Un viaggio alle origini dell’uomo

Micron
Con "Gli africani siamo noi" Guido Barbujani ci dimostra e ci racconta come noi, al secolo Homo Sapiens, proveniamo tutti dall’Africa e di lì ci siamo sparsi per tutto il pianeta e lo fa con dodici brevi capitoli, che a volte sembrano quasi racconti, e che ci conducono di volta in volta in uno dei molti terreni su cui si è giocata la campagna razziale e poi razzista, durata quasi tre secoli e non ancora terminata del tutto.
Salvatore Marazzita, 06 Maggio 2017
Titolo

Gli africani siamo noi

Autore

Guido Barbujani

Anno pubblicazione

2016

Editore

Editori Laterza

Info

pp. 148; euro 15,00

Micron
Filosofia della Scienza

L’evoluzione delle specie potrebbe essere presentata con l’esempio, divenuto forse classico, della struttura di un albero. Il tronco e le radici rappresentano la comune origine della vita e la ramificazione invece l’insieme delle diverse linee evolutive. Alcuni rami continuano a crescere e svilupparsi, altri si sono spezzati nel corso della storia evolutiva o germinati in linee più piccole, componendo per l’occhio retrospettivo dello scienziato una grandiosa e complessa struttura vitale.
L’albero delle specie continua a crescere lentamente sotto i nostri sguardi con la maestosa calma e l’inarrestabile camminata che solo la natura può permettersi a pieno.
Il tentativo di Goethe di rintracciare la “Urpflanze”, l’impianto archetipico della pianta originaria dalla quale deriverebbero tutte le altre, può essere visto come un tassello nel percorso della storia della scienza che ha mostrato i suoi frutti, tra gli altri, nella speciale intuizione di Darwin presentata ne L’origine delle specie. Una strada, affatto lineare, ha portato poi a leggere la teoria darwiniana attraverso la lente della genetica, per alcuni studiosi vera chiave di volta della storia evolutiva. Sostenute da alcune interpretazioni della biologia dell’evoluzione, sempre nel XIX secolo si cominciano a sviluppare teorie, che si sarebbero in seguito rivelate false, sulla diversità delle razze nella specie umana.
Guido Barbujani, professore di genetica all’università di Ferrara, con Gli Africani siamo noi, si addentra nel mondo della teorie razziali, che hanno generato e continuano ad alimentare conflitti di grandi dimensioni. Queste idee indicano sovente una presunta giustificazione biologica ed evolutiva a limiti, confini, separazioni, muri ideologici o reali, in sostanza al dominio dell’uomo sull’uomo. La biologia moderna abbandona il paradigma razziale e mostra invece che la radice comune della nostra umanità, il nostro essere uomini e donne, nel senso stretto dei termini, attraverso una lunga e lenta storia di migrazioni, modificazioni e forme umane diverse, è da rintracciarsi nell’Africa di 60.000 anni fa, momento in cui nasceva l’uomo come specie che si sarebbe poi diffusa in tutto il pianeta.
La scoperta dell’origine comune dell’uomo non è stata nella storia del pensiero scientifico affatto scontata. Per secoli si sono utilizzate argomentazioni pseudoscientifiche per parlare, denuncia l’autore, di differenze biologiche e di inferiorità di razza, al solo fine di trarre conclusioni di carattere politico, certamente non per gli scopi propri della scienza. Parlare scientificamente di razza deve includere giocoforza una componente etica: non si può parlarne come se il razzismo non fosse esistito.
L’ambiguità del termine infatti porta con sé la possibilità concreta di far slittare la discussione in campi che con la scienza hanno poco a che fare. Il libro intende quindi muoversi nell’orizzonte scientifico e, per quanto sia complesso, consentire una riflessione sul concetto di “razza biologica”, con l’obbiettivo di mostrare che altri usi e altri significati di questo termine sono scientificamente impropri. Il concetto di razza e la sua traduzione pratica hanno fornito e forniscono ancora la possibilità di sviluppo di fenomeni sociali ben noti: xenofobia, razzismo, rifiuto del diverso. Non possiamo allora neppure immaginare che la scienza lavori per compartimenti stagni e che non abbia ripercussioni sulla società.
La narrazione è scandita secondo uno schema letteralmente spazio-temporale. Abbiamo un tempo e un luogo che fanno da incipit per gli approfondimenti storico-scientifici sull’argomento.
La prima tappa è l’Italia fascista del 1938, data di pubblicazione del celebre manifesto degli scienziati razzisti. L’analisi degli enunciati che intendevano educare l’Italia al razzismo e la dimostrazione della loro incoerenza scientifica, conducono l’autore ad un balzo temporale notevole che giunge direttamente nel cuore del processo che vede scomparire per sempre l’uomo di razza cosiddetta europea: siamo nel 40.000 a.C.
Ci si sposta poi nella Germania del 1850, a Cambridge, poi in Oriente, a Seul e in altri luoghi e tempi che hanno fatto la storia scientifica di una teoria controversa e potenzialmente dannosa per l’umanità stessa. Il percorso tracciato da Barbujani lungo queste vette del tempo mostra che la vita sulla terra è un evento complesso, articolato e molto lungo ed evidenzia con chiarezza come l’uomo sia un evento recente nella storia dell’universo.
Tale consapevolezza dovrebbe condurre gli studiosi delle differenze tra gli esseri umani a ripensare in maniera netta il concetto di razza, forse ad abbandonarlo per sempre, questo con vantaggi sia dal punto di vista scientifico, in quanto non ci sarebbero motivazioni razionali a sostenerlo, sia dal punto di vista etico a beneficio di tutta la “razza umana” che, parafrasando una nota battuta attribuita ad Einstein, è l’unica che conosciamo e alla quale possiamo dire di appartenere.

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