Carbon tax e Sugar tax per migliorare salute e ambiente

Tassare l’impronta ecologica del cibo e abbinare a questa un’imposta del 20% bevande zuccherate, potrebbe portare a benefici per la salute, ridurre le emissioni di gas serra e aiutare le casse dello Stato. Nel Regno Unito ci stanno già pensando.
18 Marzo 2016
Micron

Tassare l’impronta ecologica del cibo e abbinare a questa un’imposta del 20% bevande zuccherate, potrebbe portare a benefici per la salute, ridurre le emissioni di gas serra e aiutare le casse dello Stato.
Insomma due piccioni: salute e ambiente, con un’unica fava: le tasse. A sostenere uno scenario di questo tipo, a doppia tassa e doppio vantaggio, per così dire, ci hanno pensato alcuni ricercatori di Oxford e Readings, che hanno condotto uno studio di simulazione da poco pubblicato sulla rivista britannica BMC Public Health.
Adam Briggs, tra gli autori dello studio: «L’agricoltura è responsabile di oltre il 30% delle emissioni globali di gas serra e quelle dovute alla produzione di cibo hanno effetto negativi che non sono a carico del consumatore ma della società nel suo insieme. Gli esempi includono gli effetti sulla salute del riscaldamento globale, dagli eventi meteo estremi, dalla modificazione dei modelli delle patologie, dall’inquinamento atmosferico ai cambiamenti nei sistemi di produzione degli alimenti alla disponibilità delle risorse energetiche». Ma non è solo questo: esistono sinergie tra diete ad alto contenuto di carbonio, cioè eccessivamente ricche di alimenti la cui produzione è associata a una elevata emissione di gas serra, esempio classico la carne di manzo, e salute umana.
Un gran numero di studi indicano, infatti, che questi regimi alimentari aumentano il rischio di patologie cardiocircolatorie e oncologiche.
Tuttavia non è sempre così: alcuni alimenti sfuggono a questa realtà e contraddicono questa tesi. È il caso delle bibite zuccherate: lo zucchero è a bassa emissione di carbonio, ma eccederenel suo consumo non è salutare (obesità, patologie metaboliche correlate…). Da qui l’idea di associare una sugar tax del 20% sulle bibite zuccherate alla carbon tax sul cibo: poco meno di 3 sterline su ogni tonnellata di CO2 da applicare a prodotti che sono associati a emissioni di CO2 superiori alla media del gruppo alimentare di appartenenza (per esempio il gruppo delle carni). I ricavi generati dalla sola carbon tax sarebbero circa 3 miliardi di sterline, che salirebbero fino a 3,6 miliardi associando i due balzelli. Balzelli che, è stato calcolato, taglierebbero le emissioni britanniche di CO2 di oltre 18 milioni di tonnellate l’anno. E nel frattempo modificherebbero i consumi dirigendoli verso un minore utilizzo di carni e grassi animali e un maggiore consumo di fibre vegetali, con vantaggio per i dati di mortalità. Quando poi, come previsto da uno degli scenari ipotizzati dai ricercatori (in tutto quattro), alle due tasse si aggiungesse la sovvenzione, ricavata dalle nuove entrate, di alimenti a emissione di CO2 al disotto della media, i vantaggi per la salute sarebbero ancora più evidenti.

CHI CI GUADAGNA? TUTTI…PRIMA O POI
Scrivono i ricercatori nelle loro conclusioni: «Incorporare il costo sociale del carbonio nel prezzo del cibo ha il potenziale per migliorare la salute, ridurre i gas a effetto serra (…) e aumentare le entrate. La semplice aggiunta di una tassa sulle bibite zuccherate può mitigare le conseguenze negative per la salute che derivano dallo zucchero, che è a bassa produzione di gas serra». Rimangono tuttavia – dicono ancora – ulteriori questioni, tra cui l’aumento del consumo di cibi non salutari come i dolci e o il sale.
Come dire che – almeno nelle simulazioni – potrebbe non finire qui. E sarebbe forse auspicabile che qui non finisse, perché è evidente che a trarre vantaggio dalla tassazione sul cibo sarebbe l’intera comunità, in termini di salute e di ambiente. E quindi anche di danaro (risparmi già sul medio periodo del sistema sanitario, delle politiche di mitigazione dell’emissioni di carbonio, eccetera).
Ma naturalmente però c’è chi nel Regno Unito ha fatto due conti, e ha realizzato che la carbon tax sul cibo farebbe salire per esempio il prezzo di un etto di carne bovina di 1.79 sterline, e delle uova di 0.03 sterline. Sui tempi brevi, o brevissimi, insomma al momento di fare la spesa, è chiaro che il consumatore percepirebbe soltanto l’ennesimo rincaro dei prezzi di alimenti che tradizionalmente abbondano nel suo frigorifero.

NON È TUTTO ORO (PER L’AMBIENTE) QUEL CHE È VERDE
L’agricoltura – come ricordava anche Briggs – è responsabile del 30% circa delle emissioni di gas a effetto serra globali e la quota ascrivibile agli allevamenti intensivi di animali è del 18-20%. Stando ai dati Fao, derivano da produzione di cereali e allevamento 5 miliardi di tonnellate di CO2  equivalente l’anno e quattro miliardi dalla conversione delle foreste ad altri usi, un miliardo dalla degradazione delle torbiere, 0,2 miliardi dalla combustione di biomassa ( ).
L’impatto degli alimenti sull’ambiente viene valutato attraverso degli indicatori: le impronte. Ogni alimento ha la sua impronta di carbonio (ma anche di azoto, o idrica…), che corrisponde alla quantità di CO2 emessa lungo la filiera, dal campo alla distribuzione.
Qualche esempio? Leggiamo sull’opuscolo del WWF La natura del cibo che a una bistecca di manzo di 250 grammi è associata l’emissione di quasi 3,4 chili di CO2, l’equivalente di un’automobile di cilindrata medio-grande che percorre 16 chilometri, mentre la produzione dello stesso quantitativo di patate è responsabile dell’emissione di circa 0,06 chili di CO2: parliamo di 57 volte meno. E – leggiamo ancora – che sostituire anche un solo pasto a settimana a base di carne con un piatto tipico della dieta mediterranea (in sostanza pasta, legumi, verdure..ecc..) fa risparmiare 180 chili di CO2 l’anno. Quindi senza dubbio è meglio, e sostenibile, non eccedere in carne. Anche se…
Anche la frutta e la verdura non è tutta uguale, o meglio non è sempre uguale, e non dovunque. Ai fini delle emissioni di carbonio ha molta importanza la stagione e anche la località di produzione: per esempio, un chilo di pomodori prodotti fuori stagione rilascia 3,5 chili di CO2 equivalente (per lo più legati al riscaldamento delle serre), mentre la stessa quantità prodotta all’aperto d’estate ne rilascia meno di 0,05 chili: 70 volte meno.

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