Anche le nubi fondono il ghiaccio

Si pensa sempre che i principali indiziati per la perdita delle calotte polari siano i gas serra, ma anche le nuvole hanno la loro parte di responsabilità nella fusione dei ghiacci. Gli studiosi dell’Università di Bristol hanno sottolineato l’importanza di includere questo aspetto nei modelli che cercano di fare previsioni sull’innalzamento del livello dei mari.
Giulia Negri, 26 Giugno 2019
Micron
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Comunicatrice della scienza

Quando si parla di cambiamento climatico, la prima cosa a cui si pensa sono i gas serra. Eppure, secondo una nuova ricerca effettuata dai climatologi dell’Università di Bristol, sembra che la rappresentazione delle nuvole nei modelli che cercano di prevedere il futuro della calotta glaciale della Groenlandia abbia un’importanza simile, se non superiore, a quella delle emissioni. Alcuni recenti studi mostrano che lo strato di ghiaccio della Groenlandia potrebbe sparire nel giro di un migliaio di anni, facendo innalzare il livello del mare di più di 7 metri. In ogni caso, però, queste previsioni e i conseguenti scenari si focalizzano solo sull’impatto dei diversi gas serra.
La nuova ricerca pubblicata sulla rivista Nature Climate Change illustra come, in un mondo che si sta riscaldando, la microfisica delle nuvolegioca un ruolo importante tanto quanto quello dei gas serra e negli scenari ad alte emissioni dominano le incertezze nel fare previsioni sul futuro scioglimento dei ghiacci.

La differenza nella potenziale fusione causata dalle nubi deriva principalmente dalla loro capacità di dirigere le radiazioni a onda lunga – anche dette infrarossi – verso la superficie della calotta glaciale. Agiscono più o meno come una coperta: la simulazione di maggior scioglimento è quella che presenta la “coperta più pesante” – ovvero lo strato più spesso di nuvole –, con il riscaldamento maggiore a livello della superficie, che porta a una fusione due volte maggiore. Viceversa, uno strato più sottile porta a un minor riscaldamento dovuto ai raggi infrarossi, con conseguente minor fusione.
Entro la fine del ventunesimo secolo, a causa dell’incertezza su quanto ghiaccio andrà perso in Groenlandia per le nubi, si potrebbe arrivare a 40.000 gigatoni (un miliardo di tonnellate) di ghiaccio fuso in più. Questo corrisponde alla quantità necessaria a circa 1.500 anni di approvvigionamento idrico domestico negli Stati Uniti e a 11 centimetri di innalzamento nel livello dei mari.
«Finora pensavamo che le differenze nelle proiezioni dei modelli della futura evoluzione della calotta glaciale della Groenlandia fossero determinate principalmente dalla quantità delle nostre future emissioni di gas serra», ha spiegato Stefan Hofer, dottorando della School of Geographical Sciences dell’Università di Bristol, membro dei progetti “Black and Bloom” e “Global Mass” e principale autore del nuovo studio. «Comunque, il nostro studio mostra chiaramente che le incertezze nelle nostre previsioni dello scioglimento della Groenlandia dipendono nella stessa misura da come rappresentiamo le nuvole in quei modelli. Entro la fine del ventunesimo secolo, le nuvole possono aumentare o diminuire l’innalzamento del livello del mare dovuto ai ghiacci della Groenlandia di 11 centimetri».

Il messaggio centrale di questo studio è che le nuvole sono laprincipale causa di incertezza nei modelli che descrivono il futuro dell’isola più vasta del pianeta, e conseguentemente il suo contributo al livello delle acque del globo. Circa il 10% della popolazione mondiale vive in aree costiere minacciate dall’innalzamento dei mari, perciò questo elemento in più dovrà essere tenuto presente per piani di mitigazione più accurati. Stefan Hofer, però, ha aggiunto: «Le osservazioni delle caratteristiche delle nuvole nell’Artico sono costose, e possono essere impegnative. Esiste solo una manciata di osservazioni a lungo termine di questi aspetti nell’Artico, cosa che rende molto arduo inserire le proprietà delle nuvole nei nostri modelli climatici».
Sembra chiaro, perciò, quale debba essere il prossimo passo: aumentare gli studi e le osservazioni sulle nuvole in questi luoghi, il cui impatto non può più essere ignorato. Né nel presente, né nei modelli che cercano di predire il futuro.

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