È il carbone il nostro nemico?

In un articolo pubblicato qualche settimana fa su ‘Nature’, William McDonough mostra quanto di profondamente diseducativo si celi nel considerare come un nemico l’elemento chimico che attraverso la fotosintesi è alla base della vita sul nostro pianeta. Un considerazione importante sul piano culturale ma che presenta anche dei limiti. McDonough ha però il pregio di gettare un sasso nello stagno evidenziando che solo una crescita delle conoscenze supportata da un atteggiamento culturale nuovo può contrastare con efficacia l’incremento di CO2 in atmosfera.
Cristina Da Rold, 08 Dicembre 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Secondo William McDonough, noto designer americano, la risposta è evidentemente negativa. Usiamo termini fuorivanti per parlare dei cambiamenti climatici, che finiscono per far passare l’idea che il vero colpevole degli stravolgimenti climatici sia il carbone, quando invece il problema è l’uso che ne facciamo, una progettazione fallace sotto molti punti di vista nella gestione del ciclo del carbonio. Ne parla su Nature in un interessante e provocante articolo  uscito i giorni scorsi dal titolo, appunto, “Carbon is not the enemy”, il carbone non è il nemico.
Il punto di vista di McDonough è quantomeno interessante. ‘Basso contenuto di carbonio’, ‘zero emissioni’, ‘decarbonizzazione’, ‘carbon neutral’, anche ‘carbon war’ sono termini fuorivianti, che non colgono il fulcro del discorso.
Non è il carbonio inteso come elemento chimico, il nostro nemico. Il cambiamento climatico è il risultato di un utilizzo errato del carbonio come fonte di energia. Bruciare il carbone non è l’unico modo per usarlo come fonte di energia. La presenza di gas ad effetto serra di origine antropica nell’ atmosfera collocano il carbonio nel posto sbagliato, alla dose sbagliata e per una durata stemporale bagliata. Siamo noi che abbiamo reso il carbonio qualcosa di tossico per l’uomo e di non sostenibile a lungo termine, come il piombo nella nostra acqua potabile o i nitrati nei nostri fiumi” chiosa McDonough.
“Al posto giusto, il carbonio è una risorsa e uno strumento.”
Pertanto, conclude, la sfida deve essere quella di individuare nuovi modi per utilizzare il carbonio in modo sicuro, produttivo e redditizio. Anzi ci può aiutare ad eliminare gli aspetti negativi sull’ambiente dovuti alle emissioni di CO2 in atmosfera.
Come può aiutarci dunque il carbonio nell’affrontare il riscaldamento globale? Secondo l’autore la chiave sta ripartire dal ruolo positivo del carbonio per gli ecosistemi. Cercare di riprodurre questo ciclo virtuoso del carbonio anche nella progettazione energetica di noi esseri umani. Insomma, tutti i progetti- dai prodotti agli edifici, le città e le aziende agricole – potrebbero riprodurre i meccanismi naturali del ciclo del carbonio. Obiettivo: andare oltre il “carbon zero”, che prevede di non avere emissioni annue nette derivanti dalla combustione diretta di carburante, ma passare al“carbon positive”, cioè a produrre più energia rispetto a quella che servirebbe al singolo edificio, che poi va a confluire nella rete elettrica.
Quando le piante convertono la CO2 in zuccheri a base di carbonio – carbonio liquido – una parte di essi convergono nei flussi indirizzati a germogli, foglie e fiori.
La restante parte alimenta la catena alimentare del suolo, dalle radici delle piante alle comunità di microbi che vivono appunto sotto terra. In cambio, i microbi condividono minerali e micronutrienti che sono essenziali per la salute delle piante. Questi micronutrienti aumentano l’efficienza della fotosintesi, producendo nuova crescita, altro carbonio liquido per i microbi e altri micronutrienti per i funghi e le piante. Sotto terra il carbonio liquido attraverso la catena alimentare si trasforma in carbonio solido, ricco, stabile e fertile. Questa materia organica del suolo ha infatti una struttura spugnosa che migliora la fertilità del terreno e la sua capacità di trattenere e filtrare l’acqua.
“Questa operazione potrebbe richiedere un secolo – precisa lo stesso McDonough – e per questo prima iniziamo meglio è.”
Fantascienza? Forse.  Intanto all’Adam Joseph Lewis Center for Environmental Studies in Ohio seguono questa filosofia. L’impianto purifica le acque reflue in loco producendo un composto organico ricco di carbonio. Solo in un anno il progetto sta producendo energia solare ad un tasso annuo del 40% in più di quanto previsto.
Nei Paesi Bassi poi, il Park 20 | 20 vicino ad Amsterdam intende applicare queste strategie di progettazione basate sul ciclo del carbonio su più ampia scala. Lo sviluppo prevede una rete di edifici integrati collegati fra loro. Gli assetti fotovoltaici e i tetti verdi sono le “foglie” e le “radici” del sistema, la raccolta di che producono e raccolgono energia rinnovabile, assorbono e filtrano l’acqua, e forniscono l’habitat per altri esseri viventi.

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