Casa vuol dire salute. La questione degli alloggi non è un problema solo amministrativo

Un nuovo studio su Pediatrics indaga la relazione tra precarietà abitativa e salute dei bambini e dei loro genitori, e riapre la riflessione su una questione che riguarda non solo le famiglie che non hanno un alloggio, ma anche quelle che non riescono a far fronte all’affitto o al riscaldamento.
Tina Simoniello, 04 Febbraio 2018
Micron
Micron
Giornalista freelance

La precarietà degli alloggi nuoce gravemente alla salute, dei bambini e di chi si prende cura di loro. Un’indagine USA realizzata su oltre 22mila famiglie indigenti dai ricercatori del Boston Medical Center e pubblicata su Pediatrics  ha indicato che un nucleo su tre di quelli che sono vittime dell’housing instability, la precarietà abitativa, è a rischio salute.
Il 34% del campione aveva affrontato nei mesi precedenti il sondaggio almeno una delle seguenti situazioni: il 27% era in ritardo col pagamento dell’affitto, l’8% aveva affrontato trasferimenti e il 12% aveva una storia di senza fissa dimora alle spalle.
Per definire il fenomeno dell’instabilità dell’alloggio e quindi per dare una misura alla relazione tra stato abitativo e stato di salute, i ricercatori hanno valutato il ritardo nel pagamento dell’affitto al momento del sondaggio, il pagamento posticipato per almeno due volte nei 12 mesi precedenti.
Perché l’attenzione sull’affitto? Perché l’idea degli autori era di indagare il rapporto casa-salute inteso non soltanto come assenza di casa (in pratica l’essere senzatetto) e salute, ma anche come salute e incertezza di conservare un alloggio.
“Le condizioni di instabilità abitativa, inclusa l’essere senzatetto, sono determinanti sociali critici per la salute degli adulti e dei bambini.
Tuttavia – si legge sul paper – molte definizioni di instabilità abitativa includono soltanto l’essere senzatetto o l’essere stati costretti a spostamenti, e non considerano l’incertezza dell’affitto” che invece è la forma prevalente di instabilità abitativa.
“I due terzi delle famiglie che hanno dichiarato di sentirsi insicuri sono rimaste indietro con l’affitto nell’ultimo anno”, ha dichiarato Megan Sandel, primo autore e direttore associato della GROW Clinic del Boston Medical Center. “Questi dati – ha aggiunto in una nota di commento al report sono qualcosa a cui i medici dovrebbero prestare più attenzione quando sottopongono i pazienti a screeningper l’instabilità abitativa, in quanto (il ritardo nel pagamento dell’affitto, ndr) non è stato riconosciuto come fattore di rischio in passato”.

LA QUESTIONE NON È NUOVA
Il rapporto tra salute e casa è stato già oggetto di molti studi, specialmente negli Stati Uniti. Studi che sostanzialmente concordano sul fatto che una storia di precarietà di alloggi abitativi si associa nei minori e in particolare negli adolescenti a problemi di salute mentale, abuso di sostanze, problemi comportamentali, abbandoni scolastici e aumento del rischio di gravidanze precoci.
Come dimostrava una ricerca (US Housing Insecurity and the Health of Very Young Children) pubblicata sull’American Journal of Public Health. Gli autori dello studio avevano intervistato tra 1998 e il 2007 oltre 22mila adulti a basso reddito, tutti genitori o caregiver di bambini con meno di tre anni.
Allora, oltre agli spostamenti ripetuti (2 o più trasferimenti nell’anno precedente) venne utilizzato come indicatori di housing instabilityanche l’affollamento (più di 2 persone per ogni camera da letto o più di una famiglia per unità abitativa). Anche in questo caso, entrambe le situazioni: trasferimenti multipli e affollamento, risultarono associati a insicurezza alimentare a stato di salute più critico e basso peso dei bambini.

LA SITUAZIONE IN ITALIA
Le persone senza dimora stabile in Italia sono oltre 50mila (indagine Istat su 158 comuni). La maggior parte vive nelle regioni del Nord (56%), soprattutto nel Nord-ovest (38%), il 23% nel Centro e il 20% nel Sud e nelle isole.
Secondo i dati dell’Istituto di statistica sono soprattutto uomini (85,7%) con meno di 54 anni (75,8%), con un basso titolo di studio: solo un terzo ha il diploma di scuola media superiore. Nel 58,2% si tratta di stranieri.
E i bambini? Quanti sono nella Penisola i minori in condizione di disagio abitativo? La risposta di Save the Children  è piuttosto sconfortate. Stando ai dati forniti dalla più grande organizzazione internazionale indipendente, che dal 1919 è impegnata a migliorare la vita dell’infanzia, più di un bambino su 10 (l’11,2%) in questo momento in Italia sta affrontando l’inverno in condizioni di disagio abitativo (dati dicembre 2017). “Dal 2008 al 2016 – si legge sul sito della ONLUS – il numero di bambini in condizione di severo disagio abitativo è cresciuto del 15,5%” e “in soli dodici mesi il numero di minori in povertà assoluta è aumentato nel nostro paese del 14% arrivando a 1.292.000 minori”, più di un terzo dei quali ha meno di 6 anni.

MUFFA UMIDITÀ E RISCALDAMENTO
Il 20,3% dei bambini, più di uno su cinque secondo quanto riporta il sito di Save the Children – vive in case con problemi di umidità, di muffa, con soffitti gocciolanti o infissi rotti (media Ue del 17,7%) e il 5,3% in strutture poco luminose. “Particolarmente preoccupante” è definito il dato sulle famiglie con bambini che non possono riscaldare l’abitazione in modo sufficiente: il 14.8%, una percentuale “che supera la media dell’Unione europea di oltre 6 punti percentuali e che, dal 2008, ha registrato un incremento del 28,7%”. Infine il dato sugli sfratti: “Si stima che nel 70% delle famiglie soggette a sfratto siano presenti minori”.

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