Antibiotico resistenza: quali misure adottare?

A settant’anni dalla scoperta della penicillina, gli antibiotici attualmente in uso stanno diventando obsoleti e le infezioni incurabili sono ormai all’ordine del giorno. La stragrande maggioranza delle infezioni rimangono a oggi trattabili, ma la minaccia futura della diffusione dell’antibiotico resistenza è reale e deve essere presa sul serio. Ne abbiamo parlato con Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Clinica Humanitas.
Laura Mosca, 08 Giugno 2016
Micron

Secondo Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Clinica Humanitas e Professore della Humanitas University, possiamo e dobbiamo agire immediatamente. “La situazione è molto grave per diversi germi, da E.coli a Klebsiella pneumoniae produttore di carbapenemasi KPC, un enzima che inattiva gli antibiotici carbapenemi, dallo Stafilococco al batterio della tubercolosi multi-resistente.
Di certo non dovevamo attendere la scoperta del gene mcr-1 di resistenza alla colistina né la proiezione inglese per comprendere la gravità della situazione e forse abbiamo aspettato troppo a rendercene conto. Ora dobbiamo chiederci senza incorrere nel panico che cosa possiamo concretamente fare.
Ci sono tre livelli di intervento che dobbiamo realizzare nell’immediato – prosegue Mantovani – il primo riguarda certamente la ricerca che deve investigare tre aspetti: innanzitutto occorre concentrarsi sulla scoperta di nuovi antibiotici; inoltre è opportuno studiare le infezioni causate da batteri antibiotico-resistenti e comprendere alcuni aspetti fondamentali come i meccanismi di difesa che fanno sì che non in tutti i soggetti che li ospitano contraggano l’infezione; infine è necessario osservare e decifrare il rapporto tra il microrganismo e l’ospite per meglio comprenderne le interazioni.
È poi assolutamente necessario adottare delle norme igieniche comportamentali apparentemente banali, come ad esempio lavarsi le mani, ma che possono risultare fondamentali nella lotta alle infezioni, soprattutto in ambito ospedaliero.”
A questo proposito ricordiamo la campagna “Save Lives: Clean Your Hands” promossa dal 2009 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha istituito in data 5 maggio la Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani sottolineando l’importanza di questa pratica sia nella vita quotidiana, sia soprattutto in ambito sanitario ribadendone il ruolo fondamentale nella protezione del paziente    dalla trasmissione di infezioni.
“Anche un cambiamento culturale è assolutamente auspicabile, anzi necessario – spiega ancora Mantovani – medici e pazienti devono imparare ad utilizzare gli antibiotici in modo appropriato. Allo stato attuale delle cose, infatti, vi è un abuso di questi farmaci che vengono spesso utilizzati quando non ve ne è la reale necessità e senza seguire le indicazioni terapeutiche in maniera corretta.
La somministrazione eccessiva ed inappropriata degli antibiotici è infatti la prima e principale causa dello sviluppo e della selezione dei batteri antibiotico-resistenti e ne limita l’efficacia. Il terzo punto fondamentale è rappresentato dall’impiego dei vaccini.
Al momento non sono ancora disponibili vaccini contro i batteri resistenti ma usare quelli disponibili attualmente può proteggerci anche dai batteri resistenti. Nelle persone anziane ad esempio è consigliabile l’inoculo del vaccino contro lo Streptococcus pneumoniae: i dati mostrano che l’introduzione di questo vaccino riduce drasticamente l’insorgenza delle infezioni da trattare con antibiotici e di conseguenza anche dei ceppi resistenti. Ciò accade verosimilmente anche nel caso dei vaccini contro i virus che indeboliscono il sistema immunitario e consentono lo sviluppo di infezioni opportunistiche. Insomma è doveroso fare tutto il possibile per ridurre al minimo il consumo di antibiotici.”
Intanto l’allarme lanciato dalla comunità scientifica è stato prontamente raccolto dalle istituzioni a livello globale: il Governo degli Stati Uniti ha stanziato circa 1,2 miliardi di dollari allo sviluppo di antibiotici attivi contro i microrganismi con elevata resistenza per il solo 2016. Nel contempo, la Società Americana per le Malattie Infettive (Infectious Diseases Society of America – IDSA) ha lanciato l’iniziativa “10 x 20” con l’obiettivo di creare 10 antibiotici avanzati entro il 2020; al momento, 7 farmaci sono già in fase sperimentale. Anche il Regno Unito finanzia la ricerca di nuovi antibiotici e incoraggia gli altri governi a fare altrettanto e a promuovere lo sviluppo di test diagnostici accurati che consentano di evitare la somministrazione inappropriata di antibiotici.
Anche in Italia le Istituzioni si stanno muovendo: in una nota del 1° giugno scorso di Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità si legge: “[…] Il ministero della Salute, già da tempo impegnato insieme all’Istituto Superiore di Sanità su diversi fronti nella non facile lotta all’antimicrobico-resistenza (Raccomandazioni nazionali, Pnp, Progetti Ccm), in collaborazione con lo stesso Istituto Superiore di Sanità, l’AIFA, le Regioni e altri esperti nazionali, sta predisponendo un piano nazionale di contrasto del fenomeno. Il piano, la cui bozza è in fase avanzata, è basato su un approccio multisettoriale One-Health, ovvero su un’integrazione tra tutti gli ambiti (umano, veterinario, catena alimentare) in cui l’antibiotico-resistenza necessita di interventi e servirà da documento di riferimento nazionale per affrontare la problematica in maniera coordinata e coerente nel Paese.”

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