Biodiversità e omogenità

L’uso intensivo del territorio riduce la biodiversità. E il paesaggio diventa col tempo sempre più omogeneo, con le medesime specie – sempre meno numerose – ovunque. Questo, in estrema sintesi e semplificando, è quanto riportato in uno studio pubblicato di recente sulle colonne di Nature che ha coinvolto trecento scienziati diretti dal Politecnico di Monaco.
Tina Simoniello, 31 Dicembre 2016
Micron
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Giornalista freelance

L’uso intensivo del territorio riduce la biodiversità. E il paesaggio diventa col tempo sempre più omogeneo, con le medesime specie – sempre meno numerose – ovunque. La natura quindi non è più in grado di fornirci molti “servizi” essenziali, che vanno, per esempio, dalla formazione del suolo per la produzione alimentare attraverso il controllo dei parassiti.
Questo – in estrema sintesi e semplificando – è quanto riportato in uno studio pubblicato di recente sulle colonne di Nature che ha coinvolto trecento scienziati diretti dal politecnico di Monaco di Baviera. Si tratterebbe della prima indagine ad aver valutato le conseguenze dell’uso intensivo (e non solo) del territorio attraverso un gran numero di specie – 4000 per l’esattezza – e ad averlo fatto a livello di paesaggio. I dati utilizzati sono stati raccolti a partire dal 2008 nell’ambito del Biodiversity Exploratories, un progetto finanziato dalla German Research Foundation (DFG), da 150 zone di prateria (ecologicamente la prateria è un ecosistema dominato da specie erbacee, spesso in regioni a media latitudine, con condizioni climatiche temperato-continentali, sfruttato dall’uomo soprattutto allevamento di bestiame, coltivazione cerealicola, produzione di foraggio).

LE SCALE DELLA DIVERSITÀ BIOLOGICA: UN PO’ DI CHIAREZZA
La diversità biologica si può analizzare a scale spaziali multiple che vanno dal livello di specie, all’habitat, all’ecosistema, infine al paesaggio. Lo studio della biodiversità a scale può mettere in evidenza gradienti ambientali a tre livelli: la ricchezza di specie, cioè il numero di specie all’interno di comunità, in questo caso parliamo di α-diversità. La diversità tra comunità, cioè la misura della variazione della diversità di specie in comunità presenti sullo stesso areale geografico, ed è la β-diversità. E la diversità regionale totale, o diversità di specie di un determinato paesaggio, ovvero la  γ-diversità.
La maggior parte degli studi – scrivono gli autori dell’indagine pubblicata su Nature – hanno indagato le perdite di α-diversità locali, e trascurato invece la perdita di biodiversità a livello di scale spaziali maggiori. Gli studi sulla β-diversità si sono inoltre concentrati su un singolo gruppo di specie, o su pochi gruppi, per esempio le specie di uccelli su un’area specifica. Di conseguenza, che l’uso intensivo del territorio renda omogenee le comunità di organismi al livello locale è cosa nota agli ecologi.
Ma questo nuovo lavoro risponde a un’altra esigenza di conoscenza, riassumibile in una domanda: non potrebbe la perdita locale di specie avere un effetto molto maggiore se dovesse essere studiata su scala spaziale più grande e se fosse valutata in un contesto più ampio, che tenga conto di tutta la biodiversità: dagli organismi unicellulari ai vertebrati?

LO STUDIO
Le aree dalle quali provengono i dati utilizzati nella ricerca sono la Riserva della Biosfera dall’UNESCO Giura Svevo, il Parco Nazionale di Hainich e dintorni e la Riserva Schorfheide-Chorin, diverse per clima, geologia e topografia, ma in tutti e tre i casi praterie, sebbene sottoposte a usi diversi (pascolo, produzione di cerali, falciatura ecc.) in regioni diverse. Le 4000 specie sono state suddivise in 12 gruppi a seconda della loro posizione nella catena trofica e a seconda che fossero di superficie o ipogee. Un gruppo di superficie è stato quello delle specie di produttori primari, soprattutto rappresentato da piante. Altri gruppi includono erbivori e  impollinatori, così come i  loro predatori. Tra le specie ipogee funghi, batteri ecc. Utilizzando un sistema statistico innovativo è stata ottenuta la prova (la prova statistica, appunto) che l’uso intensivo del suolo ha reso tutte le praterie in analisi omogenee tra loro, cioè capaci di fornire habitat adatti solo ad alcune specie. E non su scala locale, ma regionale.
«La cosa nuova è l’aver costatato che l’omogeneizzazione delle specie si verifica attraverso i paesaggi, riducendo in questo modo la diversità delle specie a livello regionale e nazionale, cosa che probabilmente rappresenta una conseguenza più significativa della intensificazione dell’uso del suolo che non la perdita locale delle specie», è stato il commento di  Martin M. Gossner, primo autore dello studio.

USO INTENSIVO O MODERATO (QUASI) PARI SONO
Ma solo l’uso intensivo del territorio è il problema? Sembrerebbe di no. In effetti le cose non cambiano moltissimo – comunque non ovunque e non quanto ci si attenderebbe – quando da un uso intensivo si passa a un uso moderato del territorio. Per esempio, tra le zone nelle quali l’erba era stata tagliata due volte all’anno e quelle nelle quali invece il foraggio veniva tagliato quattro volte, non si sono registrate differenze particolarmente significative in termini di omogeneizzazione di paesaggio e variabilità di specie. O almeno il rapporto sfruttamento del suolo – omogeneità di specie e paesaggio non è cresciuto in modo esattamente proporzionale. Ancora Gossner: «Secondo le nostre osservazioni, l’omogeneizzazione delle specie non progredisce in proporzione all’intensità di utilizzo (…), anche una gestione moderata del pascolo nelle comunità interregionali ha lo stesso effetto».

L’INTERAZIONE TRA SPECIE MODIFICA L’ECOSISTEMA
La perdita di biodiversità si traduce in una riduzione di interazioni tra le specie: «Le interazioni tra piante e i loro consumatori sono sempre più indebolite dal più intensivo uso agricolo – dice ad esempio Gossner – il che alla fine provoca spostamenti e cambiamenti nei processi ecosistemici».

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