Un soggetto scomodo

Micron
Oggi il cambiamento climatico è uno dei temi più presenti nel dibattito pubblico mondiale. I mezzi di informazione propongono ogni giorno notizie e servizi speciali su questioni strettamente collegate al riscaldamento globale. Non dobbiamo stupirci se anche al cinema la crisi del clima è diventata, sotto diverse sfaccettature, un soggetto abbastanza richiesto da registi e sceneggiatori.
Sara Mohammad, 09 Novembre 2017
Titolo

Una scomoda verità 2

Regista

Bonni Cohen, Jon Shenk

Anno pubblicazione

2017

Info

Durata 1 ora 40 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Il 31 ottobre e il 1 novembre alcuni cinema hanno proiettato Una scomoda verità 2, il documentario sul cambiamento climatico che ha per protagonista Al Gore, ex vice-presidente degli Stati Uniti e premio Nobel per la pace nel 2007. Il film riporta sul grande schermo la partecipazione inarrestabile di Al Gore nella lotta contro il riscaldamento globale, dopo undici anni dall’uscita di Una scomoda verità.
Gore, che oggi è uno dei protagonisti mondiali nella risoluzione della questione climatica, aveva reso il riscaldamento globale una priorità della sua agenda politica nel lontano 1981, quando aveva organizzato una sessione parlamentare proprio su questo tema. Era la prima volta che la crisi climatica entrava ufficialmente nelle stanze della politica americana.
Oggi il cambiamento climatico è uno dei temi più presenti nel dibattito pubblico mondiale. I mezzi di informazione propongono ogni giorno notizie e servizi speciali su questioni strettamente collegate al riscaldamento globale e alle sue devastanti conseguenze, dalla qualità della vita nelle grandi metropoli agli eventi meteorologici, sempre più estremi e sempre più frequenti a causa dell’innalzamento delle temperature. Non dobbiamo stupirci se anche al cinema la crisi del clima è diventata, sotto diverse sfaccettature, un soggetto abbastanza richiesto da registi e sceneggiatori.

IL CLIMA A HOLLYWOOD
Girare un film sul cambiamento climatico non è come parlare di intelligenza artificiale o di esplorazione dello spazio, due degli argomenti di scienza su cui al momento si realizzano più film. Uno dei motivi è che, come il regista e attore statunitense Fisher Stevens ha spiegato al New York Times, il clima non è un soggetto “sexy”: la maggior parte delle persone non ha voglia di pensare all’innalzamento delle temperature quando guarda un film.
Nonostante Stevens sia consapevole che parlare di clima significa rivolgersi a un pubblico ben più ristretto di quello dei grandi kolossal hollywoodiani, come The martian e Blade runner, in passato si è occupato di questioni ecologico-ambientaliste, realizzando film che hanno incontrato molti apprezzamenti. Il primo è The cove, che descrive la caccia al delfino che ogni anno si svolge nella baia di Taiji, in Giappone. The cove, di cui Stevens è stato il produttore, ha vinto l’Oscar per il miglior documentario nel 2010.
Qualche anno dopo, nel 2016, il regista nordamericano si è rivolto a Leonardo Di Caprio per girare Before the flood, un racconto drammatico di quello che sta succedendo nel mondo a causa del cambiamento climatico e di cosa si può ancora fare per salvare il pianeta. Come The cove, anche Before the flood ha ottenuto diversi riconoscimenti dalla critica cinematografica. Inoltre, grazie alla diffusione promossa da National Geographic, ha raggiunto più di 60 milioni di persone, un numero eccezionale di spettatori per un documentario sul clima.

TRE, DUE, UNO..AZIONE!
A differenza delle produzioni che affrontano argomenti di neuroscienze e astrofisica, il cinema che parla di riscaldamento globale e delle sue conseguenze non può permettersi di tenere le persone inchiodate alle poltrone per tutta la durata del film e poi, dopo i titoli di coda, farle andare via con l’unico pensiero in testa di aver visto un bella storia. Questo è un problema che riguarda soprattutto i disaster movie, di cui fa parte il famoso The day after tomorrow, che complessivamente ha incassato più di 700 milioni di dollari (un successo di pubblico stratosferico).
The day after tomorrow, così come il primo capitolo di Una scomoda verità e The age of stupid (un film ambientato nel 2055 in cui un archivista, unico superstite sulla Terra, guarda vecchie fotografie del pianeta chiedendosi come mai l’umanità abbia fallito nella lotta contro il riscaldamento globale quando ancora aveva la possibilità di fermarlo), hanno reso gli spettatori più consapevoli del cambiamento climatico in atto e più motivate a fare qualcosa, ma per poco tempo. Lo ha dimostrato una ricerca condotta dalla studiosa greca Maria Sakellari, un’esperta di come il comportamento delle persone cambia in relazione alla comunicazione di temi ambientali.
Secondo un gruppo di climatologi, a ostacolare maggiormente la partecipazione attiva delle persone che hanno visto un film sul cambiamento climatico è la difficoltà di separare la scienza dalla fantascienza. Dopo aver visto The day after tomorrow, molti spettatori si sono ricreduti sul fatto che il riscaldamento globale aumenta la possibilità che si verifichino eventi meteorologici estremi (per esempio estati particolarmente torride in zone dove non ce lo aspetteremmo), nonostante si tratti di un’eventualità che gli scienziati avevano già dimostrato.
Un’altro elemento che non facilita la cosiddetta call to action contro il cambiamento climatico, cioè la spinta ad agire in prima persona, è la presenza di scene ad alto impatto emotivo. Nei disaster movieambientali, come il già citato The day after tomorrow, ma anche Geostorm, in questi giorni al cinema, il contesto distopico scelto da registi e sceneggiatori per raccontare la trama dei loro film può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Mentre in alcuni spettatori questo scenario funziona da “catalizzatore”, rendendoli preoccupati per le conseguenze del riscaldamento globale al punto da farli agire immediatamente, in altri la visione di città completamente sommerse dall’acqua o di una Terra presto disabitata rischia di coinvolgerli troppo, spingendoli verso uno stato di rassegnazione. Invece di muoversi, queste persone sono convinte che sia troppo tardi e decidono di non fare niente.
La situazione è un po’ diversa per quanto riguarda i documentari. In genere chi va a vedere un documentario, sul riscaldamento globale o sul problema delle discariche, per dirne una, è già sensibilizzato sull’argomento trattato. Ma se il regista sa di trovarsi di fronte a un pubblico informato, non può esimersi dal dare nuove informazioni che spingano il pubblico a impegnarsi ulteriormente per salvare il pianeta in cui vive. Non è un problema da poco, se pensiamo che anche nel pluripremiato Una scomoda verità, e nel suo sequel, le informazioni su cosa fare erano riservate a margine dei titoli di coda, mentre dovrebbero occupare una parte significativa della narrativa del film.

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