Un vademecum per vincere un Nobel

Micron
ll giorno dei Nobel è arrivato. Come da tradizione, oggi 10 dicembre i premi istituiti da Alfred Nobel vengono consegnati in due diverse città: Oslo è la capitale del Nobel per la Pace, mentre a Stoccolma si tiene la cerimonia con tutti gli altri premiati. Se anche quest'anno siete stati "snobbati" dal Comitato che assegna il prestigioso riconoscimento niente paura ci pensa Massimo Bucchi a svelarvi i segreti di come si vince un Nobel.
Andrea Rubin, 10 Dicembre 2017
Titolo

Come vincere un Nobel. Il premio più famoso della scienza

Autore

Massimiano Bucchi

Anno pubblicazione

2017

Editore

Einaudi

Info

pp. 248; euro 17,50

Micron
Sociologia, Comunicazione della Scienza

Se siete degli scienziati e ambite a vincere il premio Nobel dovete seguire le indicazioni che Massimiano Bucchi, sociologo e docente di Scienza, Tecnologia e Società all’Università di Trento, vi fornisce nel suo ultimo saggio: Come vincere un Nobel (Einaudi). In questo suo ultimo lavoro, Bucchi ripercorre la storia del premio più famoso della scienza, dalla sua fondazione per volontà dell’inventore e industriale svedese Alfred B. Nobel, ai retroscena sui vincitori più celebri fino alle curiosità che si celano dietro alla cerimonia di premiazione e tra le righe di un rigidissimo regolamento.
Innanzitutto, se volete aggiudicarvi l’ambitissimo premio dovete essere vivi. Pare una banalità ma il regolamento, modificato nel 1974, vieta l’attribuzione del riconoscimento a persone decedute. Questa è solo una delle curiosità che ruotano attorno alle complesse regole che stanno alla base del riconoscimento. Superata questa conditio sine qua non è fondamentale che il vostro curriculum scientifico sia corredato da un buon numero di pubblicazioni su prestigiose riviste. Ricordatevi, poi, che se fate parte del team di ricerca di un premio Nobel le vostre chances aumentano.
Ben 11 furono gli allievi di Ernest Rutherford, premio Nobel per la chimica nel 1908, ad aggiudicarsi nel corso degli anni l’ambito riconoscimento! Se non lavorate con un ex premiato, non disperate. Le vostre quotazioni potrebbero ugualmente salire se operate in un laboratorio statunitense. A primeggiare tra le istituzioni a cui apparteneva il maggior numero di vincitori, soprattutto dal Secondo Dopoguerra, sono state l’Harvard University, il Caltech e l’MIT di Boston. Niente università americane? Puntate allora sulla vostra origine culturale e religiosa. Avere origini ebraiche o essere di religione ebraica non guasta: ben un quinto dei premi fin qui assegnati è andato a scienziati ebrei che, insieme, alla nazionalità statunitense farebbe immediatamente decollare le vostre possibilità: 188 dei premiati (nelle discipline scientifiche) sono nati negli Stati Uniti, 67 nel Regno Unito e 51 in Germania. Finora, dunque, un premio ogni due è volato oltreoceano. Chi è, dunque, il premio Nobel ideale? Bucchi, dopo una seria e attenta analisi dei dati conservati dalla Fondazione Nobel, sembra non avere dubbi: «l’identikit del premio Nobel tipico sembra chiaro: uno scienziato maschio, di mezza età, attivo in una delle università più prestigiose degli Stati Uniti (o di pochi altri Paesi), non di rado allievo o collaboratore di un altro premio Nobel, autore di pubblicazioni originali e influenti, spesso già insignito di premi e riconoscimenti significativi» (p. 28).
Se non siete scienziati, o vi sentite scoraggiati dai “requisiti”, il libro di Bucchi vi appassionerà ugualmente portandovi alla scoperta di curiosità e aneddoti che attraversano gli oltre cento anni della storia del premio. Che siate scienziati o no, il saggio si rivelerà ugualmente utile per comprendere il ruolo giocato dal Nobel, ad esempio, nella percezione pubblica della scienza. Bucchi ricorda, infatti, come «il Nobel è stato “il premio giusto al momento giusto”. In un’epoca in cui la ricerca stava già cominciando a diventare un’attività più complessa, organizzata e inevitabilmente spersonalizzata, ha consentito di mettere a fuoco contributi, figure e volti individuali». E proprio la figura personale di grandi scienziati è l’occasione, per il sociologo di Trento, di ripercorrere alcune vicende che hanno sancito la cronaca dell’attribuzione del premio.
Bucchi ricorda, ad esempio, la travagliata vicenda che vide protagonista il fisico tedesco Albert Einstein. Si tratta indubbiamente della figura di scienziato, e di laureato (così vengono ufficialmente definiti i vincitori del premio), più famoso della storia eppure la sua premiazione fu tutt’altro che scontata e si concluse con un “compromesso”: non venne premiato per la sua celebre teoria della relatività, come sarebbe lecito attendersi, ma “per aver scoperto l’effetto fotoelettrico”. L’Accademia era così divisa sul conferire a Einstein il premio che decise di non lasciare fraintendimenti: il diploma di Albert è l’unico a presentare un’avvertenza che specifica come il premio fosse stato conferito «indipendentemente dal valore che (dopo eventuale conferma) possa essere attribuito alla teoria della relatività e della gravitazione».
Bucchi però non si accontenta di raccontare semplici e storicamente ben documentate bizzarrie, e coglie l’occasione per un’analisi dei processi che guidano i rapporti tra scienza e società. Rapporti che assumono spesso i risvolti politici. Il Comitato di assegnazione del Nobel, infatti, è stato spesso al centro di polemiche e controversie per le sue scelte. Ma soprattutto per le sue “non scelte”. «Quando vi dicono che la scienza non c’entra con la politica, raccontate la storia di Lise Meitner», ammonisce Bucchi. Perché la storia del Nobel è una storia, talvolta, segnata anche da casi di discriminazione. Come avvenne in occasione del premio conferito nel 1944 a Otto Hahn – ma non a Lise Meitner il cui contributo fu fondamentale per la scoperta della fissione nucleare.
O nel caso della celebre “foto 51”, al centro della disputa che vede contrapposti James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins a Rosalind Franklyn sulla paternità di una delle immagini più celebri della scienza moderna: la struttura a doppia elica del DNA. Fu una fotografia, ottenuta da Franklyn attraverso la tecnica della cristallografia a raggi X, a suggerire a Watson e Crick l’idea della doppia elica. Rosalind Franklyn venne oscurata dagli allori e dalla gloria del premio. A salire sul palco di Stoccolma il 10 dicembre 1962 furono solo i Watson, Crick e Wilkins Nella loro lectio nessuno di loro rivolse neppure un ringraziamento a Rosalind. Lei era morta qualche anno prima. Se, come sosteneva von Clausewitz, la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi, l’immagine del premio Nobel che emerge dal piacevole saggio di Bucchi è inestricabilmente connesso anche alle vicende belliche che fustigarono in lungo e in largo l’Europa nella prima metà del Novecento. Il settore militare è spesso motore di innovazione tecnoscientifica ma la decisione di conferire a Fritz Haber, il premio per la chimica nel 1918, per la sintetizzazione dell’ammoniaca, divenne una scelta immediatamente discussa e controversa. Forse, la più controversa operata dal Comitato Nobel. A quel tempo, infatti, l’intuizione di Haber era ampiamente utilizzata nei gas impiegati durante la guerra.
In conclusione, Come vincere un Nobel si presenta come un libro intrigante e appassionante, imperdibile per chi segue la storia della scienza ma anche per chi intende avvicinarsi a essa attraverso un accurato sguardo sociologico che riveli il volto umano e sociale della scienza.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X