Difendere la biodiversità dal clima che cambia

A pochi giorni dalla Giornata Mondiale della Biodiversità un nuovo studio, pubblicato su Science, si occupa di stimare la perdita delle specie animali e vegetali nel prossimo futuro, a causa dell'aumento delle temperature. Un danno, quello provocato del climate change, che sta già determinando lo spostamento areale di oltre 700 specie marine con ripercussioni sulla pesca, sull’economia e soprattutto biodiversità.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Alluvioni, desertificazione e innalzamento dei mari non sono le uniche conseguenze del riscaldamento globale. A farne le spese sono anche piante e animali. Il climate changeè infatti una delle principali minacce per la biodiversità, insieme all’introduzione di specie aliene. Perciò se vogliamo salvare la maggior parte delle specie conosciute dovremmo limitare l’aumento delle temperature al massimo a 1,5°C entro il 2100. Dovremmo, cioè, attenerci all’obiettivo più ottimistico preso in considerazione dall’Accordo di Parigi.

Ad annunciarlo sulle pagine di Science sono stati i ricercatori dell’Università dell’East Anglia e della James Cook University, che in un mastodontico studio hanno preso in considerazione circa 115.000 specie. Ossia 71.000 piante, 8.000 uccelli, 1.700 mammiferi, 1.800 rettili, 1.000 anfibi e 31.000 insetti. Mai prima d’ora erano state prese tenute in conto così tante specie tutte insieme. Si tratta, infatti, dello studio più completo in materia pubblicato finora. E come si dice, cade proprio a fagiolo: a distanza di qualche giorno dalla Giornata Mondiale della Biodiversità e per di più nell’anno in cui si celebra il 25° anniversario dalla firma della Convenzione sulla diversità biologica e di quella sui cambiamenti climatici.

Per valutare l’impatto del climate change su piante e animali, i ricercatori hanno preso in considerazione tre scenari futuri, fino al 2100. Uno che prevede per tale data un innalzamento della temperatura di 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali; uno che pone come limite massimo un aumento di 2°C (l’obiettivo minimo dell’Accordo di Parigi). E infine uno che considera un innalzamento di 3,2°C entro il 2100: lo scenario più pessimistico e purtroppo anche il più realistico, viste le attuali tendenze.

I risultati dello studio, però, non presagiscono nulla di buono. La prima brutta notizia è che secondo i calcoli, i più colpiti dal riscaldamento globale saranno gli insetti. Soprattutto i tre gruppi responsabili del processo di impollinazione. Una conseguenza che potrebbe essere catastrofica già da sola. L’impollinazione, infatti, è solo uno dei fondamentali servizi ecosistemici di cui sono responsabili gli insetti. Senza considerare che questi ultimi si trovano in una posizione cruciale della catena alimentare: sono alla base della dieta di molti animali – dagli uccelli ai mammiferi, uomo compreso – e sono fondamentali anche in cima alla catena alimentare, per i processi di decomposizione.

Secondo lo studio, se la temperatura del globo salisse di 3,2°C, il 49% delle 31.000 specie di insetti presi in esame perderebbe più di metà del suo areale. Una sorta di apocalisse. Ma basterebbe appena un grado in meno per contenere questa perdita di biodiversità. Infatti, se l’aumento della temperatura fosse limitato a 2°C, a perdere più della metà del suo habitat sarebbe “solo” il 18% degli insetti. E se invece il riscaldamento globale venisse addirittura contenuto a +1,5°C sarebbero salvi quasi tutti: in questo caso solo il 6% degli insetti ne pagherebbe le conseguenze.
A giovare di un minor innalzamento delle temperature, poi, secondo il gruppo di scienziati, sarebbero anche specie molto note. Come il rinoceronte nero, già a rischio di estinzione e altamente minacciato dal bracconaggio e dalla perdita di habitat. Ma anche i famosi fringuelli delle Galapagos, diventati celebri grazie a Charles Darwin.

Lo studio pubblicato su Science, infine, tiene conto anche della capacità migratoria delle specie. Uccelli, mammiferi e insetti volatori, ovviamente, hanno una maggiore capacità di dispersione e avrebbero quindi maggiori chancesdi sopravvivenza, riuscendo a trasferirsi più facilmente. Ma anche in questo caso, se le temperature aumentassero di 2°C entro il 2100, la maggior parte di questi comunque non riuscirebbe a tenere il passo.

LA PESCA AI TEMPI DEL CLIMATE CHANGE
Effettivamente quello che sta già accadendo è che molte specie stanno spostando, allargando o comunque modificando il loro areale, cercando le condizioni ambientali a loro più congeniali. E se la temperatura aumenta, piante e animali si spostano più a Nord o salgono di altitudine, in cerca di climi migliori. Lo stesso accade sotto il pelo dell’acqua. In risposta al riscaldamento dei mari, infatti, anche le specie marine migrano verso acque più profonde e più fredde. Ma per le specie marine, oltre alla temperatura c’è anche un altro fattore limitante: la luce. Queste modifiche dell’areale, quindi, pongono ulteriori sfide per la conservazione della biodiversità, dalla gestione delle aree protette all’utilizzo per scopi alimentari che facciamo di molte specie. Un esempio su tutti, il patrimonio ittico. E proprio sui possibili spostamenti delle specie marine, si è concentrato uno studio da poco pubblicato su Plos One dai ricercatori della Rutgers University, guidati da James Morley.

Il team ha analizzato l’influenza dei cambiamenti climatici sulla distribuzione di 686 animali marini del Nord America. Prima ha raccolto i dati sulla presenza e l’abbondanza di queste specie, prendendo in considerazione le esigenze di temperatura, di profondità e il tipo di fondale. Poi ha calcolato come si sarebbe spostato l’areale di ogni specie ventennio dopo ventennio, fino al 2100, secondo due scenari futuri. Nel primo le emissioni globali di gas serra continuerebbero al ritmo attuale, provocando un aumento delle temperature di 3°C. Nel secondo, invece, le emissioni verrebbero contenute come deciso con l’Accordo di Parigi, provocando quindi un amento di “soli” 2°C. Infine il gruppo di ricerca ha testato l’affidabilità di queste previsioni considerando anche i modelli di circolazione oceanica, per capire in che zone e con che velocità potrebbe cambiare la temperatura degli oceani. Il risultato? In generale tutte le specie si muoveranno verso Nord, qualcuna invece preferirà scendere più in profondità. Ma sono le entità degli spostamenti a fornirci un quadro più chiaro.

In cerca di un habitat idoneo, undici specie potrebbero spostarsi di oltre 1.000 miglia, tra cui una cugina americana delle aringhe europee, l’Alosa sapidissima, e l’Eleginus gracilis, una specie di merluzzo. Altre 111 specie, invece, si limiterebbero a migrare di oltre 500 miglia. Ma con qualche dovuta eccezione.

In particolare, sul lato atlantico degli Stati Uniti lo spostamento degli areali sarà più contenuto. E a risentire meno del climate change saranno le specie del Golfo del Messico che, secondo i calcoli, potrebbero spostarsi soltanto tra le 3 e le 30 miglia. Questo proprio grazie alla conformazione del Golfo, chiuso a Nord-Est dalla Florida. Ma proprio per questo, alcuni pesci vedrebbero il loro areale ridursi inesorabilmente. Come uno sparide americano, l’Archosargus probatocephalus, il cui areale potrebbe restringersi dell’83% nel Golfo del Messico e del 46% lungo il resto della costa orientale degli Stati Uniti. Invece altre specie – per lo più quelle tropicali – potrebbero addirittura espandere il loro areale. Tra queste il dentice grigio (Lutjanus griseus), che oggi vive per lo più nelle acque a Ovest della Florida, ma che nel 2100 potrebbe colonizzare tutto il Golfo del Messico e le coste degli Stati Uniti sudorientali.

shift dentice grigio

Sarà invece la West Coast americana, fino al Canada e all’Alaska, a risentire di più dei cambiamenti climatici. Nelle acque dell’Oceano Pacifico, lungo le coste del Nord America, le specie studiate potrebbero spostarsi tra le 125 e le 730 miglia, se non di più, a seconda delle temperature previste dagli scenari ipotizzati. Sarà così, per esempio, per il nasello del Pacifico (Meluccius productus), una delle specie ittiche più importanti per la pesca commerciale, che si muoverà fino a 730 miglia più a Nord. O il merluzzo nordico (Gadus morhua) – anche lui fondamentale per le attività di pesca a livello mondiale – che perderebbe il 90% del suo areale nelle acque statunitensi, migrando più a Nord nelle acque del Canada.

 

spostamento merluzzo atlantico

shift sarago americano

Il cuore del problema, dunque, sarebbe proprio qui. Molti stati o regioni vedranno diminuire l’abbondanza di specie economicamente importanti nelle loro acque. Mentre allo stesso tempo altri le potrebbero veder crescere. Soprattutto in Nord America, dove secondo i modelli si verificheranno i cambiamenti più profondi. La migrazione di queste specie, quindi, potrebbe provocare ulteriori problemi per la gestione delle risorse ittiche. Potrebbe portare a scontri per la ripartizione delle quote di pesca e per l’accesso agli stock ittici.

Gli autori, però, specificano che nei modelli non hanno tenuto conto di altri fattori importanti che potrebbero ulteriormente modificare la situazione, come la disponibilità di risorse trofiche o i tempi di riproduzione. Ma in ogni caso i dettagli e l’ampiezza di questa ricerca lanciano un chiaro messaggio: bisogna iniziare già da ora a prepararsi per il futuro.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X