Dimmi come twitti e ti dirò se ti senti solo

Il problema della solitudine, intesa come condizione cronica, può diventare una vera e propria crisi di salute pubblica, potendosi legare a patologie come depressione, demenza e a malattie cardiovascolari. Un team di ricercatori della Penn Medicine ha condotto un’analisi di contenuti pubblicati su Twitter per determinare quali argomenti e temi potevano essere associati alla solitudine.
Stefano Pisani, 17 Novembre 2019
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Si stima che, negli Stati Uniti, circa un adulto su cinque soffra di solitudine. La solitudine, intesa come condizione cronica, è un problema che può diventare una vera e propria crisi di salute pubblica, in quanto può legarsi, per esempio, a patologie come depressione, demenza e a malattie cardiovascolari.

Un team di ricercatori della Penn Medicine si è riunito per determinare quali argomenti e temi potevano essere associati alla solitudine attraverso l’analisi dei contenuti pubblicati su Twitter.

Applicando modelli analitici linguistici ai tweet, i ricercatori hanno scoperto che la solitudine può essere associata soprattutto a tweet su preoccupazioni relative al proprio benessere mentale, alle difficoltà relazionali, all’uso di sostanze stupefacenti e all’insonnia. I risultati di questo lavoro, pubblicati su BMJ Open, potrebbero facilitare l’identificazione degli utenti “solitari” in modo da poter fornire loro supporto anche se non twittano esplicitamente di sentirsi soli.

«La solitudine può essere un killer lento, poiché alcuni dei problemi medici a essa associati possono richiedere decenni per manifestarsi», ha spiegato l’autore principale dello studio Sharath Chandra Guntuku, PhD, ricercatrice presso il Center for Digital Health di Penn Medicine. «Se siamo in grado di identificare le persone sole e intervenire prima che le patologie inizino a svilupparsi, potremo avere effetti positivi molto potenti a lungo termine sulla salute pubblica».

Determinando temi tipici e marcatori linguistici pubblicati sui social media e associati alle persone “sole”, il team ha scoperto alcuni degli ingredienti necessari per costruire un “sistema di previsione della solitudine“. «I social media hanno il potenziale per consentire a ricercatori e medici di misurare ‘passivamente’ la solitudine nel tempo», ha spiegato la coautrice dello studio Rachelle Schneider, coordinatrice della ricerca presso il Center for Digital Health. «Attraverso la verifica dei nostri dati, possiamo sviluppare uno strumento affidabile e accurato per eseguire questo monitoraggio».

Concentrandosi sugli utenti di Twitter in Pennsylvania che avevano account pubblici, il team ha trovato 6.202 tweet che includevano parole come “solitario” o “solo” più di cinque volte nel periodo in esame (che si è protratto dal 2012 al 2016). Confrontando questi utenti con un gruppo corrispondente (che non utilizzava questo linguaggio nei loro post), i ricercatori hanno mostrato che gli utenti “solitari” twittano quasi il doppio e avevano molte più probabilità di farlo di notte. Quando i tweet sono stati analizzati attraverso diversi modelli analitici linguistici, gli utenti che pubblicavano post sulla solitudine avevano un’associazione estremamente elevata con rabbia, depressione e ansia, rispetto al gruppo “non solitario”. Inoltre, il gruppo “solitario” era significativamente associato ai tweet su difficoltà relazionali, a quelli sull’uso di sostanze stupefacenti e fumo o alcol, e a problemi con la regolazione delle loro emozioni.

In futuro, i ricercatori sperano di sviluppare una misura migliore delle diverse dimensioni della solitudine che gli utenti online sentono ed esprimono. Primi lavori in questa direzione stanno dimostrando che un modello predittivo (sviluppato proprio in seguito a questo studio) sta predicendo accuratamente la solitudine in una popolazione di pazienti che ha messo a disposizione tutti i suoi dati Twitter e ha partecipato a un sondaggio (validato) sulla solitudine.

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