Donald Trump vuole eliminare l’HIV. “Solita” promessa?

Nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione Trump ha dedicato 63 parole all’HIV. Ha promessodi mettere un freno all’epidemia di AIDS entro il 2030 ma occorre tanto impegno non solo dal punto di vista scientifico ma soprattutto su quello sociale.
Francesco Aiello, 17 Febbraio 2019
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(Doug Mills/The New York Times POOL PHOTO)
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Biologia e Comunicazione della Scienza

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Finalmente il 5 febbraio Donald Trump ha fatto il suo Discorso sullo stato dell’Unione. Rimandato più volte per l’inedito protrarsi dello shutdown del governo federale conseguente al braccio di forza tra Casa Bianca e Congresso sulle previsioni di bilancio, e in specie sullo stanziamento di 5,7 miliardi di dollari per il completamento del muro di sbarramento al confine con il Messico che la presidenza vuole e l’opposizione Democratica osteggia.
Nel discorso, Trump ha finto di presentarsi con la mano tesa verso l’opposizione, ma in realtà ha ribadito tutti gli elementi di contrapposizione, secondo il cliché di un genere letterario peraltro tipico di ogni Amministrazione statunitense: la proposta della pacificazione nazionale attraverso il riconoscimento dei torti.
Tra i tanti argomenti toccati, The Donald ha dedicato 63 parole all’HIV. “Negli ultimi anni abbiamo compiuto notevoli progressi nella lotta contro HIV e Aids”, ha dichiarato Trump. “Le scoperte scientifiche hanno messo quello alla nostra portata che sembrava un sogno lontano. Il mio budget chiederà a democratici e a repubblicani di impegnarsi a eliminare l’epidemia di HIV negli Stati Uniti entro 10 anni. Abbiamo fatto passi da gigante incredibili. Insieme, sconfiggeremo l’AIDS in America e non solo”.
Trump non è il primo Presidente a utilizzare il discorso sullo Stato dell’Unione per esporre obiettivi scientifici. Nel 2003 Bush annunciò la creazione del programma Pepfar per combattere l’Aids e Obama aveva rinnovato l’impegno contro il cancro nel 2016. Ma le dichiarazioni di Trump risultano sorprendenti soprattutto alla luce di quello che l’attuale Presidente degli USA ha fatto e detto negli ultimi anni. Da quando è in carica il magnate statunitense ha lavorato per ridurre l’accesso ai programmi di assistenza sanitaria, ha minacciato di tagliare i finanziamenti al Piano globale per i soccorsi di emergenza contro l’AIDS (Pepfar) e ha stigmatizzato alcune comunità ad alto rischio. Non sorprende quindi che il suo impegno a porre fine all’epidemia di HIV negli Stati Uniti entro il 2030 sia stato accolto con un certo scetticismo. Ma cosa nascondono, allora, quelle 63 parole? Partiamo dai numeri: negli Stati Uniti più di 1 milione di persone negli Stati Uniti hanno l’HIV e il 14% di loro non sa di essere infetto. Ogni anno si contano 40mila nuove infezioni.
Per cercare di arginare al situazione Trump ha deciso di affidare il programma a due maggiori esperti nel campo dell’HIV: l’immunologo Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale statunitense di allergie e malattie infettive (NIAID) e il virologo Robert Redfield, direttore dei Centri statunitensi per Controllo e prevenzione delle malattie (CDC). L’obiettivo è ridurre le nuove infezioni del 75% in 5 anni e del 90% in 10 anni.
Il loro approccio è solido. Trae ispirazione dalle strategie globali per affrontare l’epidemia, come il Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’HIV / AIDS 90-90-90, che mira a ridurre le infezioni da HIV attraverso azioni basate sull’evidenza. Le azioni principali si concentreranno sul miglioramento delle attività di diagnosi, trattamento e prevenzione in 48 contee; Washington DC; e un comune in Porto Rico; quelle sedi rappresentano oltre la metà delle quasi 40.000 nuove diagnosi di HIV ogni anno. “Quando ho visto la mappa di quelle contee, sono rimasto scioccato dal fatto che fossero solo 48 contee in oltre 3000 contee negli Stati Uniti”, ha detto Redfield.
Il nuovo piano metterà molta enfasi sull’offerta di farmaci anti-HIV a persone non infette come parte di una strategia comprovata chiamata profilassi pre-esposizione, o PrEP.  Il programma prevede inoltre un maggior coordinamento dei 19 Centri per la ricerca sull’AIDS (CFAR) che insieme ricevono 45 milioni di dollari all’anno dal National Institutes of Health. I CFAR, conducono studi multidisciplinari su tutto, dall’epidemiologia alla ricerca comportamentale e alla scienza “attuativa”. Ma il vero sforzo che dovrà fare l’Amministrazione a stelle e strisce sarà quello di finanziare degli studi per cercare il modo migliore per raggiungere le persone a rischio. Fauci e Redfield conoscono infatti a memoria le lezioni tratte dagli studi clinici condotti nell’Africa australe che dimostrano che le persone hanno bisogno non solo di avere accesso a farmaci anti-HIV a prezzi accessibili, ma anche che i fornitori di assistenza sanitaria non li stigmatizzino o li criminalizzino. “Lo stigma è il nemico della salute pubblica”, ha spiegato in conferenza stampa Redfield. Ed è proprio lì che il progetto potrebbe trovarsi nei guai: le dichiarazioni e la politica di Trump hanno minato profondamente la fiducia e reso più difficile l’assistenza sanitaria, per coloro che in sono maggiormente a rischio di contrarre l’HIV, tra cui alcune persone di colore, tossicodipendenti, omosessuali, transgender e persone delle comunità più povere. La politica di repressione sull’immigrazione ha lasciato gli immigrati privi di documenti e timorosi di recarsi presso le cliniche e gli ospedali. L’amministrazione si è opposta a siti di iniezione sorvegliata dove i tossicodipendenti si procurano aghi puliti. L’anno scorso poi, il Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti ha proposto una norma che consentirebbe al personale sanitario di negare le cure sulla base delle proprie convinzioni morali o religiose.
Questo è lo scenario interno poi ci sono le politiche di Trump all’estero che indeboliscono gli sforzi internazionali per prevenire e curare l’HIV. La  recente ‘global gag rule’taglia i finanziamenti alle organizzazioni straniere che forniscono assistenza sanitarie per le gravidanze indesiderate. Queste cliniche però sono i principali luoghi di consulenza, test e cura dell’HIV. In sintesi l’eliminazione della trasmissione dell’HIV negli Stati Uniti è un obiettivo entusiasmante e realizzabile. Oggi esistono terapie con farmaci antiretrovirali che, se seguite diligentemente, consentono alle persone che hanno contratto il virus di negativizzarsi (cioè di far sparire l’HIV dal sangue), evitare di trasmettere l’infezione a altre persone e vivere in sostanza una vita quasi normale.
Ma questo sforzo, questa battaglia non richiederà solo nuovi farmaci ma avrà bisogno di cambio di paradigma nelle politiche nei confronti delle persone più colpite dalla malattia ed è qui che Trump dovrà dimostrare di essere il presidente di tutti i cittadini statunitensi. La presidente della Camera Nancy Pelosi ha affermato: “La richiesta del Presidente di porre fine alla trasmissione dell’HIV in America è interessante, ma se si tratta seriamente di porre fine alla crisi dell’HIV / AIDS, deve porre fine all’assalto all’assistenza sanitaria e alla dignità della comunità LGBTQ”.

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