È illusorio ritenere che alcuni concetti del nostro sicuro porto di conoscenze siano innati o siano sempre esistiti. Un concetto astratto, al pari di un avvenimento, può avere una storia che richiede di essere rintracciata attraverso l’osservazione del momento di nascita, cioè di quel punto storico in cui emerge la sua problematizzazione e, in seguito, la sua diffusione.
Con Storia del Dove, l’astrofisico Tommaso Maccacaro e lo storico Claudio M. Tartari conducono il lettore alla ricerca dei confini del mondo, attraverso il percorso del pensiero dell’uomo sul concetto di spazio, inteso come luogo, come “dove” appunto.
Per millenni, informano gli autori in apertura, l’uomo ha scoperto e battuto gli stessi sentieri senza tenerne memoria, è solo una decina di secoli fa che nascono la geografia per la Terra e la cosmologia per il cielo. È attraverso la memoria che può fiorire una scienza, in questo caso tenere traccia dello spazio, misurarlo e studiarlo significa gettare le basi per la costruzione di quelle che da fantasie dell’uomo sui limiti, i confini, il cielo sarebbero diventate teorie scientifiche e modelli matematici.
Si tratta di una storia del pensiero, dunque si fanno da subito i conti con teorie filosofiche, presentate in maniera chiara anche se non sempre esplicitate per il pubblico dei non addetti. Che si parli di filosofia in un libro di divulgazione scientifica non deve stupire né scoraggiare il lettore. Almeno fino al ‘600, dire filosofia e dire scienza poteva suonare allo stesso modo. D’altro canto non si deve pensare alla scienza come quella branca del sapere che misura e calcola in maniera fredda e alla filosofia come l’arte, a volte spregevole, di argomentare su tutto. Luoghi comuni. Il limite e lo spazio ad esempio, come concetti in sé, rientrano esattamente in una storia del dove. L’investigazione su di essi e le loro implicazioni non può che essere pane per la filosofia e materia di approfondimento per la scienza. Kant ad esempio definisce lo spazio, insieme al concetto di tempo, come ‘forma a priori della sensibilità’. Lo spazio era dunque una forma del senso esterno, visto cioè come modo di ordinare il mondo e inteso come primo gradino del processo conoscitivo dell’uomo.
L’obbiettivo del libro è ripercorrere la storia del pensiero in relazione al modo di concepire lo spazio, con una coscienza storica che mostra in maniera chiara come l’uomo abbia scoperto un “dove”, abbia tentato di misurarlo e abbia sempre scorto, oltre esso, un “altrove”, spostando i limiti spaziali e non meno sovente allargando quelli mentali. La narrazione segue dapprima un ritmo cronologico che accelera non appena si giunge, nei capitoli conclusivi, verso un brulichio di teorie, a rimarcare proprio l’esplosione informativa della scienza contemporanea.
Gli autori seguono le tracce del “dove” a partire da una protostoria, per passare alla storia arcaica e quella antica, all’interno della quale particolare attenzione è dedicata alla splendida e prolifica parentesi del pensiero greco. In questo punto si rintraccia la nascita e l’elaborazione di concetti filosofici e matematici che non stenteremmo a definire proto-scienza, nel tentativo di dare forma e comprensione al mondo come sistema, già alquanto lontani dalle spiegazioni mitologiche. L’osservazione del cielo oltre la terra e il tentativo di conoscerne i movimenti, la geometria, il concetto di infinito logico che apre con timore all’infinito spaziale, sono diventati quesiti con i quali  non si sarebbe potuto fare a meno di confrontarsi.
Da quel momento la storia del dove avrebbe accelerato, diramandosi in due direzioni: l’esplorazione della Terra e, sempre di più, quella del cielo. I viaggi di esplorazione terrestre avvenuti tra ‘400 e ‘500 coincidono con la rivoluzione scientifica che ha saputo modificare radicalmente la concezione del posto dell’uomo nell’universo: l’eliocentrismo di Copernico. L’intuizione “eretica” di Giordano Bruno si spinge oltre, ad immaginare infiniti soli e innumerabili mondi aprendo la strada, almeno teoricamente, all’esplorazione spaziale. Con l’invenzione del cannocchiale di Galileo, lo spazio ultramondano diventa osservabile e più vicino, ed indica la via verso la moderna cosmologia di precisione che utilizza potenti telescopi come Hubble, i satelliti WMAP e Planck, la spettroscopia. Queste tecnologie forniscono dati precisi, che necessitano di essere interpretati secondo dei modelli fisici.
Le teorie sulla natura dell’universo oggi come in passato sono molte e spesso contrastanti e mostrano ancora una volta il modo di procedere della scienza, che non è sempre lineare, ma è fatto di prove ed errori, dati, esperimenti, modelli e anomalie che alimentano la ricerca. Oggi sappiamo molto di più sull’universo, che siamo in grado di osservare più da vicino, abbiamo scoperto nuovi pianeti, stiamo teorizzando l’esistenza di un multiverso. Superate le colonne d’Ercole non ci siamo più fermati e si può star certi che ci saranno nuove rivoluzioni scientifiche a spostare ancora i limiti del dove.

SalvatoreMarazzita