Che cosa stanno facendo i paesi europei per ridurre i rifiuti di plastica?

Troppo poco. Nonostante alcuni sforzi promettenti per affrontare il problema crescente dei rifiuti di plastica, come il divieto di vendere sacchetti o cannucce, non si può ancora dire che in Europa siano diffusi in tutti i paesi obiettivi specifici a livello nazionale. Lo mette in luce uno studio dell'Agenzia europea dell'ambiente pubblicato in questi giorni.
Cristina Da Rold, 07 Giugno 2019
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Nonostante alcuni sforzi promettenti per affrontare il problema crescente dei rifiuti di plastica, come il divieto di vendere sacchetti o cannucce, non si può ancora dire che in Europa siano diffusi in tutti i paesi obiettivi specifici a livello nazionale, sebbene il problema sia stato dichiarato prioritario in quasi la metà dei paesi membri dello Spazio Economico Europeo.
Lo mette in luce una valutazione dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) “Prevenire la produzione di rifiuti di plastica in Europa pubblicata in questi giorni. Solo nove paesi europei hanno obiettivi espliciti per ridurre l’utilizzo di plastica, a partire dai prodotti monouso e quelli in plastica non riciclabile, che dovrebbe – secondo gli esperti dell’EEA – avere la priorità.
Il rapporto ha mappato e analizzato gli sforzi uno per uno, per un totale di 173 misure di prevenzione attuate o previste, 105 delle quali riguardano la fase di produzione dei prodotti in plastica, mentre 69 coprono la fase di consumo. Ad eccezione delle azioni nazionali, come un’imposta sulle borse di plastica, la maggior parte delle misure di prevenzione identificate consiste in accordi volontari e attività di informazione. La relazione dell’EEA si basa su una revisione dei programmi nazionali e regionali di prevenzione dei rifiuti e sui risultati di un’indagine condotta in 27 Stati membri dell’UE, Islanda, Norvegia, Svizzera e Turchia.
Solo nove paesi, come dicevamo, hanno obiettivi di prevenzione dei rifiuti espliciti inclusi nei loro programmi di prevenzione, e il risultato è evidente: la produzione di rifiuti varia molto da paese a paese, sia nell’ultimo anno di osservazione, che nel trend degli ultimi dieci anni.
Gli esempi di buone pratiche identificati comprendono sia iniziative normative come il divieto di alcuni prodotti di plastica, che misure più morbide come gli accordi tra le parti interessate per ridurre il consumo di prodotti in plastica (principalmente imballaggi), nonché la formazione per aziende e cittadini. Sfortunatamente, ci sono pochissimi casi in cui le iniziative adottate sono state adeguatamente valutate, rendendo difficile analizzare davvero nel dettaglio i progressi fatti.
Risulta evidente, per esempio,  che le tasse sulle borse della spesa in plastica hanno portato a risultati notevoli nel ridurre il loro uso e spreco in molti paesi, ma non si capisce perché tali misure non siano ancora applicate anche ad altri tipi di prodotti in plastica, ad esempio gli imballaggi, che rappresenta il più grande flusso di rifiuti in Europa. Attualmente circa il 20% delle misure (ossia 37 delle 173 misure individuate) sono strumenti basati sul mercato.
Di questi, la maggior parte riguarda l’addebito di tasse ai consumatori per l’uso di sacchetti di plastica.
A livello sovranazionale, l’UE ha recentemente intrapreso azioni per la prevenzione dei rifiuti introducendo nuove misure ad esempio attraverso la strategia europea 2018 della Commissione Europea per la plastica in un’economia circolare e la direttiva sulle materie plastiche monouso di recente adozione. Il primo dei due documenti ha evidenziato nettamente che le nostre capacità di riciclaggio della plastica non sono state in grado di tenere il passo con la crescente produzione globale di materie plastiche. Attualmente, in Europa, solo il 30% dei rifiuti di plastica viene raccolto per essere correttamente riconvertito. Inoltre, la maggior parte delle operazioni di riciclaggio avviene al di fuori dell’Europa, dove le pratiche e le norme ambientali latitano.

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