Aviaria, torna il virus

Secondo un gruppo di scienziati, il vaccino destinato al pollame, introdotto nel 2013, sembra funzionare. Una buona notizia, accompagnata però da una cattiva: il virus è mutato.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

L’aviaria torna a far parlare di sé. Sulle pagine di Cell Host & Microbe un nutrito gruppo di scienziati cinesi dell’Harbin Veterinary Research Institute, dell’Accademia Cinese delle Scienze Agricole, ha appena annunciato due notizie: una buona e l’altra cattiva.
La buona notizia è che il vaccino destinato al pollame, introdotto nel 2013 in seguito all’ultima epidemia, sembra funzionare. Durante l’indagine, tuttavia, gli scienziati hanno rilevato due nuove varianti nei sottotipi H7N9 e H7N2 del virus dell’aviaria, che hanno colpito con effetti letali anche le anatre: animali che raramente venivano infettati dalla malattia. Il virus dunque è mutato, e questa è la cattiva notizia.
Il virus H7N9 è emerso in Cina nel 2013 e poi si è diffuso in ceppi altamente patogeni nel 2017, contagiando non solo gli uccelli domestici, ma anche 766 persone, come riportato da The Lancet poco tempo fa. Così, nel settembre del 2017, il governo ha introdotto un nuovo vaccino per il pollame, che stando ai risultati pubblicati sembra aver funzionato. Per valutarne l’efficacia, la squadra dell’Harbin Veterinary Research Institute, guidata da Hualan Chen, ha analizzato oltre 53.000 campioni: 37.928 provenienti da polli e 15.956 da anatre. Alcuni prelevati otto mesi prima dell’introduzione del vaccino, nel febbraio del 2017, e altri cinque mesi dopo, a gennaio 2018. Dai campioni esaminati degli animali che avevano ricevuto il vaccino, sono stati isolati solo 17 virus H7N9 e un H7N2, contro i 304 trovati nei campioni di animali non vaccinati, raccolti a febbraio 2017. Secondo Chen, dunque, «la vaccinazione dei polli ha impedito con successo la diffusione del virus H7N9 in Cina. E il fatto che dal febbraio 2018 non siano stati rilevati casi di infezione umana, indica che anche le persone sono state ben protette».
Ma c’è un però. Questa forma virale di H7N9 aveva una capacità molto limitata di replicarsi nelle anatre, inserite nello studio per controllo. E invece adesso, alcune varianti dei virus H7N9 e H7N2 sono addirittura diventate letali tra le anatre della provincia del Fujian. Inoltre, secondo lo studio, il virus H7N9 – anche senza essersi mai replicato in nessun mammifero – è altamente patogeno e virulento nei topi. Perciò «è ragionevole ipotizzare che i ceppi H7N9 letali per i topi, possano essere letali anche per gli umani» scrivono gli autori dello studio.

 

virulenza nelle anatre (da Cell Host & Microbe)

Ma come è avvenuta questa mutazione? Secondo gli scienziati, H7N2 e H7N9 avrebbero inglobato alcuni segmenti genetici da altri virus influenzali – per ora non identificati – che colpiscono le anatre, migliorando così la loro capacità di infettare questa specie e non solo. Una cosa normale per i virus, che potenzialmente possono mutare ogni volta che si replicano, cioè che producono nuove particelle virali nelle cellule infettate.
Prevedere quando avverranno e quali saranno le prossime mutazioni, però, è molto difficile. Anche se sono processi del tutto normali nei virus. La particolarità dei virus, infatti, è quella di riuscire a mutare in poche replicazioni. E questa capacità è dovuta alla loro struttura.
Il virus dell’aviaria, appartenente al genere Orthomyxovirus, è un virus di tipo “A”. Si tratta di un virus a Rna, organizzato in otto filamenti che codificano per 10 tipi di proteine, di cui due – che sporgono dal rivestimento lipidico esterno – sono fondamentali. Sono H (emagglutinina) e N (neuraminidasi), che lo caratterizzano e gli consentono di legarsi alle cellule da infettare. Esistono 16 varianti di H e 9 di N, che combinandosi tra loro determinano un grandissimo numero di sottotipi diversi, più o meno patogeni e aggressivi, e ognuno individuato da una sigla. Come il famoso H5N1, il nasty beast, la “brutta bestia”, che dal 2003 si è diffuso in gran parte dell’Asia, è arrivato in Europa e si è reso responsabile dell’abbattimento di 150 milioni di polli e della morte di circa 200 persone. Lo stesso ceppo il cui genoma, nel 2006, è stato decodificato dal gruppo dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie guidato da Ilaria Capua, per intenderci.
Fino al 1997 non erano mai stati descritti né dimostrati casi di trasmissione diretta da uccelli a umani. Ma dal 1997 in poi la prospettiva è drasticamente cambiata con le segnalazioni di diversi casi di influenza trasmessi direttamente dal pollame in occasione delle gravi epidemie che hanno interessato soprattutto l’Estremo Oriente. Finora solo i sottotipi H5, H7 e H9 sono stati capaci di compiere il “salto di specie”, di trasmettersi dunque all’uomo: oltre a H5N1, su citato, lo hanno fatto anche i sottotipi H7N7, H9N2, H7N2 e H7N3.
I virus compiono questi salti di specie o grazie a mutazioni puntiformi dell’Rna, dette drift, o per sostituzione completa di una proteina virale, come H o N. In quest’ultimo caso, detto shift, i segmenti di Rna possono essere scambiati con quelli di altri virus, quando entrambi si replicano insieme nella stessa cellula, formando degli “ibridi virali”. Questo tipo di ricombinazione si verifica spesso in individui di specie ricettive a più sottotipi contemporaneamente, come i suini e diverse specie di uccelli. Ed è infatti proprio questo che sarebbe successo nelle anatre cinesi.
Tutta questa storia ci insegna quindi che il virus dell’aviaria è instabile, è di mutazione facile, e anche ceppi poco patogeni possono diventare altamente patogeni. Per questo è sempre nel mirino dei ricercatori da quando, nel lontano 1996 sono iniziate le prime epidemie. Pertanto, sebbene in Cina la vaccinazione abbia ridotto le infezioni da H7N9, l’aumento della sua virulenza e l’estensione della gamma di ospiti alle anatre rappresentano le nuove sfide.
Occorre muoversi con prudenza, visto che solo in Cina si consumano 14 miliardi di polli e 3 miliardi di anatre ogni anno. E per prevenire ulteriori salti di specie e nuove infezioni umane, Chen e il suo team ritengono che sia necessario somministrare quanto prima il vaccino anche alle anatre, visto che fortunatamente quello sviluppato funziona e non occorre produrne un altro.

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