Due miliardi di rifugiati climatici nel 2100

Secondo le recenti stime della Cornell University un abitante della Terra su 5 fra 80 anni potrebbe essere spinto a cambiare paese a causa dell’innalzamento del livello del mare. Un numero elevatissimo, che spaventa e fa riflettere.
Tina Simoniello, 06 Luglio 2017
Micron
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Giornalista freelance

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Scappano da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche, fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza locali. Distrutte da catastrofi naturali, ma anche da stravolgimenti indotti dall’uomo. Si chiamano ‘rifugiati ambientali’ e, a differenza dei profughi che arrivano dalle zone di guerra, non possono chiedere asilo politico e non hanno diritti.
Nel 2013, più di 30 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le abitazioni a causa di disastri naturali come inondazioni, tempeste e terremoti.
La carestia verificatasi tra il 2010 e il 2012, connessa alla riduzione delle precipitazioni, causata a sua volta dalla concentrazione di CO2, ha causato la morte di circa 260mila persone solo in Somalia.
Ora secondo le stime dei ricercatori della Cornell University, entro il 2100, potrebbero essere 2 miliardi di esseri umani costretti ad abbandonare le zone costiere e a stabilirsi nelle regioni più interne a causa dell’innalzamento degli oceani provocato dal clima.
Insomma, fra un’ottantina di anni un abitante della Terra su 5 sarà un profugo climatico. “Avremo più esseri umani su meno suolo e prima di quanto crediamo” ha efficacemente sintetizzato in una nota per la stampa rilasciata dalla Cornell Charles Geisler, professore emerito di Development Sociology e primo autore della ricerca. “Il futuro aumento del livello medio del mare probabilmente non sarà graduale”, ha continuato.
Il più che biblico esodo paventato sarebbe il risultato del convergere e del confliggere di più fenomeni insieme. Lo scioglimento dei ghiacci e l’aumento del livello dei mari rappresenterebbe solo un tassello del puzzle. Ce ne sono altri, di tasselli. Ma tutti comunque, a esclusione della fertilità umana, più o meno direttamente collegati ai cambiamenti climatici.
La riduzione delle risorse alimentari, per cominciare: le zone costiere sono i luoghi di residenza degli uomini e delle donne che le abitano, ma anche terreni di produzione agricola, che provvedono al sostentamento di popolazioni ben più ampie di quelle autoctone.
La desertificazione. La pavimentazione del pianeta. L’urbanizzazione. “Il problema è enorme”, dicono gli autori della pubblicazione, che non fanno mistero delle difficoltà di riuscire a sostenere le future ondate di rifugiati climatici, che per altro andranno a sommarsi agli altri rifugiati, quelli che noi conosciamo bene e che scappano dalle guerre.
Gli elementi ci sono tutti per spingere i policy maker a studiare modelli di contenimento delle migrazioni climatiche. Secondo i ricercatori però “pochi stanno considerando seriamente la questione”. Pochissimi, secondo loro, stanno mettendo in atto strategie per limitare le migrazioni forzate dal clima. Al momento – leggiamo nella nota – solo la Florida e la Cina. “Contenere le emissioni dei gas serra – ha concluso Geisler – rappresenta la strategia migliore contro i cambiamenti climatici, l’aumento del livello del mare e le conseguenze catastrofici che potranno interessare le coste così come le zone interne interne, in futuro”.

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