Ammalarsi di diabete? Dipende dal quartiere

Uno studio pubblicato su "The Lancet Diabetes and Endocrinology", condotto su oltre 60.000 immigrati in Svezia dal 1987 al 1991, indica che esiste una relazione tra zone di residenza e probabilità di ammalarsi di diabete di tipo 2. Specialmente nelle popolazioni vulnerabili. Come è quella immigrata.
Tina Simoniello, 23 Maggio 2016
Micron

Il quartiere fa la differenza. Uno slogan da immobiliaristi? Non esattamente. È piuttosto la massima sintesi di uno studio sullo stato di salute della popolazione immigrata in Svezia tra gli anni ‘80 e ‘90, appena pubblicato su The Lancet Diabetes and Endocrinology che ha messo in luce la relazione tra zona di residenza e rischio di ammalarsi di diabete di tipo 2, una patologia cronica che colpisce 52 milioni di persone in Europa, 346 milioni nel mondo, la cui prevalenza è  in crescita ovunque in occidente. A causa dell’invecchiamento generale della popolazione ma anche – secondo gli esperti – della diffusione di sovrappeso e obesità, scorretta alimentazione. E disuguaglianze economiche.

UN ESPERIMENTO NATURALE
Condotto da ricercatori USA e svedesi, lo studio ha preso in esame i dati provenienti da 61.386 profughi di età compresa tra 25 a 50 anni arrivati ​​in Svezia tra il 1987 e il 1991. In quegli anni nel Paese scandinavo si registrò un grande afflusso di rifugiati, soprattutto dal Medio Oriente e dal Nord Africa, che il governo decise di distribuire sul territorio in maniera il più possibile omogenea per favorire l’integrazione ed evitare di mettere sotto pressione i mercati del lavoro dei grandi centri. La distribuzione fu casuale, nel senso che avvenne senza che gli amministratori svedesi avessero cognizione del background relativo allo stato di salute delle persone e delle famiglie immigrate. Così facendo, allestendo senza volerlo un vero e proprio esperimento naturale a disposizione degli epidemiologi.
Chi arrivava dunque, a prescindere da quali fossero le sue condizioni di salute pregresse all’immigrazione, veniva indirizzato e fornito di alloggio, in una zona (quartiere o località) che poteva avere un più o meno elevato livello di deprivazione: in altre parole più o meno pedonalizzata, più o meno interessata dalla criminalità, con più o meno verde pubblico, negozi, ecc.
Vista l’efficienza dei registri svedesi nel registrare nel corso degli anni i dati di salute dei cittadini, i ricercatori hanno avuto a disposizione cartelle cliniche e diagnosi. Per evitare di “sporcare” i risultati dell’indagine non hanno incluso nei conteggi chi era affetto da diabete di tipo 1 e chi aveva avuto una diagnosi di diabete di tipo 2 nei primi 5 anni di permanenza nel Paese, in pratica chi era arrivato in Svezia già ad alto rischio. Hanno dunque contato il numero di diagnosi di diabete di tipo 2 nell’arco temporale che va dal 2002-2010.

I RISULTATI
Il dato complessivo è stato che, mentre la prevalenza nazionale del diabete in Svezia in quell’arco temporale era pari al 4-6%, nella popolazione immigrata, ovunque risiedesse, era del 7,4%.
Nel dettaglio però le cose stavano così: tra i profughi assegnati ai quartieri definiti “ad alto livello di deprivazione” la percentuale di persone affette dalla malattia era del 7,9%, mentre era del 7,2% nei quartieri a “moderata-deprivazione”. Tra gli immigrati residenti in quartieri a “basso livello di  deprivazione” i numeri scendevano ulteriormente, fino a raggiungere valori paragonabili, seppure non uguali, a quelli misurati tra gli svedesi: 5,8 diagnosi di diabete di tipo 2 ogni cento immigrati.
Correggendo i dati in base a età, sesso, livello di istruzione, stato civile, regione di collocamento iniziale, dimensione della famiglia, paese di origine, anno di arrivo e comune assegnato, gli autori dello studio hanno trovato che la differenza in termini di punti percentuali tra quartieri ad alta e bassa deprivazione era pari a un valore che andava dall’1,7% allo 0,8%. Un risultato piccolo, come lo hanno loro stessi definito, ma ancora importante.
Lo studio ha messo in luce un altro aspetto interessante dell’effetto dei contesti di vita sulla probabilità di ammalarsi di una patologia cronica: la cumulabilità del rischio. «Abbiamo scoperto che vivere in un quartiere ad alta deprivazione ha provocato a un aumento del rischio di diabete di tipo 2 (…)», ha dichiarato Justin Whitedell’Università della California, San Francisco, uno degli autori dello studio, e ha aggiunto: «Anche se l’incremento del rischio è piccolo all’inizio, abbiamo trovato che l’effetto si accumula nel corso del tempo».
Nei 10 anni che seguirono l’arrivo in Svezia, la metà del campione iniziale di persone si trasferì dalla zona di residenza che era stata loro assegnata inizialmente. Cosa successe? Ebbene, anche in presenza di alti tassi di trasferimento i risultati mostrano un effetto a lungo termine dell’assegnazione iniziale sulla salute dei rifugiati, hanno dichiarato gli esperti.

PERCHÈ QUESTA ASSOCIAZIONE?
Dunque i dati statistici indicano un’associazione (piccola ma significativa) tra tipologia della zona di residenza e rischio di ammalarsi di patologie croniche.
Ma un’associazione sostenuta da quali elementi? Secondo gli studiosi, ci sono diversi fattori da tenere in considerazione nel tentare una analisi delle ragioni che sottostanno a questo link. Che elencano, ad esempio, una maggiore esposizione a stress cronico dovuto al vivere in una area ad alta criminalità, o molto periferica e separata dal resto della città.
E poi il reddito in genere più basso nella popolazione immigrata, che insieme alle opportunità limitate di occupazione, può influenzare in maniera sostanziale la capacità di permettersi cibo sano. Inoltre, la mancanza oggettiva di possibilità di rifornirsi di alimenti presso esercizi commerciali di qualità. E, infine, i bassi livelli di pedonabilità.
A proposito di pedonalibilità, malattie croniche e immigrazione vale la pena di ricordare uno studio del 2012 condotto da ricercatori del St. Michael’s Hospital e dell’Institute for Clinical Evaluative Sciences di Toronto. Gli studiosi canadesi, che come i loro colleghi svedesi si concentrarono sulla salute e le patologie croniche della popolazione straniera, dimostrarono che un immigrato aveva circa il 50% in più di probabilità di ammalarsi di diabete se risiedeva in quartieri poco percorribili, ovvero in zone con scarse mete raggiungibili in un tempo di 10 minuti, rispetto a chi abitava in aree più percorribili, e questo indipendentemente dal reddito medio del quartiere.
«(….) I nostri dati – è sempre White – suggeriscono che le decisioni che riguardano l’insediamento e integrazione degli immigrati possono avere conseguenze a lungo termine sulla salute dei nuovi arrivati, e che queste società (noi, l’Europa, ndr) possono finire per pagare un  prezzo nei decenni futuri se i rifugiati non ricevono un adeguato sostegno all’inizio. I rifugiati sono tra le popolazioni più vulnerabili in ogni società, e come tali meritano una particolare attenzione da parte dei governi nel creare politiche che proteggano e promuovano la loro salute. Gli studi futuri dovrebbero prendere in considerazione anche gli effetti delle politiche di distribuzione e la deprivazione dei quartieri su altri fattori, come la salute mentale o la salute dei bambini».

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