Dimmi come usi il cellulare e ti dirò chi sei

Negli anni Trenta lo psicologo Philip Vernon affermava che il linguaggio del corpo è strettamente correlato alla personalità di un soggetto. Oggi questa affermazione si potrebbe applicare ai nostri smartphone.
Tina Simoniello, 12 Dicembre 2016
Micron
Stack of cellphones with group of friends on background
Micron
Giornalista freelance

Avete presente i profiler? Quei personaggi da telefilm, che da un singolo indizio, un semplice atteggiamento risalgono all’indole di qualcuno? Ce l’avete presente? Ebbene da oggi quei personaggi lì, i profiler appunto, potrebbero avere un’altra fonte di informazioni in base alla quale definire personalità, criminali e non: lo smartphone. Proprio così. Lo smartphone dice infatti molto del suo possessore. Anzi, moltissimo: se è leale o no, o se è un tipo chiuso, o se è rispettoso delle regole.
Non è la sceneggiatura dell’ultima stagione di CSI o Lie to me a indicarlo, ma uno studio condotto da psicologi inglesi delle università di Lincoln, Lancaster e Hertfordshire pubblicato qualche giorno fa su CyberPsychology, Behaviour and Social Networking.
La relazione tra personalità e smartphone sarebbe così marcata che gli autori dell’indagine hanno definito questi device veri e propri “prolungamenti di noi stessi”. Non solo – dicono – gli smartphone rivelano indizi su di noi per come li personalizziamo (app che scarichiamo, per esempio), ma forniscono informazioni anche in base al tipo di sistema operativo: Android o iPhone, che insieme si dividono attualmente il 90% del mercato.
I ricercatori hanno distribuito a più di 500 utenti di smartphone elaborati questionari contenti quesiti sia su se stessi che sull’atteggiamento nei confronti del cellulare. Ebbene dall’analisi del materiale è risultato che i proprietari di iPhone, rispetto a chi usa Android, hanno maggiori probabilità di essere di sesso femminile, sono più spesso giovani, e sono più probabilmente preoccupati che il loro smartphone sia visto come un simbolo di status.
Ancora: gli utenti di iPhone mostrano livelli più bassi di onestà-umiltà ma più elevati livelli di emotività e estroversione o apertura di carattere. Chi usa Android di conseguenza, sarebbe più probabilmente uomo e avrebbe un’età più avanzata degli utilizzatori della mela, sarebbe meno probabilmente disposto a contravvenire alle regole per scopi personali e meno interessato a ricchezza e status. David Ellis della Lancaster University, uno degli psicologi che hanno firmato l’indagine, ha commentato i risultati dicendo: “abbiamo dimostrato per la prima volta che la scelta del sistema operativo può fornire indizi utili quando si tratta di prevedere la personalità e altre caratteristiche individuali.” Ora, se qualcuno si stesse chiedendo cosa spinga gli psicologi a condurre una ricerca di questo tipo sappia che “Questi risultati – come hanno rispondono gli autori – hanno ricadute importanti (…) nell’ambito della ricerca. In particolare tra coloro che lavorano nel settore delle scienze sociali computazionali e nella psicoinformatica (…)”.
Ma la psicologia dei cellulari, per dir così, va ben oltre lo studio del rapporto tra indole e sistema operativo. Secondo un’indagine condotta su un centinaio di studenti da ricercatori della Temple University di Filadelfia, pubblicata a ottobre su Psychonomic Bulletin & Review esisterebbe per esempio un rapporto diretto tra personalità e modalità d’uso degli smartphone. In particolare l’incapacità di attendere prima di rispondere a un tweet, o di controllare eventuali notifiche, oppure di dimenticare il proprio device su uno scaffale o ancora di controllare in continuazione le notifiche, si assocerebbero a comportamenti impulsivi nella vita di tutti i giorni.

È UNA QUESTIONE DI CHIMICA…
Ma uno smartphone può rivelare molto di più dell’onestà della estroversione o dell’impulsività di chi lo sceglie e lo utilizza: può rivelare il mondo chimico nel quale il suo proprietario si muove, agisce e interagisce. Scienziati della facoltà di medicina e della scuola di farmacologia della California University di San Diego hanno scoperto, e di recente pubblicato su Pnas, quanto raccontano dei proprietari le molecole che si depositano sui telefoni. Gli autori in questo caso fanno dichiaratamente riferimento all’applicabilità del loro lavoro nelle indagini di polizia. Pieter Dorrestein, senior-authordello studio ha detto: “Si può immaginare uno scenario in cui un investigatore sulla scena del crimine trova un oggetto personale come un telefono (…) senza impronte digitali o DNA, oppure con impronte o DNA che però non sono nei data base. In questo caso non avrebbe nulla per procedere e per capire a chi appartengono. Abbiamo quindi pensato: perché non servirci di ciò che si cela dietro la chimica della pelle per conoscere quale sia il tipo di stile di vita di questo individuo?”.
Campionando con uno spettrometro di massa i composti chimici presenti sugli smartphone gli autori hanno ottenuto indicazioni: su quali prodotti cosmetici o per l’igiene utilizza il proprietario, quali profumi usa, quali sono i luoghi che ha frequentato, quale sia la sua alimentazione, di quali patologie soffre e quali farmaci assume, addirittura. Questi risultati secondo gli autori introducono un’ulteriore forma di prove (…), “informazioni che potrebbero aiutare un investigatore a restringere il campo di ricerca del proprietario di un oggetto trovato su un luogo del delitto, per esempio di un sospettato o una persona scomparsa”.

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