Acidificazione degli oceani, a rischio l’olfatto (e la sopravvivenza) dei salmoni

La grande minaccia per le specie che vivono negli oceani non è rappresentata solo dall’inquinamento ma anche dall’acidificazione dell’acqua. Secondo uno studio dell’Università di Washington, se la situazione non cambia i salmoni non saranno più in grado di individuare i predatori e altri pesci potrebbero condividere lo stesso destino.
Giulia Negri, 14 Gennaio 2019
Micron
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Comunicatrice della scienza

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Per moltissimi animali il senso dell’olfatto è fondamentale. Anche se alcuni potrebbero stupirsi, lo è in modo particolare per i pesci: grazie agli odori possono evitare i predatori o trovare il cibo. E, nel caso dei salmoni, dall’oceano ritrovano anche la strada di casa per riprodursi grazie alla loro memoria olfattiva, in grado di distinguere le caratteristiche chimico-fisiche delle acque in cui sono nati. Se qualcosa dovesse offuscare questa capacità, perciò, per i salmoni sarebbe un bel problema: è quello che sta accadendo a causa dei sempre più elevati livelli di anidride carbonica disciolti nell’acqua.
La nuova ricerca dell’Università di Washington e del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration – Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica) Fisheries’ Northwest Fisheries Science Center mostra come il potente senso dell’olfatto del salmone argentato sia messo in difficoltà dalle aumentate emissioni di questo gas, che continuano a essere assorbite dagli oceani.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Global Change Biology, è il primo a mostrare come l’acidificazione degli oceani influenzi il senso dell’olfatto del salmone argentato. In più, offre un approccio più completo, andando a verificare esattamente dove – nel sistema sensoriale e neurale – la capacità di reagire agli odori viene alterata. Unita all’esposizione agli inquinanti, questa problematica rischia di avere gravi conseguenze a lungo termine sulla sopravvivenza di questi pesci.
Il gruppo di ricerca voleva testare come cambia la reazione dei giovani salmoni argentati, che di solito si basano sull’olfatto per individuare i predatori e altri pericoli, quando aumenta l’anidride carbonica disciolta. Si prevede che le acque dello stretto di Puget (situato nello Stato di Washington) assorbiranno più CO2 all’aumentare di questo gas in atmosfera, contribuendo all’acidificazione dell’oceano.
Nel laboratorio di ricerca del NOAA Fisheries a Mukilteo, il team ha predisposto una serie di vasche di acqua salata con tre diversi valori di pH: quello attuale presente nello stretto di Puget, quello medio previsto tra 50 anni e tra 100. Hanno esposto i giovani salmoni argentati a questi livelli per due settimane, poi hanno iniziato i test neurali e comportamentali per vedere se il senso dell’olfatto dei pesci avesse in qualche modo risentito delle diverse condizioni.
I salmoni sono stati esposti all’odore dell’estratto di pelle di salmone, che indica l’attacco di un predatore e di solito spinge i pesci a nascondersi o nuotare via. S
e i pesci all’interno della vasca che simulava lo status quo hanno risposto normalmente all’odore che rappresentava un segnale di pericolo, quelli che si trovavano nell’acqua con livelli più elevati di anidride carbonica non hanno dato segno di notare o preoccuparsi dell’odore. Dopo i test comportamentali, si è cercata un’ulteriore risposta nell’attività neurale all’interno del naso e del cervello dei pesci – in particolare nel bulbo olfattivo, dove vengono analizzati gli odori – per capire dove fosse avvenuta l’alterazione. I segnali neuronali all’interno del naso erano normali in tutte le condizioni di CO2: questo significa che i salmoni sono in grado di sentire gli odori.
Ma quando hanno analizzato il comportamento dei neuroni all’interno del bulbo olfattivo, hanno visto che l’elaborazione era alterata: il pesce non può tradurre l’odore in un’appropriata risposta comportamentale.
Dopo aver analizzato anche i tessuti, hanno verificato che l’espressione genica era cambiata, soprattutto nei bulbi olfattivi. «Pensiamo che al livello del naso i neuroni stiano ancora individuando gli odori, ma, quando il segnale viene analizzato nel cervello, lì i messaggi vengono potenzialmente alterati», ha spiegato Chase Williams, primo autore dello studio e ricercatore presso il Department of Environmental and Occupational Health Sciences dell’Università di Washington.
In natura, diventare sempre più insensibili agli odori ricollegabili a un predatore significa impiegare più tempo a reagire, o addirittura non scappare del tutto.
Anche se lo studio si focalizzava sulla risposta ai pericoli, è probabile che anche l’orientamento, la riproduzione e la ricerca del cibo risentano dell’incapacità di sentire gli odori nel modo corretto.
Il prossimo passo sarà quello di verificare se anche altri pescirisentono in maniera simile dell’aumento dei livelli di anidride carbonica, o se questo gas alteri in maniera diversa altri sensi in specie differenti. Il cambiamento climatico e l’acidificazione degli oceani possono sembrare a qualcuno concetti piuttosto astratti, almeno finché non colpiscono direttamente un animale, specie se questo ha un significato ecologico e culturale così profondo in alcune zone.

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