Così puliremo l’isola di plastica

Era l'ultima isola inesplorata del pianeta. Ma ora gli scienziati l'hanno finalmente visitata e studiata. L'isola di cui parliamo si trova al centro dell'oceano Pacifico e qui i rifiuti rimangono intrappolati dalle correnti. Un pericolo per l’ambiente che però oggi forse ha una soluzione. Sono partiti i primi test per mettere alla prova la barriera galleggiante che nel 2020 verrà sistemata in mezzo al Pacifico.
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

Le prove generali sono cominciate: nel bacino di Wageningen nei Paesi Bassi una barriera flessibile di 20 metri è stata esposta per la prima volta a correnti di ogni tipo e intensità.
Dello stesso genere di quelle che si possono trovare in mezzo all’Oceano Pacifico. Perché è lì, tra il 135º meridiano Ovest e il 42º paralleo Nord, che la struttura definitiva lunga 100 chilometri verrà posizionata, se tutto procede secondo le previsioni, nel 2020.
Si tratta del più grande dispositivo mai realizzato per ripulire dalla plastica quell’area di mare oramai nota come “Great Pacific Garbage Patch”, l’enorme chiazza di spazzatura dalle dimensioni imprecisate, grande come il Texas, per alcuni, o come tutti gli Stati Uniti per altri. Una concentrazione di milioni di tonnellate di immondizia provocata dai vortici a spirale della corrente oceanica.
Il sistema per ripulire l’oceano sfrutta proprio le stesse forze della natura che hanno contribuito ad accumulare la plastica: la spazzatura verrà trascinata dalle correnti verso lunghi cilindri di gomma galleggianti sistemati a forma di V per poi venire raccolta da una piattaforma centrale che cattura la plastica tramite un nastro trasportatore e una pompa. Periodicamente le imbarcazioni incaricate caricheranno a bordo la plastica destinata alle industrie per essere riciclata.
Si prevede che la piattaforma possa raccogliere 65 metri cubi di plastica ogni giorno e che debba essere svuotata ogni 45 giorni. Chi lo ha ideato ritiene che questo sistema di pulizia del mare sia 7.900 volte più veloce e 33 volte più economico dei metodi tradizionali.
E all’UNEP (United Nations Environment Programme) se ne sono convinti, tanto da decidere di assegnare a Boyan Slat, il ventenne promotore del progetto e a capo di una squadra di 100 persone tra ricercatori, ingegneri e oceanografi, il prestigioso riconoscimento per i meriti verso l’ambiente. Nel 2104 è stato lui ad essersi aggiudicato il Champion of the Earth. Segno che il suo progetto non è campato in aria, anche se la strada è ancora lunga. Completati i test nei Paesi Bassi, condotti in collaborazione con il Maritime Research Institute Netherlands (MARIN), un’altra barriera di un chilometro e mezzo verrà sistemata al largo delle coste giapponesi dove proverà a raccogliere la spazzatura prima di passare alla sistemazione definitiva.

IL SOGNO DI UN TEEN AGER
Insomma, piuttosto che andare noi incontro alla plastica, lasciamo che sia la plastica a venire da noi. È intorno a questa semplice ma efficace intuizione che l’allora teen ager Boyan Slat ha costruito l’ambizioso progetto insieme alla società incaricata di realizzarlo.
La Ocean Cleanup, nata nel 2013, in pochissimo tempo è riuscita a ottenere finanziamenti sufficienti per avviare quell’impresa che secondo il capitano Charles Moore, colui che nel 1997 scoprì la strana isola dove circolava più plastica che plancton, avrebbe mandato in bancarotta qualunque paese al mondo.
Ora che ha ricevuto il premio delle Nazioni Unite per i suoi meriti verso l’ambiente dalle mani di Ban Ki Moon e che è stato riconosciuto come uno degli imprenditori più promettenti del mondo da Intel EYE50, è facile dargli fiducia. Ma quando nel 2012, appena 17enne, presentò la sua idea in una TedxTalks, Slat non era altro che un ragazzo appassionato di immersioni e stanco di trovare, scendendo sott’acqua, più plastica che pesci. Eppure in 15 giorni riuscì a ottenere un milione e mezzo di visualizzazioni e 80.000 dollari. Da allora il crowdfunding non si è più fermato e ha raggiunto 30 milioni di euro, la metà del budget totale previsto per tutta l’operazione. In futuro la pulizia dell’oceano potrebbe venire pagata con il ricavo della stessa plastica raccolta, da cui si possono ottenere mille prodotti diversi, tra cui anche i jeans che lo stesso Slat indossa.

DAVIDE CONTRO GOLIA
L’impresa non è da poco: nel mare galleggiano 5.250 miliardi di frammenti di plastica per un peso di 290.000 tonnellate che trascinati dalle correnti si concentrano prevalentemente in alcuni punti, cinque i principali. La grande chiazza di spazzatura del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch) raccoglie un terzo di quei rifiuti, per lo più di piccolissime dimensioni, e somiglia a una gigantesca zuppa più che a un’isola. Almeno così apparve al capitano Charles Moore quando vi si imbatté inaspettatamente in uno dei suoi viaggi. Non si sa esattamente quanto sia grande né quanta plastica vi sia.
Gli studi condotti fino a oggi contengono però motivi sufficienti di allarme su vari fronti. Quello ambientale: almeno un milione di uccelli marini e centinaia di migliaia di mammiferi muoiono ogni anno per colpa della plastica.


The Trash Vortex / Fonte: Greenpeace.org

E un centinaio di specie, tra cui la foca monaca delle Hawaii, rischiano l’estinzione per l’inquinamento delle acque in cui vivono e si nutrono. Ma non va meglio sotto l’aspetto economico: le industrie dedite alla pesca, alla navigazione e al turismo hanno perso 13 miliardi di dollari per colpa della plastica nel mare.
Gli Stati della costa occidentale negli USA spendono 500 milioni di dollari all’anno per pulire le loro spiagge. Infine, resta l’impatto sulla salute: le sostanze tossiche entrano nella catena alimentare aumentando il rischio di tumori, malformazioni e problemi di fertilità.
Le più recenti stime sull’inquinamento degli oceani, che abbiamo citato, contenute nello studio del 2013 pubblicato su Plos One potrebbero addirittura essere inferiori alla realtà: la cifra di 5.000 miliardi di pezzettini di plastica calcolata passando in rassegna i risultati di 24 spedizioni oceanografiche non tiene conto del recente monitoraggio dell’ “isola del Pacifico” promosso proprio dalla Ocean Cleanup che si è da poco concluso: la “Mega Expedition” partita lo scorso agosto con l’obiettivo di realizzare la prima “mappa” dettagliata dell’anomala isola. Una flotta di 30 imbarcazioni per un mese ha navigato attraverso le acque non proprio limpide del Garbage Patch. Per i risultati definitivi bisognerà aspettare ancora un anno, ma intanto emergono le prime sorprese. E non sono positive: la situazione potrebbe essere dieci volte peggiore di quanto previsto.
Gli esploratori della Mega Expedition si aspettavano di trovare 10 chili di plastica per chilometro quadrato, ma ne hanno contati 100. Inoltre, contro ogni previsione, l’isola sembra formata principalmente da rifiuti di grandi dimensioni che con il tempo e l’azione dei raggi ultravioletti si ridurranno a piccoli frammenti.
Di questo passo entro il 2050 il 99% degli uccelli marini sarà costretto a ingerire frammenti di plastica. Per ora, secondo uno studio su Pnas  il 90% di questi animali ha scambiato per cibo tappi di bottiglia, pezzetti di buste e migliaia di altri oggetti colorati non commestibili ma simili al plancton.
E Boyan Slat, commentando i primi risultati della spedizione appena terminata, mette in guardia: “Se non faremo pulizia, la quantità di microplastiche aumenterà considerevolmente in pochi decenni. Siamo di fronte a una vera e propria bomba a orologeria”

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