Bancarotta ecologica

L’8 agosto è stato l’Earth Overshoot Day 2016, il giorno in cui l’umanità ha oltrepassato i limiti ecologici terrestri, arrivando a esaurire in meno di otto mesi quello che la Terra può rigenerare nel corso dell’anno corrente. Un nuovo studio, appena pubblicato su “Nature Communications”, descrive l'andamento dell'impronta ecologica nel periodo 1993-2009, con relative conseguenze sulla conservazione della biodiversità.
Sara Mohammad, 09 Settembre 2016
Micron
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Comunicazione della scienza e neuroscienze

L’8 agosto è stato l’Earth Overshoot Day 2016, il giorno in cui l’umanità ha oltrepassato i limiti ecologici terrestri, arrivando a esaurire in meno di otto mesi quello che la Terra può rigenerare nel corso dell’anno corrente. Per usare l’espressione calzante di Mathis Wackernagel, attuale presidente del Global Footprint Network, «spendere più di quello che la Terra può rinnovare a lungo termine vuol dire “bancarotta ecologica”, cioè un pianeta molto impoverito e con dure condizioni di vita».
Il Global Footprint Network è l’organizzazione internazionale che si occupa di quantificare l’impatto dell’uomo sulla Terra a partire da alcuni indicatori, tra i quali l’estensione della superficie terrestre ricoperta da foreste e la quantità di anidride carbonica emessa nell’atmosfera.
Si tratta di dati che riflettono più o meno direttamente il costo ecologico delle nostre attività e che vengono combinati in un sistema di equazioni per ottenere l’“impronta ecologica”. Altri dati e altre equazioni servono invece a calcolare la “capacità biologica del pianeta”, ossia la disponibilità di risorse che la Terra è in grado di generare nuovamente in un anno. Dividendo la capacità biologica del pianeta per l’impronta ecologica e moltiplicando il risultato ottenuto per 365 si ottiene il giorno dell’anno in cui cade l’Earth Overshoot Day.
A partire dal 1971, l’umanità ha iniziato a sfruttare il patrimonio ecologico “del futuro”: l’Earth Overshoot Day si celebrò (per così dire) prima che finisse l’anno solare, il 24 dicembre.
Da allora, il giorno in cui stipuliamo il nostro debito di risorse naturali con la Terra si avvicina ogni anno sempre di più.

POTREBBE ANDARE PEGGIO
Ma ci sono buone notizie: un gruppo di ricercatori australiani ha da poco dimostrato che l’impronta ecologica non aumenta alla stessa velocità con cui crescono la popolazione e l’economia mondiali. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, sostiene che nel periodo di tempo analizzato, e cioè fra il 1993 e il 2009, mentre la popolazione aumentava del 23% e l’economia mondiale cresceva addirittura del 153%, l’impronta dell’uomo sulla Terra si allargava “solo” del 9%. Come hanno notato i ricercatori, sembrerebbe quasi che il sistema economico abbia imparato a usare le risorse del pianeta in modo più efficiente rispetto al passato.
E la scoperta si rivela ancora più speranzosa considerato che la tendenza all’aumento dell’impatto ecologico delle attività umane si è addirittura invertita nei Paesi più ricchi, per effetto delle misure socioeconomiche e delle condizioni di governabilità. In altre parole, i Paesi ad altissimo reddito tendono ad avere un’impronta ecologica minore non perché esportano altrove i costi ecologici delle loro attività attraverso il commercio internazionale, ma perché i loro governi attuano delle scelte politiche tali da ridurre effettivamente la domanda di risorse naturali.

I LIMITI DELLO STUDIO
Tuttavia l’analisi che ha permesso di raggiungere queste conclusioni non è priva di limiti metodologici, come suggeriscono gli stessi ricercatori a proposito della scelta di quali dati utilizzare nel calcolo dell’impronta ecologica. Nello specifico, gli esperti hanno analizzato i dati relativi a otto “pressioni umane” fondamentali, e cioè l’estensione delle aree costruite, i terreni agricoli, i terreni adibiti al pascolo, la densità della popolazione umana, la luminosità notturna, le ferrovie, le strade e i corsi d’acqua navigabili, associando a ognuna di esse un parametro che indica l’entità con cui ciascuno dei fattori analizzati può influenzare il sistema Terra. Ma è possibile che i risultati ottenuti siano sottostimati dall’assenza di altre variabili, come appunto l’alterazione della superficie forestale e la quantità globale di emissioni di anidride carbonica.
Inoltre, come indicatore del commercio internazionale sono stati inclusi nell’analisi solamente il valore e il volume dei traffici commerciali, senza considerare il più ampio strascico di processi ambientali che comunque si possono esportare, come quelli collegati ai prodotti minerari, alle attività manifatturiere e all’energia.

L’IMPRONTA ECOLOGICA NELLE AREE A RICCA BIODIVERSITÀ
Forse il merito più grande dell’analisi condotta da Oscar Venter e dai suoi colleghi è quello di aver realizzato per la prima volta una mappa che restituisce l’andamento dell’impronta ecologica umana nel tempo. Oltre a riflettere un’ampia variazione spaziale dell’impronta umana sulla Terra nel periodo compreso fra il 1993 e il 2009, l’analisi temporale dimostra che nei due decenni il 71% delle regioni è stato interessato da un aumento rilevante (più del 20%) dei costi ecologici delle attività umane. Inoltre, le aree dove l’uomo ha fatto sentire la sua presenza in maniera massiccia sono quelle più adatte allo sviluppo dell’agricoltura (l’idoneità di un terreno agricolo è un determinante forte della presenza umana), col risultato che le zone che ancora lasciano intuire tracce di natura selvaggia sono solo quelle del tutto inadatte a essere coltivate.
La diffusione geografica e la rapida espansione dell’impronta umana sulla Terra offuscano le previsioni ottimistiche secondo cui i Paesi più ricchi e con un forte controllo della corruzione mostrerebbero segnali di miglioramento.
Ma i risultati pubblicati su Nature Communications forniscono altri dati utili, su cui mettere in atto strategie future per tutelare la biodiversità. Con tre criteri diversi i ricercatori hanno individuato le zone del pianeta caratterizzate da elevata biodiversità e hanno misurato il cambiamento dell’impronta ecologica in queste zone nel periodo 1993-2009. Quello che hanno scoperto è che nelle aree caratterizzate dalla presenza di hotspot di biodiversità (aree, cioè, con almeno 1500 piante vascolari endemiche) e nelle aree con almeno 14 specie di vertebrati minacciate dall’estinzione, la pressione dell’uomo è fortissima.
Mentre nelle regioni con un’alta concentrazione di vertebrati (almeno 569 specie diverse), come il bacino dell’Amazzonia, la maggior parte del territorio è ancora libera dalla presenza dell’uomo. Tuttavia, proprio in queste zone la pressione ecologica si sta espandendo a ritmi più elevati che nel resto delle regioni.
Risultati scoraggianti? In ogni caso sarà più vantaggioso tenerne conto, se vogliamo salvaguardare il nostro patrimonio naturale.

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