Un’elefantessa per la Francia

Micron
Un libro che offre numerosi spunti di approfondimento e riflessione su tematiche naturalistiche, ambientali, storico-politiche ed è arricchito dalla presenza del mito e della letteratura. Una vera e propria miniera, capace di trasmettere l’importanza di valori come il rispetto della Natura e della libertà degli animali e l’amicizia fra questi e l’uomo, valori che possono essere difesi proprio muovendo dalle qualità del principe degli animali: l’elefante.
Alessandra Cutrì, 04 Novembre 2017
Titolo

L’elefante di Napoleone. Un animale che voleva essere libero

Autore

Paolo Mazzarello

Anno pubblicazione

2017

Editore

Bompiani

Info

pp. 192; euro 13,00

Micron
Linguistica italiana

Tag

… un animale paziente, con una memoria formidabile, dal carattere domestico e capace di forti emozioni come il coraggio, la paura, l’affetto, il terrore. Un essere in grado di piangere, di organizzare una specie di veglia funebre per i suoi morti e abile nel tessere complesse relazioni sociali (Mazzarello 2017: 9).

Già Aristotele, oltre 1500 anni fa, definì gli elefanti come «gli animali che superano tutti gli altri in intelligenza e spirito» (cfr. Romano 2016). Diverse ricerche hanno recentemente dimostrato che questi pachidermi sono capaci di provare empatia e compassione (cfr. ibid. e Guaita 2014), sentimenti prettamente umani. Proprio queste caratteristiche dell’elefante, unitamente alle sue imponenti dimensioni e all’aspetto curioso e divertente, al quale concorre certamente il loro “quinto arto” (cfr. Mazzarello 2017: 7), la proboscide, hanno da sempre affascinato l’uomo[1].
Anticamente l’uomo si è servito dei proboscidati per diversi scopi. Primo fra tutti, impaurire i nemici durante le battaglie: per citare i casi più noti, si pensi alla battaglia di Eraclea del 280 a.C., quando il re Pirro si avvalse di 20 elefanti per sconfiggere i Romani, o alla battaglia della Trebbia del 218 a.C., quando Annibale Barca impiegò, ancora contro i Romani, ciò che rimase dei 37 elefanti provenienti dall’Africa e sopravvissuti all’attraversamento dei Pirenei e delle Alpi. Nel periodo delle monarchie assolute in Europa questi giganteschi pachidermi servirono a mostrare la grandezza e i fasti del potere; è il caso ad es. dell’elefante di Versailles, la cui storia è raccontata dall’Autore di questo saggio: nell’ultimo trentennio del Settecento esso fece bella mostra di sé davanti al pubblico ammirato in visita alla reggia francese[2]. Per tutta l’Età Media e la prima Età moderna l’elefante divenne uno strumento di mediazione fra culture diverse: avete mai sentito parlare di Abul Abbas? Fu il pachiderma inviato dal quinto califfo abbaside Hārūn al-Rashīd in dono a Carlo Magno nel 798[3]. A partire dall’Ottocento, poi, i proboscidati cominciarono ad essere anche impiegati per intrattenere il pubblico dei circhi[4].
Ma il fascino subito dall’uomo nei confronti dell’animale si è tradotto sempre in una limitazione della sua libertà: di casi recenti ci informano, ad es., Payne 2016 e Cerutti 2015.
Il saggio di Paolo Mazzarello, docente di Storia della medicina presso l’Università di Pavia, è, in effetti, una parabola della libertà negata all’elefante, come accenna il sottotitolo del libro: «un animale che voleva essere libero». Tale parabola è sugellata dal tragico epilogo, che richiama l’Operetta morale di Giacomo Leopardi Dialogo della Natura e di un Islandese. Come l’Islandese di Leopardi, scaraventato in un mondo ostile, inutilmente in cerca di pace per le sue sofferenze, si ribella alla Natura con il risultato di perire inevitabilmente ed essere trasformato in una mummia, per essere infine collocato nel museo di una qualche città d’Europa, così l’«elefante di Napoleone» tentò inutilmente di sfuggire al suo destino di prigioniero, rompendo le catene e spezzando il famigerato paletto per finire, dopo pochi passi, annegato in un canale del parco di Versailles; trasportato al Jardin du Roi, divenne occasione di arricchimento scientifico: il suo corpo, sezionato e analizzato dai più grandi naturalisti francesi del tempo, fu poi tassidermizzato e trasportato al Museo di Storia naturale di Pavia, al quale fu donato nel 1806 proprio dall’imperatore Napoleone, che mostrò grande ammirazione per le scienze e per l’Ateneo pavese.
Ma facciamo un passo indietro: chi era «l’elefante di Napoleone»?
Passato alla storia con questo nome proprio grazie al generoso gesto napoleonico, è il più antico esemplare tassidermizzato di elefante indiano esistente al mondo (cfr. Giudice 2017). L’elefante di Versailles – ma, a rigore, bisognerebbe parlare di elefantessa – fu spedito da Jean-Baptiste Chevalier – membro della Compagnie des Indes[5] – a Luigi XV, allo scopo di stimolare in Francia l’interesse per l’India, che subiva una politica coloniale a vantaggio degli inglesi.
Diversi sono gli esempi portati dall’Autore in questo saggio di pachidermi letteralmente spediti dall’Oriente in dono a sovrani occidentali. Costretti a mesi e mesi di navigazione, a vivere in una condizione già innaturale per l’uomo, per poi tentare di cavarsela a latitudini poco adatte, queste meraviglie dell’Oriente, se riuscivano a sfuggire alla morte, erano condannate a un’esistenza in cattività. Complici e sostanzialmente veri e propri responsabili di queste spedizioni erano i cosiddetti cornac, senza i quali il trasporto dei proboscidati non sarebbe stato possibile. Il cornac addestrava l’animale e ne conquistava la fiducia, al punto che questi gli obbediva, mostrandogli una gratitudine e un rispetto incondizionati[6].
Il viaggio dell’elefantina di Versailles, cominciato il 12 febbraio 1772, quando essa aveva appena 10 mesi, durò più di un anno: si concluse, infatti, con l’arrivo del pachiderma alla ménagerie di Versailles il 19 agosto 1773. Un viaggio che, com’è facile immaginare, non dovette essere semplice, considerate le poderose dimensioni dell’animale, l’instabilità del mezzo di trasporto, rumori e odori del tutto nuovi, la sostanziale solitudine, dovuta all’abbandono dei suoi simili; solitudine mitigata solo in parte dalla presenza del fidato Joumone (il suo cornac), che capiva le sue esigenze e sapeva cosa fare per calmarlo, oltre a nutrirlo, pulirlo e bagnarlo con acqua marina quando il caldo della stiva diventava opprimente. In un viaggio così lungo, l’elefantessa dovette abituarsi periodicamente a climi diversi, parallelamente all’arrivo a differenti latitudini, come quando l’imbarcazione Gange approdò in Bretagna (nel dicembre 1772). Qui, il pachiderma rimase per alcuni mesi nell’attesa dell’arrivo della stagione estiva, più propizia per la marcia di un animale abituato a climi caldi. Ripartito dalla costa nel luglio del 1773, giunse a Versailles (con al seguito il suo cornac e un arciere della marina come guardia armata) circa un mese più tardi.
Anche il soggiorno a Versailles fu doloroso, soprattutto nei primi mesi, poiché l’elefantessa non aveva un adeguato rifugio per la notte, cosa che, fra l’altro, ne avrebbe minacciato la vita durante l’inverno successivo; inoltre, la partenza del suo amato Joumone contribuì a rattristarla. Pertanto, fu costruita per lei una loggia e a Joumone subentrò un altro cornac, che divenne presto suo amico. Grazie al suo carattere amabile e docile, l’elefantessa fu adorata da tutti (primo fra tutti Re Luigi XVI), ma il soggiorno in un ambiente poco consono (dalla loggia poteva uscire solo quando non faceva molto freddo e al suo interno i movimenti erano bloccati da catene fissate alle zampe) rese la sua salute cagionevole e ridusse le sue capacità motorie.
Si dice che la memoria dell’elefante sia imbattibile. Forse il pachiderma della ménagerie non aveva mai dimenticato le pianure del Bengala, il caldo umido, le piogge monsoniche, il barrito dei suoi fratelli lontani e Joumone. Così la notte fra il 24 e il 25 settembre, quando non aveva ancora dodici anni, spezzò le catene che di notte la bloccavano dentro la loggia, sfondò la porta e fuggì. Troppo bello era muovere le zampe, niente valeva quanto la libertà (Mazzarello 2017: 141-142).
Forse proprio le sue ridotte capacità motorie le impedirono di risalire dal canale nel quale cadde dopo pochi metri dalla sua fuga, che le fu quindi fatale.
Dopo la sua morte, l’esemplare divenne occasione di un «grandioso esperimento zoologico» (Mazzarello 2017: 144) e fu «interessante argomento di discussione scientifica» (p. 113) a Parigi, dove il Jardin du Roi[7] e il Cabinet du Roi divennero un unico istituto di ricerca scientifica, punto di riferimento per i naturalisti europei, riuniti attorno al grande Georges-Louis Leclerc conte di Buffon, che diresse il centro per circa cinquant’anni. Emblema dell’attività culturale di Buffon fu la sua poderosa Histoire naturelle, rimasta incompiuta; in essa descriveva la natura attraverso i suoi regni, superando la rigida tassonomia “alla Linneo” e dando spazio anche a considerazioni relative ad abitudini, temperamento e istinto, qualità delle specie importanti quanto quelle strutturali. Dalle pagine dell’Histoire, Mazzarello trae la descrizione dell’elefante: intelligente, socievole e fedele verso gli uomini, rispettato da tutti, è il «principe degli animali» (Mazzarello 2017: 119). Buffon, in quanto naturalista, sosteneva però la libertà degli animali, fondamentale per conoscere le loro abitudini reali, ed era scettico verso l’utilità dei serragli per il loro studio. Anzi, affermava con decisione che «la Natura libera, indipendente, e, se si vuole, selvaggia, è la sola bella Natura» (p. 122). L’Autore del saggio legge in questa presa di posizione di Buffon una critica agli ambienti illuministici della monarchia francese, e nella condizione di prigionia e schiavitù degli elefanti nel serraglio di Versailles vede la metafora della condizione degli uomini sotto la tirannia (p. 123).
Il libro di Paolo Mazzarello ripercorre la storia dell’elefantina, nel suo viaggio dall’India alla Francia, a Versailles, con numerose incursioni nel mito e nella storia più remota; un viaggio che riprenderà dopo la morte del pachiderma, questa volta verso il Museo di Storia naturale – fondato da Lazzaro Spallanzani – di Pavia, centro culturalmente importante nell’Europa del tempo; si consideri che l’Università di Pavia aveva avuto professori di spicco come Alessandro Volta e Antonio Scarpa[8].
Insomma, il libro offre numerosi spunti di approfondimento e riflessione su tematiche naturalistiche, ambientali, storico-politiche ed è arricchito dalla presenza del mito e della letteratura. Una vera e propria miniera, capace, inoltre, di trasmettere l’importanza di valori come il rispetto della Natura e della libertà degli animali e l’amicizia fra questi e l’uomo, valori che possono essere difesi proprio muovendo dalle qualità del principe degli animali: l’elefante.

Note
[1] La loro vista destava, sia nel periodo romano, sia in quello medievale e moderno, stupore e meraviglia fra la popolazione occidentale e anche in Italia. Qui, preistoricamente vissero i parenti dei pelosi mammut, come hanno dimostrato i risultati di scoperte condotte, ad es., nei pressi di Perugia, e per la precisione a Pietrafitta; i cambiamenti climatici e la caccia da parte dell’uomo ne causarono però l’estinzione (cfr. Angela 1996).
[2] È da dire però che già nell’alto Medioevo il serraglio con animali rari ed esotici era stato un simulacro del potere dei sovrani.
[3] Mazzarello (2017: 78) parla di «diplomazia dell’elefante» per il periodo medievale e della prima Età moderna in riferimento al ruolo svolto da questi «inconsapevoli diplomatici», «al servizio di disegni politici che non potevano capire».
[4] Le campagne animaliste degli anni Novanta del Novecento hanno finalmente portato a limitare l’impiego di animali nei circhi e permesso la diffusione di circhi senza animali, come il canadese Cirque du Soleil (cfr. la voce circo in Enciclopedie on line: http://www.treccani.it/enciclopedia/circo/ e Zizi 2005).
[5] Compagnia francese che deteneva il monopolio dei traffici commerciali con i possedimenti coloniali orientali.
[6] Per portare un esempio italiano, ricordo il caso di Fritz, elefante donato nel 1827 dal vicerè d’Egitto Muhammad Ali al re Carlo Felice (cfr. Paglieri 2015); il pachiderma, insolitamente responsabile della morte del suo guardiano, fu in seguito condannato a morte per asfissia da Re Vittorio Emanuele II per questioni “economiche”, legate all’insostenibilità delle spese per il suo mantenimento.
[7] Primo nucleo di ciò che diventerà il Muséum d’Histoire naturelle.
[8] Nel saggio si narra anche la vicenda curiosa della visita di Napoleone all’Ateneo pavese e dei suoi tentativi, riusciti, di richiamare alla cattedra i due studiosi Alessandro Volta e Antonio Scarpa, ormai andati in pensione.

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