Effetto ‘vlogger’

Un gruppo di scienziati della New University of Liverpool ha messo in evidenza l'influenza negativa che il marketing di snack insalubri sui social finisce per avere sull'assunzione di cibo da parte dei bambini.
Stefano Pisani, 09 Marzo 2019
Micron
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Giornalista Scientifico

Un gruppo di scienziati della New University of Liverpool è riuscito a mettere in evidenza l’influenza negativa che i social media finiscono per avere sull’assunzione di cibo da parte dei bambini. Precedenti ricerche avevano mostrato che l’endorsement da parte di personaggi famosi e gli spot pubblicitari televisivi a favore di cibi non esattamente sani aveva come effetto l’aumento dell’assunzione di questi prodotti alimentari da parte dei bambini.
Tuttavia, i più piccoli sono attualmente sempre più esposti al marketing attraverso le nuove vie digitali, come accade con gli annunci sui social media, e l’impatto sulle abitudini alimentari della reclamizzazione di cibo non sano da parte, per esempio, dei video blogger di YouTube (vlogger) non era finora mai stato studiato.
Secondo un recente rapporto di Ofcom (autorità competente e regolatrice indipendente per le società di comunicazione nel Regno Unito), i ragazzi inglesi accedono ai social media oggi più che mai: circa il 93% degli utenti di età compresa tra 8 e 11 anni va online, il 77% utilizza YouTube e il 18% possiede un account sui social media. Tra quelli più grandi (12-15 anni), il 99% va correntemente online, l’89% usa YouTube e il 69% ha un account social media. Entrambe le fasce d’età guardano i vlogger di YouTube.
Anna Coates, del gruppo di ricerca Appetite and Obesity della New University di Liverpool, ha condotto uno studio per esaminare l’effetto del marketing presente sui social media riguardante gli snack (sani e meno sani). In particolare, i ricercatori si sono concentrati sulla pubblicità portata avanti tramite le pagine Instagram dei vlogger.
A quanto si legge nell’articolo pubblicato sulla rivista Pediatrics, nello studio sono stati coinvolti 176 bambini di età compresa tra 9 e 11 anni, che sono stati suddivisi in modo casuale in tre gruppi con un ugual numero di partecipanti.
A questi ragazzi sono state mostrate delle finte (ma credibili) pagine Instagram di vlogger popolari (ognuno con milioni di follower). A un gruppo sono state mostrate immagini di vlogger con spuntini insalubri, al secondo immagini di vlogger che gustavano snack sani e al terzo gruppo, invece, sono state presentate immagini di vlogger che consumavano prodotti non alimentari.
Gli scienziati hanno poi misurato la successiva assunzione di snack da parte dei ragazzi coinvolti.
I bambini del gruppo che aveva visualizzato immagini di snack poco sani, risultavano consumare il 32% in più di chilocalorie tramite spuntini non sani – in particolare – e il 26% in più di chilocalorie totali (ossia fornite da snack salutari e non sani) rispetto ai bambini che erano stati invece esposti a immagini non alimentari. In modo significativo, non c’era invece alcuna differenza rilevante nell’assunzione di chilocalorie totali o di snack sani tra i bambini che avevano visto i profili Instagram con immagini di cibo sano (e tra quelli che avevano visto le immagini di prodotti non alimentari).
«Questi risultati suggeriscono che il marketing di cibo spazzatura condotto tramite le pagine Instagram di vlogger, aumenta l’assunzione immediata di energia da parte dei bambini» ha dichiarato Coates. L’approvazione, anche implicita, del cibo poco sano da parte delle celebrità di YouTube produce un aumento del consumo di questo cibo da parte dei bambini, un effetto che invece non si registra quando si tratta di cibo salutare.
«I giovani si fidano dei vlogger più che dei personaggi famosi o autorevoli, quindi le loro indicazioni alimentari potrebbero essere ancora più incisive. Sono necessarie restrizioni più rigorose per il marketing digitale di cibi non sani a cui i bambini sono esposti e ai vlogger non dovrebbe essere permesso di promuovere cibi di questo tipo con messaggi che possono arrivare ai più giovani e vulnerabili che si trovano sui social media» concludono i ricercatori.

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