Come è piccolo il mondo… della pesca globale

Uno studio pubblicato su ‘Science’ mette in luce il ruolo fondamentale delle correnti oceaniche nel collegare non solo gli oceani, ma anche le attività di pesca commerciale in tutto il mondo. E rivela che gli stock ittici dovrebbero essere considerati come un’unica popolazione mondiale, senza troppi nazionalismi.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Quanto è piccolo il mondo… della pesca marittima globale. Ad affermarlo è uno studio da poco pubblicato su Science che mette in luce il ruolo fondamentale delle correnti oceaniche nel collegare non solo gli oceani, ma anche le attività di pesca commerciale in tutto il mondo. E rivela che gli stock ittici dovrebbero essere considerati come un’unica popolazione mondiale, senza troppi nazionalismi.
Lo studio parte da un assunto: la stragrande maggioranza del pescato, circa il 90%, viene prelevato in natura entro 200 miglia dalla costa, quindi all’interno delle acque costiere sotto giurisdizione nazionale, dove ogni stato può esercitare il proprio diritto di pesca. Tuttavia, non è detto che quei pesci issati a bordo dei pescherecci siano nati e cresciuti in quelle acque: potrebbero esserci arrivati durante la loro fase larvale, trascinati dalle correnti oceaniche, prima ancora di imparare a nuotare. E l’ipotesi non è affatto remota. Stando a quanto scritto dai tre autori nel loro paper, ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di pesci vengono catturati in un paese diverso da quello in cui sono stati generati.
Questo significa che l’abbondanza degli stock ittici della maggior parte dei paesi dipendono in realtà dalla salute e dalla produttività di acque più o meno vicine, che non ricadono nei confini marittimi nazionali. Gli oceani e i mari del mondo costituiscono quindi un’unica fitta rete, altamente interconnessa grazie alle correnti marine, chiamata small world network.
Per ricostruire e accertare le connessioni di questa rete, Nandini Ramesh dell’Università della California a Berkeley, James Rising della London School of Economics e Kimberly Oremus dell’Università del Delaware, hanno dovuto unire diverse competenze: oceanografiche, di biologia marina e anche di economia.
Il trio ha combinato dati provenienti dai satelliti con osservazioni ecologiche sul campo, dati di biologia marina con record di catture in mare, tenendo conto anche dei cicli di vita delle diverse specie, delle loro abitudini riproduttive, della direzione e della velocità delle correnti oceaniche e delle loro variazioni nel corso delle stagioni. Solo così sono riusciti a elaborare una simulazione computerizzata che mostrasse come le uova e le larve di 706 specie di pesci vengono trasportate dalle correnti oceaniche in tutto il mondo, superando i confini nazionali e collegando 249 aree di pesca.

rete ittica
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Fonte: Science]

È la prima volta che l’entità di questo flusso di larve e uova tra gli oceani viene stimata a livello globale, obbligandoci a guardare la pesca con altri occhi, da una nuova prospettiva. Ramesh e colleghi hanno infatti identificato numerosi hotspot, dei “punti caldi”: ovvero regioni strettamente dipendenti da altre per il loro pescato, dov’è necessaria una gestione cooperativa delle risorse ittiche.
Ogni anno, in 114 zone di pesca nazionali sulle 249 analizzate, vengono pescate almeno 1.000 tonnellate di pesce che in realtà è nato altrove, generando un indotto di oltre 10 miliardi di dollari. Inoltre, in molti paesi questa quota è ampiamente superata. Indonesia, Norvegia, e Messico pescano nelle loro acque centinaia di migliaia di tonnellate di pesci che in realtà sono nati fuori dalle loro giurisdizioni. E per altri paesi, come la Russia e la Corea del Sud, tali catture superano il milione di tonnellate.
Ma se ci sono zone dove gli stock ittici vengono consumati, chiamate sink dagli ecologi, ci sono anche zone altamente produttive, le sources: il Brasile, le Barbados e l’isola di Kiribati, per esempio, sono luoghi di produzione per eccellenza.
Una tale interdipendenza di quei 1.350 milioni di chilometri cubi che costituiscono mari e oceani, però, si presenta come un’arma a doppio taglio. Da una parte problemi come l’inquinamento, i cambiamenti climatici o la cattiva gestione della pesca in una regione altamente produttiva potrebbero ridurre significativamente le riserve ittiche disponibili per altre nazioni. Dall’altra, invece, una buona gestione del patrimonio ittico soprattutto nelle aree riproduttive potrebbe giovare a molte nazioni.
I tre ricercatori, poi, hanno anche identificato quali paesi dipendono più strettamente dalle regioni sources e dal costante afflusso di larve e uova fornito dalle correnti marine per la loro sicurezza alimentare e il tasso di occupazione. In particolare, i rischi economici sono più alti nei tropici: per esempio, circa un terzo dei lavoratori delle nazioni caraibiche della Guyana e del Suriname è impiegato nella pesca marittima alimentata dalle aree sources. Se l’apporto di larve e uova dovesse cessare, questi paesi potrebbero essere duramente colpiti. Ma l’area caraibica non è l’unica a correre i maggiori rischi socioeconomici: ci sono anche i paesi dell’Africa occidentale, dell’Oceania e persino alcuni del Nord Europa, come Svezia e Norvegia.
Questa indagine “sottomarina” ha dunque portato alla luce un processo del tutto naturale, ma altrimenti invisibile, che – è il caso di dire – sarebbe rimasto sommerso chissà ancora per quanto. Per Ramesh e il suo gruppo di ricerca, però, pubblicare questa mappa, che raffigura come le attività di pesca di tutto il mondo siano interconnesse, è solo un trampolino. Il trio spera di convincere in questo modo i decisori politici ad attuare con la massima urgenza piani di cooperazione internazionale – soprattutto nelle aree più sensibili – per conservare una risorsa naturale su cui fanno affidamento centinaia di milioni di persone.
«Siamo tutti dipendenti dagli oceani. E quando le attività di pesca sono mal gestite o le aree di riproduzione dei pesci non sono protette, la sicurezza alimentare di mezzo mondo potrebbe venire compromessa» concludono.

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