Diabete, nuove prospettive dalle staminali

Per la prima volta, un gruppo di scienziati è riuscito a convertire cellule staminali umane in cellule che producono insulina. Una scoperta che potrebbe aprire la strada a nuovi trattamenti per la diffusissima patologia del diabete di tipo 1.
Stefano Pisani, 14 Febbraio 2019
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Per la prima volta, un gruppo di scienziati è riuscito a convertire cellule staminali umane in cellule che producono insulina. La scoperta potrebbe aprire la strada a nuovi trattamenti per la diffusissima patologia del diabete di tipo 1. Sebbene il trattamento di questo tipo di disturbo abbia fatto molta strada da quando è stato descritto per la prima volta (nell’antico Egitto), le iniezioni di insulina rappresentano un (fastidioso) momento quotidiano nella vita di molti diabetici.
Ora, i ricercatori sembrano aver compiuto un notevole passo avanti, che potrebbe un giorno rendere queste tecnologie obsolete.
Come si legge nel nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Cell Biology, gli scienziati sono riusciti a trasformare le cellule staminali umane in cellule funzionali che producono insulina (note anche come “cellule beta”), almeno nei topi.
«Adesso siamo in grado di generare cellule che fabbricano insulina e che sembrano comportarsi in modo molto simile alle cellule beta pancreatiche che tutti noi abbiamo nel nostro organismo», spiega uno dei membri del team di ricerca, Matthias Hebrok della University of California di San Francisco (UCSF). «Si tratta di un passo fondamentale verso il nostro obiettivo finale: creare cellule che potrebbero essere trapiantate in pazienti che soffrono di diabete».
Il diabete di tipo 1 è caratterizzato da una mancanza di insulina dovuta al fatto che il sistema immunitario distrugge le cellule del pancreas. I diabetici di tipo 1 devono quindi introdurre dall’esterno, “manualmente”, la propria insulina. Anche se finora si è rivelato essere un buon sistema, questo tipo di trattamento non è perfetto. Le persone con questa condizione possono infatti vivere delle vite per la maggior parte normali, ma hanno un rischio più elevato di soffrire di problemi come insufficienza renale, le malattie cardiache e l’ictus. Esistono altri metodi per la gestione terapeutica del diabete di tipo 1, come l’introduzione di nuove cellule beta o lo scambio del pancreas danneggiato con uno nuovo, ma entrambe queste opzioni purtroppo presentano dei limiti dovuti al fatto che non c’è una ampia disponibilità: le nuove cellule, o i nuovi organi, devono essere ovviamente prelevati da donatori, che non sono sempre esistenti.
Per aggirare il problema dei donatori, il mondo della ricerca, e anche il gruppo della UCSF, sta lavorando negli ultimi anni a perfezionare il processo di induzione delle cellule staminali alla trasformazione in beta cellule pancreatiche completamente funzionali.
Tuttavia, finora ci sono stati numerosi problemi nel completare questo tipo di processo e farlo arrivare fino in fondo. «Le cellule che noi e gli altri stavano producendo si bloccavano in uno stadio immaturo in cui non erano in grado di rispondere adeguatamente al glucosio nel sangue e non riuscivano a secernere correttamente l’insulina», ha continuato Hebrok, «per questo settore, si per tanto tempo si è stati in un vicolo cieco».
A quanto risulta dal nuovo articolo di ricerca, quando il gruppo ha esaminato il modo in cui queste cellule si sviluppano nel pancreas, c’è stata una fondamentale scoperta che ha permesso di superare l’empasse. Nel pancreas, le cellule si separano dal resto dell’organo e si dispongono secondo protrusioni chiamate isole pancreatiche.
Gli scienziati hanno esaminato questo processo in una capsula di Petri, separando artificialmente le cellule staminali del pancreas allo scopo di riorganizzarle in aggregati somiglianti a quegli isolotti che si formano naturalmente nel corpo.
Questa disposizione ha permesso alle cellule staminali pancreatiche di maturare e funzionare in modo molto simile a quello delle normali cellule produttrici di insulina. Ulteriore risultato, quando queste isole sono state trapiantate in dei topi sani, i ricercatori hanno scoperto che le cellule producevano insulina in risposta ai livelli di zucchero nel sangue in pochi giorni.
Ovviamente, come con qualsiasi studio condotto su modelli murini, i ricercatori frenano l’entusiasmo. «C’è ancora un po’ di lavoro da fare prima che questo diventi un trattamento applicabile sugli esseri umani – scrivono – se, oggi, si dovessero introdurre nuove cellule staminali pancreatiche in un diabetico di tipo 1, seguendo questa tecnica, è probabile che il sistema immunitario umano le rigetterebbe, distruggendole di nuovo». Questo significherebbe sottoporre la persona che riceve le nuove cellule a un trattamento con immunosoppressori per il resto della sua vita, problema che, attualmente, riguarda chiunque riceva in donazione organi o cellule.
Tuttavia, il passo compiuto nella nuova ricerca è enorme e gli scienziati stanno lavorando intensamente alla risoluzione di questi problemi.
Per esempio, gli studiosi stanno cercando di verificare se la tecnica CRISPR di editing genetico possa essere utilizzata per modificare a sufficienza il DNA delle cellule staminali in modo che queste possano sfuggire all’attento “radar” di un sistema immunitario iperattivo. «Siamo finalmente in grado di andare avanti su una serie di diversi fronti che prima ci erano stati chiusi», ha concluso Hebrok, «le possibilità adesso ci sembrano infinite.»

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X