Acque burrascose per il dottorato in Italia?

L’ottava edizione dell’indagine ADI su Dottorato e Post-Doc, illustrata ieri a Palazzo Madama a Roma, fa luce sulle condizioni di vita e di lavoro dei giovani “ricercatori in formazione” nel nostro paese, presentando non pochi dati sorprendenti.
Stefano Porciello, 09 Maggio 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

L’hanno chiamata “Niente di nuovo sul fronte occidentale” l’ottava indagine ADI su Dottorato e Post-Doc presentata ieri a Roma nella Sala Stampa del Senato a Palazzo Madama. Anche quest’anno l’indagine dell’Associazione Dottorandi e Dottori di ricerca in Italia ha fatto luce sulle condizioni di vita e di lavoro dei giovani “ricercatori in formazione” nel nostro Paese, presentando non pochi dati sorprendenti.
Incredibile ma vero, il numero di posti di dottorato banditi in Italia si restringe ancora. Dopo un piccolo aumento registrato nel 2016 e nel 2017 (che aveva fatto ben sperare), i dottorati sono tornati a calare: l’ADI registra che si è passati dai 9.288 posti del 2017 agli 8.960 di oggi, una flessione del 3,5%. E se questo può sembrare un passo indietro di dimensioni minime, basti pensare che dal 2007 i posti di dottorato in Italia si sono ridotti del 43,4%.
Non uniformemente, tra l’altro. L’indagine dell’ADI mostra che il Sud Italia ha perso oltre la metà dei posti banditi nel 2007 soffrendo più del resto del Paese, che segna comunque cali impressionanti: -41,2% per il Centro e -37% per il Nord. E se la situazione nel Mezzogiorno si è ormai abbastanza stabilizzata, dopo aver perso più di 2.400 posizioni negli ultimi undici anni, meno scontato è quanto accade al Nord Italia: pur cavandosela meglio in termini percentuali, è la parte d’Italia che ha perso più posti di dottorato in assoluto, sia rispetto al 2007 (-2533) che rispetto al 2017 (-232).

CHE FINE HA FATTO IL DOTTORATO SENZA BORSA?
Tra le poche note positive, i dottorati “senza borsa” continuano a diminuire rispetto a quelli finanziati, riducendosi ad appena il 16,9% di tutti i posti messi a bando: un trend che prosegue quasi ininterrottamente da almeno otto anni, ma che non riesce comunque a diventare il punto di svolta attorno a cui cambiare completamente il funzionamento del dottorato italiano. L’elaborazione di ADI dei dati CINECA registra infatti che, a fronte di una riduzione dei dottorati “senza borsa”, non si è assistito ad un incremento di quelli finanziati. Che fine hanno fatto, quindi, tutti quei dottorati “senza borsa” contro cui le associazioni si sono battute per anni? Invece di trasformarsi negli ambiti posti per borsisti, sono “spariti” facendoci perdere – di fatto – migliaia di opportunità di formazione.

SEMPRE NELLO STESSO ATENEO
Tra i dati più interessanti dell’indagine ci sono le risposte al questionario disseminato dall’ADI nei primi mesi del 2019 e a cui hanno partecipato più di 5.000 giovani ricercatori. Tra loro, la stragrande maggioranza dichiara di svolgere il dottorato nella stessa università (66.2%), città (5,1%) o regione (4,9%) in cui ha già ottenuto la laurea. Solo un quinto degli intervistati ha cambiato regione tra laurea e dottorato (19,3%), mentre la percentuale di chi si è laureato all’estero è davvero molto piccola: appena il 4,4% del totale. Dati che ci fanno interrogare su diversi punti: perché i nostri ricercatori non cambiano università? C’è il rischio che i nostri atenei siano chiusi su sé stessi e non siano capaci di far circolare i loro laureati, e – quindi – nuove idee? Perché riusciamo ad attrarre così pochi stranieri di talento (o giovani italiani che si sono formati all’estero)? Un approfondimento e una valutazione sul funzionamento del dottorato in Italia sembrano, a partire dai dati dell’ADI, davvero necessari.

COME MIGLIORARE IL DOTTORATO IN ITALIA?
A questo proposito possono essere d’aiuto proprio le segnalazioni degli intervistati su come – secondo loro – vada migliorato il dottorato di ricerca italiano. Aumentando la borsa e abolendo le tasse universitarie per i borsisti? Non solo e non prioritariamente: quattro intervistati su dieci hanno chiesto più garanzie su qualità, risorse, organizzazione e internazionalizzazione della formazione dottorale, mentre tre su dieci vogliono un migliore monitoraggio sui tutor e sull’offerta formativa.
La richiesta di aumento della borsa viene considerata prioritaria solo – si fa per dire – dal 16% degli intervistati, finendo al terzo posto tra i suggerimenti per migliorare la situazione attuale.
«Il dottorando italiano non è soddisfatto della qualità dell’offerta formativa erogata» ha sintetizzato Giuseppe Naglieri, candidato dell’ADI al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari. Una percezione che – tra l’altro – trova un riscontro nelle principali problematiche emerse attraverso il questionario sui rapporti tra dottorando e tutor: tra i giovani ricercatori che hanno segnalato qualche tipo di problema con il loro professore (il 15% del totale), vengono evidenziate una formazione dottorale inadeguata e la presenza discontinua, limitata – o l’assenza tout court – del proprio tutor.

E DOPO IL DOTTORATO?
Riuscire a intervenire sull’offerta formativa, permettendo ai dottorandi di coltivare soft skills e capacità trasversali che vadano ad integrare e a superare la “semplice” formazione accademica è importante anche per un altro aspetto affrontato dall’indagine. Le elaborazioni dell’ADI ipotizzano che, dopo il dottorato, il percorso dei giovani ricercatori rischia di diventare ben più accidentato: dei circa 13.000 assegnisti di ricerca delle università statali, solo il 9,5% potrebbe avere l’opportunità di essere strutturato come professore associato. L’ADI prevede che – stando così le cose – il 90,5% degli assegnisti di ricerca potrebbe finire per lasciare l’università italiana.
Se da una parte, quindi, è fondamentale intervenire per salvaguardare le aspirazioni accademiche dei giovani che in Italia si formano, si specializzano e fanno ricerca, la formazione dottorale deve riuscire a preparare il dottorando anche per il mercato del lavoro. Valorizzando il titolo, senza dubbio, ma anche permettendo una transizione non traumatica al momento dell’uscita dal mondo accademico. Una transizione che, se ben preparata e se accompagnata da un contesto favorevole, può e deve diventare un’opportunità di carriera stimolante per il ricercatore da cui il Paese, nel suo insieme, non può che trarre vantaggio.

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