Cara Internet, ma quanto consumi?

L’enorme diffusione di Internet e dei social network richiede sempre maggiore capacità di calcolo da parte dei colossi dell’ICT. Questo vuol dire data center sempre più numerosi, grandi e potenti e, quindi, consumi e inquinamento sempre maggiori. Google, però, sta provando a invertire questa tendenza e per riuscirci si affida all’intelligenza artificiale.
Romualdo Gianoli, 11 Agosto 2016
Micron

Ammettiamolo, ogni volta che usiamo Gmail o facciamo una ricerca su Google o guardiamo un video su Youtube, in quanti ci soffermiamo a riflettere che quest’operazione richiede una certa quantità di energia la cui produzione comporta, inevitabilmente, un certo danno per l’ambiente?
Va bene, direte, ma che sarà mai una mail? Quanto può inquinare? Certo, a livello singolo, il consumo e l’inquinamento prodotto possono apparire trascurabili, ma la cosa cambia drasticamente se pensiamo a quanti miliardi di operazionidel genere avvengono in tutto il mondo, ogni giorno.
Insomma, per dirla con il grande Totò, è la somma che fa il totale e, in questo caso, la somma di tutte le piccole operazioni svolte dai server della società di Mountain View (ma anche di tutte le altre aziende dell’ICT) arriva a cifre davvero impressionanti. Basti pensare che nel 2014, per eseguire tutte le operazioni di calcolo necessarie a svolgere le sue attività, la sola Google ha consumato circa 4.402.000 MWh di energia elettrica; più o meno l’equivalente di 367.000 abitazioni statunitensi e tutti sappiamo che gli americani non sono certo famosi per essere particolarmente parsimoniosi.
Ora, tenendo conto che negli USA 1 MWh costa tra 25 e 40 dollari, vuol dire che Google ha pagato tra 110 e 176 milioni di dollari di energia, senza contare gli impianti di Apple, Yahoo, Microsoft, Facebook e via discorrendo.
Insomma, questo esempio dimostra una volta di più come certi fenomeni assumano un peso completamente diverso se osservati su una scala globale, finendo per avere ripercussioni e creare problemi che richiedono azioni e soluzioni su una scala altrettanto grande.
Ed è proprio questo l’approccio che stanno usando alla Alphabet, la società madre di Google: cercare una soluzione capace di affrontare il problema del consumo energetico nel suo complesso, direttamente alla radice, cioè nei data center dell’azienda, dove migliaia di server e altre apparecchiature, elettriche ed elettroniche di ogni genere, lavorano 24 ore su 24.
Chiaramente, da un’azienda come Google, che ha fatto dell’innovazione tecnologica spinta ai massimi livelli la sua bandiera, non potevamo aspettarci meno che una soluzione a dir poco innovativa: e così è stato perché, per raggiungere il suo obiettivo, “Big G” ha deciso di ricorrere alle potenzialità dell’intelligenza artificiale.
Per ridurre i consumi energetici dei suoi centri di calcolo, infatti, Google, si è rivolta alla società londinese DeepMind, una sua sussidiaria acquistata per 400 milioni di dollari nel 2014, che opera nelle applicazioni d’avanguardia dell’A.I.
In verità DeepMind aveva già fatto parlare di sé, nel marzo di quest’anno, per essere stata l’azienda produttrice del software che ha battuto, per la prima volta nella storia, uno tra i migliori giocatori professionisti del gioco strategico cinese “Go”. Tra l’8 e il 15 marzo, infatti, con una sfida che per molti versi ricorda quella storica del 1996 tra il computer dell’IBM Deep Blue e il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov, il software Alphago, sviluppato dalla DeepMind, ha sconfitto per 4 a 1 il campione di Go, Lee Sedol, durante la Google DeepMind Challenge, un evento appositamente organizzato per mostrare le capacità del programma di intelligenza artificiale.
Ora Google si è rivolta proprio a DeepMind e al suo know-how, per affrontare il problema dei consumi nei suoi data center, installando un apposito sistema d’intelligenza artificiale. Il software monitora il funzionamento degli impianti di elaborazione dati, controllando continuamente circa 120 diverse variabili, acquisendo dati e gestendo molte funzioni: dai server che eseguono i calcoli veri e propri, fino agli impianti ausiliari come i sistemi di raffredamento, le ventole, l’illuminazione e così via. Grazie all’introduzione di questo sistema, l’efficienza energetica dei data center di Google è già aumentata del 15%, con una conseguente riduzione dei costi sostenuti dall’azienda, ma anche delle emissioni dannose per l’ambiente.
Ma come si fa a sapere quanta energia serve a un data center e se è possibile intervenire per ridurne il consumo e l’inquinamento prodotto? In altre parole, come si calcola l’efficienza energetica di un centro di elaborazione dati? Attraverso un indicatore chiamato PUE (Power Usage Effectiveness) adottato ormai su scala internazionale, definito e introdotto nel 2007 dalla Green Grid Association, un gruppo industriale specializzato nell’analisi dell’efficienza dei centri di elaborazione dati. Il PUE si calcola dividendo la quantità di potenza complessiva in ingresso a un data center, per la potenza effettivamente usata per far funzionare tutti gli impianti al suo interno.
Il PUE, dunque, è una frazione il cui quoziente converge a 1 all’aumentare dell’efficienza complessiva dell’impianto. In altri termini, più un impianto è energeticamente efficiente, più il PUE si avvicina a 1. In base ai dati dichiarati dalla stessa Google, la società californiana ha ottenuto, anche grazie all’intelligenza artificiale di Deep Mind, una riduzione del proprio PUE, calcolato su tutti i suoi data center, da 1,23 del 2008, a 1,12 del 2016 con valori, in qualche caso, ancora più bassi, addirittura inferiori a 1,06.
Chiaramente l’impegno di colossi dell’ICT come Google in questa battaglia verso un’efficienza energetica sempre maggiore ha ricadute positive da più punti di vista. Prima di tutto spinge sempre oltre, verso nuovi e inesplorati campi, lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale, poi fornisce un esempio e uno stimolo a tutto il settore creando una competizione virtuosa e, ultimo ma non ultimo, porta a concreti risultati per quanto riguarda la riduzione dell’impatto ambientale.
In effetti, guardando i dati relativi al resto del comparto, oltre Google, lo scenario globale sembra in netto miglioramento.
Secondo l’istituto di certificazione
Uptime Institute, sebbene non ancora universalmente adottato da tutte le aziende del settore ICT, il PUE nel corso degli anni ha visto salire al 72% la quota di aziende che lo adoperano come strumento di analisi dell’efficienza energetica, con valori medi dell’indicatore che, dal 2007 al 2014, sono scesi da 2,5 a 1,7.
Insomma, sembra proprio che il settore dell’ICT abbia capito l’importanza di una migliore gestione energetica delle proprie attività anche se, a voler pensar male, soprattutto perché in questo modo si possono ottenere notevoli risparmi sulle bollette energetiche. Ma, se anche fosse così, che male ci sarebbe se ciò finisce per portare dei benefici anche all’ambiente?
Piuttosto, se veramente vogliamo fare un favore all’ambiente e a noi stessi, proviamo tutti quanti a porre maggiore attenzione al modo in cui usiamo l’energia, anche nelle piccole attività quotidiane. Tanto per cominciare ricordiamo sempre che ogni nostra azione ha un costo in termini energetici, piccolo o grande che sia.

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