell’Astigiano e poi a Firenze, sotto falso nome.

La maggior parte di queste storie di scienziate ebree in epoca nazifascista sono poco conosciute. Perché quasi nessuna era un’accademica di prima fascia. Sebbene numerose fossero infatti le donne ebree laureate, poche riuscivano a entrare nell’università e una sola era riuscita a salire in cattedra e a diventare professore ordinario: la naturalista Anna Foà. Cacciata però nel 1938 dall’università di Napoli e, altrettanto ignominiosamente, dalla Società dei naturalisti napoletani, per una sola colpa: essere ebrea.

Già, perché quando nel 1938 il governo fascista del presidente del Consiglio Benito Mussolini vara le leggi razziali tutte le storie, piccole e grandi, di queste donne diventano una sola storia. Che non è solo la storia di un’infamia e l’inizio del coinvolgimento come vittime in una tragedia senza pari nella storia dell’umanità, ma è anche la storia della sconfitta di un popolo (il popolo italiano) e di una civiltà.

Una storia che accomuna molti uomini e molte donne. Compresi molti uomini e molte donne che per professione facevano ricerca scientifica. Ma dei primi sappiamo molto, delle seconde sapevamo poco. Raffaella Simili ha il merito di richiamare alla nostra memoria anche la storia di quelle donne troppo spesso dimenticate.

Il ricordo di quelle vite spezzate o, comunque, deviate da un percorso atteso ancora oggi, non può che essere proposto non solo con il rigore dello storico di professione, ma anche con passione e compassione. Perché è il ricordo di come un’enorme ingiustizia – la cacciata degli ebrei dalle scuole, dall’università, dai laboratori; la discriminazione razziale che prelude alla persecuzione razziale – si consumi nell’indifferenza se non nell’approvazione generale, anche prima dell’Olocausto. Il popolo italiano si era mitridatizzato e il veleno fascista non faceva più effetto, anche quando veniva iniettato in maniera così violenta e insensata.

Raffaella Simili ha chiuso il suo libro con un capitolo intitolato Il riscatto. Una di quelle donna discriminate costrette a fuggire e a nascondersi sotto falso nome si chiamava Rita Levi Montalcini, allieva di un anatomista, Giuseppe Levi, che è stato (forse unico al mondo) maestro di tre premi Nobel (la stessa Levi Montalcini, Salvatore Luria e Renato Dulbecco) e padre di una scrittrice di grande valore, Natalia Ginzburg. Anche lui costretto a lasciare la cattedra e a nascondersi sotto falso nome.

Rita non solo sfugge ai rastrellamenti degli ebrei nascondendosi con un nome falso, Rita Lupani, prima tra le colline intorno ad Asti e poi a Firenze, ma impara anche a falsificare i documenti, fornendo aiuto a tanti compagni e compagne di sventura.

Dopo la guerra la Levi Montalcini si reca in America. E con i suoi studi sul Nerve growth factor (NGF), il fattore di crescita dei nervi, viene insignita, nel 1986, del premio Nobel. È, appunto, un piccolo, grande riscatto per le scienziate italiane ebree perseguitate. Grazie anche a Rita, nessuno potrà più dimenticarle.

Grazie anche a Rita, nessuno dovrà dimenticare come furono trattate.

Titolo

Sotto falso nome. Scienziate italiane ebree (1938-1945)

Autore

Raffaella Simili

Anno di pubblicazione

2010



                                            

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