Energia, il sistema italiano tra i più efficienti d’Europa

Il sistema energetico italiano è tra i più efficienti d’Europa e a minor impatto ambientale in termini di emissioni di gas serra. Un risultato dovuto sia a fattori strutturali che alle politiche di efficientamento e di sviluppo delle rinnovabili messe in atto. La fotografia scattata dal un Rapporto dell’Ispra.
24 Gennaio 2019
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I dati lo stanno mostrando chiaramente: il sistema energetico italiano è tra i più efficienti d’Europa e a minor impatto ambientale in termini di emissioni di gas serra. Lo dobbiamo sia a fattori strutturali caratteristici del nostro sistema produttivo fin dal 1990, sia alle politiche di efficientamento e di sviluppo delle fonti rinnovabili messe in atto dal 2005.
L’energia disponibile per i consumi finali, al netto delle trasformazioni e delle perdite, è mediamente il 76% dell’energia primaria, tra le più elevate in Europa e tra i principali paesi abbiamo la quota di energia rinnovabile sul consumo interno lordo più elevata.
Lo racconta un rapporto di ISPRA presentato lo scorso ottobre, che esamina le dinamiche temporali di diversi indicatori energetici ed economici del nostro paese rispetto alle emissioni di gas serra e confrontandoci con il resto dei paesi europei. Va precisato che l’analisi non considera qui gli assorbimenti di origine forestale, che dovranno comunque essere inclusi negli obiettivi dei paesi europei al 2030, poiché al momento non sono state stabilite le metodologie di calcolo.
Il rapporto evidenzia come tra i fattori che hanno determinato la riduzione delle emissioni dal 2005 giocano un ruolo primario la diminuzione dell’intensità energetica, seguita dall’incremento della quota di energia da fonti rinnovabili, ma anche la diminuzione del PIL ha avuto un ruolo non irrilevante nella riduzione delle emissioni.
Nel 2016 le emissioni nazionali di CO2 equivalente sono calate del 17,5% rispetto a quanto registrato nel 1990 e del 26,3% rispetto al 2005 e dal 1990 quelle di gas serra pro capite sono passate da 9,1 tonnellate di CO2 equivalente a 7,1 tonnellate. Una riduzione complessiva del 22,9% e annuale del 2,31%. La media nazionale del consumo interno lordo di energia dal 1990 al 2016 è di 2,92 tep per abitante, mentre la media EU28 è di 3,49 tep/ab. La quota di energia da fonti rinnovabili rispetto al consumo interno lordo dell’Italia è maggiore della media europea EU28 già dal 1999, ma è dopo il 2007che si è registrata una forte accelerazione della quota di energia rinnovabile con un incremento della distanza tra il valore nazionale e quello medio dei paesi europei. In sintesi siamo più “virtuosi” della media dei paesi UE.
Nonostante l’impennata nell’uso delle rinnovabili, i combustibili fossili sono ancora oggi il principale traino del sistema energetico nazionale: nel 1990 rappresentavano il 93,8% dei consumi, nel 2016 l’81,1%.
I prodotti petroliferi rappresentavano il 58,7% del consumo interno lordo nel 1990 e il 35,7% nel 2016, mentre il gas naturale è cresciuto, passando dal 25,5% nel 1990 al 37,5% nel 2016. È bene ricordare che fra noi e la maggioranza degli altri paesi europei c’è una differenza importante: il nucleare. L’intensità di carbonio europea è mediamente inferiore a quella italiana, spiegano gli esperti ISPRA, proprio per la presenza di una non trascurabile quota di energia di origine nucleare in Europa.
«Tenere conto esclusivamente del PIL per definire gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra può non essere sufficiente – ci spiega Antonio Caputo, autore del rapporto ISPRA – perché bisogna valutare anche gli aspetti strutturali di un sistema produttivo e l’efficacia della riduzione a fronte dell’investimento.
L’esempio del carbone è significativo. Un paese come la Germania che ha il 24% di carbone ha sicuramente margini maggiori di riduzione dell’Italia che ne ha il 7%. Se restiamo alle fonti fossili si può aumentare la quota di gas naturale ma noi abbiamo già una quota rilevante di gas nel fabbisogno energetico. Noi abbiamo solo due un’unica strada: aumento delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica.»
Dall’inizio degli anni Novanta la quota di energia da fonti rinnovabili è cresciuta, passando dal 4,2% del 1990 al 16,8% del 2016, anche se dopo il picco del 17,6% registrato nel 2014, gli ultimi due anni mostrano una contrazione nei consumi di energia rinnovabile. All’interno dell’universo delle rinnovabili però è necessario fare precise distinzioni.
Negli ultimi anni per esempio le bioenergie e i rifiuti rinnovabili rappresentano oltre la metà dei consumi di energia rinnovabile, mentre l’energia solare (termica e fotovoltaica) e l’energia eolica hanno assunto valori significativi ma rappresentano solo il 13,9% del consumo di energia rinnovabile. Dal 1990 al 2000 invece sono state l’energia geotermica e idroelettrica a farla da padrone, costituendo oltre l’80% del consumo interno lordo di energia rinnovabile.
Se osserviamo la quota di produzione elettrica lorda per fonte vediamo che nel 1990 solo il 16% dell’energia proveniva da fonti rinnovabili, il 47% da prodotti petroliferi e il 18% dal gas naturale. Ventisei anni dopo i prodotti petroliferi producono solo il 4% dell’energia, la quota di gas si è ampliata fino a raggiungere il 44% della produzione e le rinnovabili, come si citava già in precedenza, producono oggi il 37% dell’energia elettrica lorda. All’interno di questo 37% a fare la differenza è il solare fotovoltaico, che ha visto un boom dal 2010 in poi: in sei anni si è passati dall’1% a oltre il 7%. Dal 2010 anche l’eolico passa da circa 3% a più del 6% di energia elettrica prodotta, analoghe quote si registrano per le bioenergie e rifiuti rinnovabili.
La fonte di energia che si sceglie è sempre più importante perché decennio dopo decennio i cambiamenti anche tecnologici in atto nella nostra società ci spingono a consumare sempre più energia. I consumi totali di energia finale in Italia nel 2016 erano del 7,6% più elevati rispetto a quelli del 1990 e quelli di energia elettrica addirittura del 33,3%. La buona notizia è che i consumi di energia finale da fonti fossili sono diminuiti del 10,2%, mentre quelli di energia da fonti rinnovabili sono aumentati di un fattore 8,7.
Un altro aspetto positivo è che l’Italia è oggi tra i paesi europei più efficienti con il valore più basso di consumo energetico per unità di prodotto interno lordo. In altre parole, a parità di ricchezza prodotta la nostra economia consuma molta meno energia rispetto ad altri paesi.
Sicuramente la crisi economica che abbiamo vissuto ha giocato un ruolo importante nella riduzione delle emissioni di gas serra nel periodo 2005-2016, poiché una contrazione delle attività produttive comporta una riduzione delle emissioni di gas serra. Il settore dell’industria mostra nel periodo 2007-2014 una riduzione del 16% del valore aggiunto, con una ripresa solo dopo il 2014 del +3,3%.
Il settore dei servizi sembra aver risentito di meno degli effetti della crisi: la contrazione nel periodo 2007-2013 è stata del 4,2% e nel 2016 il settore ha recuperato il 2,2% rispetto al valore aggiunto del 2013. Il settore che ha risentito maggiormente della crisi. A soffrire di più è il settore delle costruzioni che ancora nel 2016 ha perso il 32,7% del valore aggiunto che aveva nel 2007 quando ha raggiunto il picco dal 1995.
Al di là della crisi, l’industria italiana ha incrementato l’efficienza energetica fin dal 2003 mentre non possiamo dire lo stesso del settore dei servizi e di quello residenziale. I servizi rappresentano una quota sempre più rilevante dei consumi finali, dal 7,6% del 1990 al 13,3% del 2016, mentre l’industria fa registrare una continua riduzione della quota di consumi di energia, passando dal 33,2% del 1990 al 22,6% di oggi.
L’industria mostra un tasso di elettrificazione dei consumi finali, strategia fondamentale per la mitigazione delle emissioni atmosferiche di gas serra, in costante crescita fin dal 1990. La quota di consumi di energia elettrica nel 2016 è pari a 37,2%, mentre il settore residenziale non mostra scostamenti dalla quota media dei consumi elettrici nel periodo 1990-2016, pari a 18%.
Nel 1990 le emissioni dall’industria erano poco meno di 135 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, nel 2016 sono 80. Anche l’industria energetica ha visto diminuire notevolmente il proprio impatto in termini di emissioni.
Questi due settori sono i principali responsabili del calo totale delle emissioni. Riduzioni meno rilevanti si registrano anche nel settore residenziale e dell’agricoltura. D’altra parte i settori dei trasporti e dei rifiuti mostrano lievi incrementi delle emissioni, mentre i servizi hanno quasi raddoppiato le emissioni dal 1990 passando da 12 a 23 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.
«I dati complessivamente sono positivi – continua Caputo -– perché il sistema energetico italiano è tra i più efficienti in Europa ma ci sono ampi margini di miglioramento: ci sono settori dove dobbiamo imparare molto, come il residenziale e il terziario perché c’è un margine di elettrificazione dei consumi e un potenziale di efficientamento piuttosto elevati se confrontiamo questi fattori con altri paesi europei. Dobbiamo spingere l’acceleratore, ma ovviamente l’impulso deve venire dalla politica. Il decisore politico deve entrare nei meccanismi, anche delle imprese, per capire come orientare la scelta di tecnologie a più elevata efficienza e minori emissioni di gas serra.
Riguardo alle rinnovabili, dopo il picco del 2014, gli anni successivi sono stati di stasi, se non di lieve riduzione. Sebbene l’obiettivo del 17% da conseguire nel 2020 sia stato sostanzialmente raggiunto già nel 2014 non possiamo permetterci di crogiolarci sugli allori. Per il 2030, che non è così lontano, c’è un obiettivo a livello europeo di almeno il 27% e l’Italia vuole fare anche di più. Bisogna avere chiaro in mente una cosa ovvia: il target non va inteso come qualcosa di fisso per sempre. È mobile, perché dipende, tra le altre cose, dal consumo di energia finale – spiega ancora Caputo – se i consumi aumentano e la quantità di rinnovabili rimane la stessa, la quota percentuale scende.»

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