Come convincere gli scettici del cambiamento climatico

Jerry Taylor, noto attivista statunitense, ha passato anni negando da scettico l’evidenza dei cambiamenti climatici. Oggi è presidente del Niskanen Center ed è uno dei principali sostenitori dell’urgenza di agire per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici. Taylor è fortemente convinto che sia possibile far cambiare idea a chi è ancora scettico sul cambiamento climatico, e lui stesso dimostra che questo tipo di conversione è possibile, a patto che ci si metta in testa di non perdere tutto il tempo a convincere la gente, ma investendo energie nel persuadere le élite.
Cristina Da Rold, 23 Aprile 0208
Micron
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Giornalista scientifica

Jerry Taylor, noto attivista statunitense, ha passato anni negando da scettico l’evidenza dei cambiamenti climatici mentre lavorava presso il Cato Institute. Oggi Taylor è presidente del Niskanen Center a Washington D.C. ed è uno dei principali sostenitori dell’urgenza di agire per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici, anzitutto con una carbon tax.
La sua prospettiva sull’argomento è iniziata lentamente a cambiare intorno al volgere del secolo, quando ha cominciato seriamente a riconsiderare le proprie posizioni alla luce delle argomentazioni di diversi economisti e studiosi legali che esponevano i rischi a lungo termine del riscaldamento globale.
Oggi Taylor è fortemente convinto che sia possibile far cambiare idea a chi è ancora scettico sul cambiamento climatico, e lui stesso dimostra che questo tipo di conversione è possibile, a patto che ci si metta in testa di non perdere tutto il tempo a convincere la gente, ma investendo energie nel persuadere le élite.
L’opinione forte e discutibile di Taylor, raccontata da James Templesulle pagine di MIT Technology Review, è che oggi l’arma più potente che possediamo è la scienza della persuasione.
Per cambiare le cose in fretta non basta continuare a lavorare nella direzione di generare sempre più energia pulita, ai fini di ridurre drasticamente le emissioni, spiega Taylor, dal momento che comunque sia non riusciamo ad abbandonare le fonti di energia non rinnovabili, che funzionano ancora molto bene. A cambiare le cose è sempre lei e solo lei: la politica. Se non persuadiamo la politica – conclude – non andremo da nessuna parte.
Taylor individua quattro punti fondamentali per utilizzare la scienza della persuasione in maniera efficace su questo tema: scegliere gli obiettivi giusti, depoliticizzare il problema, scegliere le politiche giuste su cui lavorare e trovare aree di interesse comuni da cui partire.
Il primo aspetto di cui prendere atto è che la polarizzazione del dibattito sul cambiamento climatico non avviene tanto fra la popolazione, ma all’interno delle élite, che veicolano al grande pubblico, attraverso i media, quali sono per loro i termini del dibattito. La discussione sul cambiamento climatico – sottolinea Taylor – è intrappolata all’interno delle guerre culturali che hanno consumato la politica statunitense negli ultimi trent’anni. «Le posizioni sui cambiamenti climatici sono diventate il simbolo del conflitto culturale separato dalla scienza» ha dichiarato Dan Kahan, docente di diritto e psicologia di Yale che ha studiato attentamente questo problema.
Nella maggior parte dei casi le persone si allineano innanzitutto con gruppi, spesso partiti politici, che si rivolgono a loro in base alle proprie esperienze, ai dati demografici e ai social network. Affidano quindi ai leader riconosciuti della loro tribù auto-selezionata il compito di mettere a punto i dettagli di una politica e di una scienza che li rispecchi, respingendo vigorosamente argomenti che sembrano opporsi alle loro ideologie, in parte perché tali argomenti attaccano la loro identità. Un sondaggio di Gallup pubblicato a fine marzo ha rilevato che quasi il 70% dei repubblicani ritiene che il riscaldamento globale sia “generalmente esagerato”, mentre il 67% dei democratici ritiene che rappresenterà una “seria minaccia” nelle loro vite.
Per questa ragione per Taylor l’obiettivo dovrebbe essere prima di tutto quello di cambiare le opinioni delle élite, come lui stesso ha sperimentato su di sé. Per farlo è necessario quindi depoliticizzare il problema, operazione per nulla facile quando ci sono in mezzo questioni dirimenti come l’introduzione di una nuova tassa (Taylor si riferisce alla Carbon Tax) che accende gli scontri con i repubblicani, tradizionalmente contrari all’introduzione di nuove tassazioni.
Un’altra strategia che gli scienziati politici hanno in mano per attuare politiche favorevoli al clima è la “teoria dei co-benefici“. Il concetto di base è che molte delle stesse misure previste per abbattere le emissioni di gas serra sono le stesse che possono promuovere anche l’innovazione tecnologica, l’indipendenza energetica, le sicurezza, qualità dell’aria, la salute e garantire posti di lavoro. È possibile infatti creare lavori verdi senza ridurre l’inquinamento da carbonio.
Naturalmente, il rischio di armonizzare gli obiettivi economici con gli obiettivi climatici è che le politiche risultanti potrebbero non tradursi in riduzioni delle emissioni sufficientemente profonde. Ci sono fortune in gioco – spiega Taylor – e molti continueranno a combattere duramente e sporco per proteggere i loro interessi finanziari. Alcuni gruppi sono ancora semplicemente irraggiungibili, mentre in altri casi è possibile discutere. Secondo quanto riporta l’autore, il Centro Niskanen ha già convinto alcuni legislatori repubblicani a modificare alcune delle proprie idee di partenza, anche se nessuno ha ancora il coraggio di ammetterlo pubblicamente. Questo – chiuda Taylor – vista l’intensa guerra culturale di oggi sul cambiamento climatico, è almeno un inizio

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