Cattivo umore e infiammazioni, nuovi studi confermano la relazione

Attraverso nuovi metodi di misurazione, un gruppo di ricercatori della Pennsylvania State University ha indagato la relazione fra stato d’animo, livelli di infiammazione e sviluppo di patologie.
Stefano Pisani, 10 Gennaio 2019
Micron
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Giornalista Scientifico

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Vi sentite cupi, pessimisti, sfiduciati? Attenzione perché… potrebbe andare peggio. Il vostro cattivo umore potrebbe infatti essere legato a (e forse addirittura la causa di) qualche patologia effettiva, tangibile, e non solo un semplice stato d’animo negativo.
I ricercatori della Pennsylvania State University, a quanto si legge sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity, hanno sottoposto un gruppo di volontari a una ricognizione periodica dei loro stati d’animo, scoprendo che gli stati d’animo negativi delle persone registrati durante il giorno erano associati a livelli più elevati di infiammazione, la risposta immunitaria naturale del corpo a lesioni e infezioni, ma che è anche un segno comune di varie patologie e malattie croniche.
Prima d’ora, la maggior parte delle ricerche che esplorano i legami tra il cattivo umore e i marcatori dell’infiammazione si sono concentrate sui cosiddetti “affetti richiamati”: i partecipanti allo studio, grazie a un questionario standard, riferivano retrospettivamente i loro stati d’animo relativi all’ultima settimana o al mese in esame. In questo nuovo studio, gli scienziati hanno tentato di effettuare un tipo di misurazione più precisa, basandosi sul cosiddetto “affetto momentaneo ecologico” che fornisce una valutazione più raffinata dell’umore. Secondo i ricercatori, infatti, le misure che sfruttavano gli affetti richiamati erano suscettibili dei difetti di cui il ricordo di un evento passato naturalmente soffre, e potevano essere influenzate da fattori legati alla personalità del soggetto: valutazioni più “momentanee”, in tempo reale, come quelle usate nel nuovo studio, sono invece concepite per offrire un modo migliore di catturare le esperienze affettive.
Il team di scienziati ha allora reclutato 220 soggetti, che facevano parte del più ampio studio Effects of Stress on Cognitive Ageing, Physiology, and Emotion (ESCAPE), raccomandando loro di valutare il proprio umore cinque volte al giorno nel corso di due settimane.
Con l’ausilio degli smartphone, i volontari valutavano la misura in cui eventi o elementi influenzavano positivamente o negativamente il proprio umore. Oltre a queste molteplici autovalutazioni quotidiane, i partecipanti dovevano anche riferire gli stati d’animo positivi e negativi richiamati alla fine dell’esperimento (quindi secondo la classica misurazione). Al termine dell’esperimento, veniva effettuato un prelievo di sangue per determinare i livelli di citochine infiammatorie presenti nel plasma sanguigno.
Analizzando i dati relativi all’arco di due settimane, i ricercatori non hanno trovato alcuna associazione tra affetti richiamati e marcatori di infiammazione.
Rispetto agli “affetti momentanei” dichiarati, non c’era poi alcun legame con le infiammazioni nella prima settimana, ma durante la seconda settimana «i dati aggregati mostravano una significativa associazione tra livelli più elevati della misura composita delle infiammazioni dovute a 7-citochine, al netto di età, sesso, indice di massa corporea, istruzione, e uso delle statine», scrivono i ricercatori.
Ma c’è di più: l’interpretazione data dagli scienziati era che lo stato d’animo negativo della seconda settimana era legato all’approssimarsi del prelievo del sangue (evento vissuto negativamente) e, quindi, in qualche modo potrebbe essere stato il cattivo umore a determinare l’aumento dell’infiammazione, che a sua volta può portare allo sviluppo di patologie.
«Poiché sugli umori è possibile intervenire – spiegano gli scienziati – questi primi risultati ci lasciano entusiasti e speriamo che il nostro studio stimoli ulteriori ricerche per capire la connessione tra stato d’animo e infiammazione, in modo da promuovere eventuali nuovi interventi psicosociali che tutelino la salute in generale e aiutano a spezzare un ciclo che può portare a infiammazioni croniche, disabilità e malattie».
A quanto si legge nell’articolo, si tratta delle prime indicazioni di una relazione tra gli stati d’animo negativi delle persone e i marcatori di infiammazione legati a cattive condizioni di salute e di patologie varie, e c’è ancora molto da approfondire. «Speriamo che questa ricerca spinga gli scienziati a includere le misure momentanee dello stress e degli affetti in tutte quelle ricerche che esaminano le infiammazioni, per confermare le scoperte attuali e aiutare a caratterizzare i meccanismi sottostanti l’associazione tra stati d’animo e infiammazione» concludono gli autori della ricerca.

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